Cannes 2013. Miele

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Miele **1/2

E’ Un certain regard ad ospitare, qualche settimana dopo l’uscita italiana, il debutto alla regia di Valeria Golino, scritto assieme a Valia Santella e Francesca Marciano.

Miele e’ un’opera prima coraggiosa, che racconta l’orrore dell’eutanasia sempre con l’orizzonte del dubbio e del dolore.

Irene, dopo un paio d’anni di medicina, grazie ad un amico di corso, diventa una sorta di angelo della morte: di fronte alle sofferenze senza fine di malati terminali e di persone che hanno perso la dignita’ della propria esistenza, li aiuta a porre fine ai loro tormenti, con una procedura dolce, minuziosamente pianificata. La musica amata, un bicchiere di vodka e qualche goccia di un barbiturico letale, che Miele compra in Messico, dove e’ legale almeno per gli animali.

La sua e’ una vita in viaggio, lungo un’Italia rinchiusa nel dolore e nella solitudine. Tranne il suo giovane medico che le procura i contatti, nessuno sa quello che fa. Vive in una piccola casa sul mare poco fuori Roma. Al padre racconta di un dottorato a Padova, i pochi amici non sanno nulla, cosi’ come l-uomo che frequenta saltuariamente, di nascosto dalla moglie.

Il suo e’ un mondo di menzogne retto da una missione con regole molto precise: una sorta di rituale che l’aiuta a prendere le distanze dal dolore e dalla morte che l’accompagnano.

Ma qualcosa va storto. Convocata da un anziano architetto, scopre che quest’ultimo non ha alcuna malattia evidente: ha solo scelto di farla finita, disgustato dalla vita e dagli uomini.

Il rigido protocco di Miele va in frantumi. Cerca di recuperare il suo veleno, ma finisce solo per conoscere meglio l’Ing. Grimaldi.

E’ un rapporto fatto di scontri, di lotte, di incomprensioni, ma e’ qualcosa che mette in crisi le scelte di Irene e contemporaneamente le fornisce un appiglio per non precipitare.

Il film della Golino e’ una piacevole sorpresa sulla Croisette. Accolto da lunghi applausi alla proiezione stampa, e’ un film che evita tirate ideologiche e cerca di rappresentare un personaggio travolto da eventi, forse piu’ grandi di lei.

Nel paese dell’ipocrisia cattolica, dove si nasce con dolore e si muore tra mille sofferenze, magari voltandosi dall’altra parte, per non vedere, Miele sceglie di lasciare sullo sfondo le polemiche e di limitarsi a raccontare quello che succede ogni giorni nelle nostre famiglie con la compiacenza e l’opacita’ delle nostre istituzioni.

Ma la Golino si spinge un passo oltre e con il contributo di una straordinaria Jasmine Trinca, dipinge un personaggio fuori dall’ordinario, racconta una vita difficile, senza facili psicologie e senza scorciatoie drammturgiche.

L’Ing.Grimaldi e’ interpretato da Carlo Cecchi: e’ davvero un piccolo cinema, quello che riesce a fare a meno di un attore cosi’ grande. Merito alla Golino per avergli regalato un personaggio adattissimo, con le sue infelicita’ e i suoi modi diffidenti.

Il film e’ notevole per senso del ritmo e maturita’ espressiva, come solo un’esordio tardivo avrebbe potuto essere.

Da non perdere.

 

 

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