Cannes 2015. Cemetery of Splendour

Cemetery of Splendour

Cemetery of Splendour ***1/2

Il nuovo film di Apichatpong, dopo la Palma d’Oro di Zio Boonmee, e’ una nuova magnifica riflessione sul tempo e sul corpo, che si impone come uno dei grandi film di Cannes 68.

Nella citta’ di Khon Kaen, un gruppo di soldati sembra affetto da strana malattia del sonno. Ricoverati un a vecchia scuola riconvertita ad ospedale, vivono in una sorta di sonno profondo, da cui solo alcuni si risvegliano per brevi momenti.

Jen e’ un’anziana donna che dedica il suo tempo ad accudire uno dei soldati, Itt, bello come Clark Kent. Accanto a lei anche misteriosa Keng, che ha poteri paranormali e sembra poter entrare in contatto con lo spirito dei soldati.

Itt si risveglia e conosce Jen. Pranzano assieme, vanno a cinema, strappano al sonno ed alla malattia brandelli di vita.

Secondo Keng la scuola dove riposano i soldati sorge su un antico campo di battaglia. Per magia quella battaglia non e’ ancora terminata e l’anima dei soldati e’ assorbita da quel luogo.

Lo spiritualismo di Apichatpong si fonde qui in modo definitivo con una concezione materialistica della vita che rende il suo cinema assolutamente magico.

I protagonisti parlano solo di ospedali, creme di bellezza, arti da lenire, corpi da accudire mentre nel frattempo li vediamo evocare palazzi reali e battaglie di altre vite: in Cemetery of Splendour il tempo scorre in modo originale, ma e’ lo stesso inesorabile per chi rimane inchiodato a quei letti. Neppure la cromoterapia sembra giovane ai soldati.

Le suggestioni visive sono ancora piu’ forti che in passato. Il cinema di Apichatpong e’ irraccontabile. E’ esperienza immersiva, da grande schermo e sala buia. E’ un flusso di immagini che parlano una spiritualita’ profondissima e ancestrale, mai di maniera o semplicemente esotica.

C’e’ una traccia forte ed autobiografica in questo Cemetery of Splendour, che riporta Apichatpong nella sua citta’ natale, alle prese con un viaggio che e’ anche un sogno ad occhi aperti. Il suo cinema si nutre si suggestioni diverse, di sacro e profano, si presente e passato, mai cosi’ perfettamente indossolubili sul grande schermo.

Cemetery of Splendour sembra anche il film piu’ politico del suo autore, cosi’ sottile nel mostrare un mondo in cui Jen non riesce piu’ a riconoscersi.

Molti i momenti indimenticabili: la cromoterapia dei soldati; il santuario con i pupazzetti di gomma con animali e dinosauri di tutte le dimensioni, offerti come oggetti votivi; l’apparizione delle sorelle a cui la protagonista chiede un voto; la serata a cinema di Jen e Itt, con un film d’azione truce e di maniera; il bosco in cui Jen e Keng si inoltrano, con le sue statue di terracotta le stanze immaginarie del palazzo reale.

Non so se Cemetery of Splendour avra’ una distribuzione italiana. Cercatelo, nei festival e nelle rassegne. Non ve ne pentirete.

 

 

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