Cannes 2013. C’era una volta a New York

C'era una vota a New York

C’era una volta a New York – The immigrant ***

Il cinema di James Gray si nutre da sempre del grande immaginario del cinema americano degli anni ’70, in un contesto che potremmo definire pienamente moderno.

Erede naturale di una lunga tradizione di straordinari narratori, condivide con Coppola, Scorsese, Cimino, Kazan una visione amara e contraddittoria del sogno americano. La sua e’ da sempre la New York delle comunita’ ortodosse e dell’est europeo, la New York dell’immigrazione, dell’estraneita’ morale, prim’ancora che sociale.

E’ l’America che si costruisce sulle strade, estremizzata nella lotta senza fine tra poliziotti e criminali, in cui anche la famiglia perde ogni coordinata.

I suoi protagonisti lottano per farsi accettare, in un mondo che li rifiuta e li mette alla prova.

The Immigrant radicalizza ancor di piu’ il percorso di James Gray e lo rende sin troppo esplicito.

E’ il 1921. Ewa Cybulska e la sorella Magda arrivano ad Ellis Island dalal Polonia devastata dalla Prima Guerra Mondiale. Sulla nave Ewa e’ stata violentata e Magda si e’ ammalata di tubercolosi.

Entrambe vengono respinte dai funzionari dell’immigrazione. Magda e’ costretta rimanere sull’isola in quarantena per sei mesi. Ewa invece viene ritenuta una donna di dubbia moralita’ e avviata alla deportazione verso il suo paese d’origine.

A salvarla arriva un uomo che sembra avere molte conoscenze ad Ellis Island, Bruno Weiss: quest’ultimo paga una guardia per imbarcare Ewa sul ferry per la terraferma ed accoglie la ragazza nella sua grande famiglia allargata.

Weiss gestisce un gruppo di ragazze, in uno show d’avanspettacolo nel locale gestito da Madame Rosie. Sono gli anni del proibizionismo e del jazz. Ma la Long Island di Gatsby appare lontanissima.

Le ragazze arrotondano concedendosi ai clienti del locale. Ewa e’ riluttante ad accettare il mondo libertino a cui Bruno vuole avviarla, ma ha bisogno dei soldi per far uscire Magda da Ellis Island ed i parenti che vivono a Brooklyn si rifiutano di aiutarla, anzi la denunciano alla polizia perche’ e’ senza documenti. Ritornata ad Ellis Island, Ewa conosce il mago Orlando, che si esibisce per i deportati dell’isola, prima del grande

 Caruso.

Orlando e’ il cugino di Bruno, ma tra i due non corre buon sangue. Bruno riesce a far uscire Ewa un’altra volta, ma la situazioen precipita, quando Madame Rosie ingaggia il mago Orlando nel suo locale.

Bruno ed Orlando lottano per il cuore di Ewa, ma quest’ultima vuole solamente sopravvivere al suo destino e salvare la sorella Magda.

Il film di Gray trascina la sua protagonista al centro di un melodramma controllatissimo, di grande equilibrio narrativo, ma anche poco coinvolgente.

Nonostante le premesse di un grande romanzo epico, all’ombra della Statua della Libertà, The immigrant è invece solo un piccolo racconto di tragedie quotidiane che coinvolgono due cugini innamorati della stessa donna.

Marion Cotillard, che Gray curiosamente non conosceva e che ha incontrato solo quando il marito Guillame Canet, ha chiesto al regista di adattare per lui Blood Ties, e’ una magnifica ed indifesa Ewa.

Il suo volto scavato, i suoi occhi fragili tradiscono il suo imbarazzo, la sua ansia, la senzazione di essere sempre in balia di un destino scelto da altri. Secondo Gray ricorda la forza espressiva di Maria Falconetti, la Jeanne d’Arc di Dreyer.

I suoi duetti con il sensazionale Bruno di Joaquin Phoenix rendono magnificamente la complessita’ di un rapporto cominciato per comune interesse e diventato nel tempo qualcosa di diverso.

Quello che non convince appieno e’ la scrittura di molti personaggi di contorno, spesso appena tratteggiati, senza passato né futuro e senza molta profondità. Il film finisce allora per essere un melò senza amore, trattenutissimo, ma anche poco coinvolgente. Ewa è costantemente messa in mezzo, non solo tra i due uomini del film, ma anche dalla necessità di tradire la propria sensibilità religiosa, piegandosi al commercio della propria virtù, per salvare la sorella: la New York di The immigrant è un microcosmo ostile, che richiede compromessi impossibili.

Il film sembra aver fatto proprie le luci, le atmosfere, i luoghi ritratti da Coppola nel Padrino parte seconda. Le file di Ellis Island vengono diritte da quel film, cosi’ come la casa in cui vivono Bruno e Ewa ed il locale dove si esibiscono le ragazze che sembra il teatro dove Don Vito conosce la moglie e si scontra con Fanucci. Persino la Statua della Liberta’ inquadrata all’inizio sembra vegliare sui suoi personaggi con la stessa imperturbabile indifferenza mostrata da Coppola quarant’anni fa.

La stessa prodigiosa fotografia di Darius Khondji evoca in modo esplicito quella altrettanto memorabile di Gordon Willis, il principe delle tenebre.

Come dicevamo ieri, a proposito di Nebraska, c’e’ un fortissimo legame, ideale e cinematografico, tra i migliori film americani presentati alla Croisette e le opere della New Hollywood, l’ultima eta’ dell’oro del cinema statunitense.

The Immigrant non fa eccezione, in questo senso, ma lo sguardo di James Gray, cosi’ come quello Payne, ha fatto propria la lezione dei maestri, rielaborandola personalmente alla ricerca di uno stile assolutamente personale.

Il suo e’ un cinema essenziale, classico diremmo, nel senso migliore del termine, che utilizza la forza del racconto per restituire un’immagine non convenzionale dell’America.

Il finale magnificamente orchestrato attorno ad un doppio sguardo fa dimenticare anche i limiti più evidenti di questo film complessivamente irrisolto.

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