Hunger Games

Hunger Games **

In un futuro imprecisato, dopo che la guerra civile ha devastato gli Stati Uniti d’America, sopravvive una civiltà rigidamente classista, Panem, che si divide tra la ricca e imperiale Capitol City e dodici distretti dove abitano i sopravvissuti, rigidamente controllati da un regime totalitario.

Per ricordare la perdite della lunga guerra, ogni anno i dodici distretti sorteggiano due giovani tra i 12 e i 18 anni e li inviano come “tributi” ad una competizione mortale, nella quale i partecipanti sono costretti ad uccidersi, per vincere la promozione sociale, la ricchezza e forse anche un posto privilegiato nel gioco.

Gli Hunger Games sono giunti alla 74° edizione e sono controllati sapientemente da un apparato mediatico imponente: c’è un sapiente intrattenitore, Caesar, che presenta lo show ed intervista i partecipanti, c’è uno stratega, Seneca Crane, che organizza il campo da gioco e come un demiurgo indirizza il corso della gara, rispondendo anche al capo supremo, il Presidente Snow.

Ogni squadra ha un proprio mentore, un responsabile del look ed una coordinatrice.

Nel distretto 12, il più povero, quello carbonifero, nel quale vivono i minatori e le loro famiglie, vengono sorteggiati la piccola Prim Everdeen, assieme al figlio del fornaio, Peeta Mellark.

Katniss, la sorella di Prim, sapendo che la piccola non avrebbe alcuna chance di farcela, si offre di sostituirla come volontaria, gettando nello sconforto la madre ed il giovane Gale, che ha un debole per lei.

Katniss e Peeta entrano quindi nel mondo rutilante dei giochi, fatto di treni ad alta velocità, alberghi di lusso, duri allenamenti e show televisivi, nei quali presentare la parte migliore di sè, per attirare i favori del pubblico e quello degli importantissimi sponsor, capaci di aiutare i 24 concorrenti nei momenti di difficoltà.

Il loro mentore è Haymitch, uno dei vincitori dello show, che passa il suo tempo a bere e ad approfittare dei lussi del suo status. Il nero Cinna è invece il responsabile del loro look, che si distingue per audacia ed eleganza, in una Capitol City che ha fatto dell’ostentazione kitch la sua regola essenziale.

Durante la diretta televisiva, Peeta dichiara di essere sempre stato innamorato di Katniss: sincerità e calcolo forse convivono. Fatto sta che la loro storia è talmente emozionante, da attirare l’attenzione del pubblico e convincere Seneca Crane a modificare le antiche regole del gioco: questa volta i vincitori potranno essere due, purchè dello stesso distretto.

Lo show comincia e la produzione sceglie come campo da gioco un bosco, nel quale la cacciatrice Katniss si trova a meraviglia, anche senza l’arco di cui è maestra.

Nelle prime otto ore metà dei concorrenti vengono uccisi. Quindi Peeta si unisce momentaneamente agli addestratissimi dei primi distretti per dare la caccia a Katniss, che è costretta ad affrontarli dopo che il demiurgo Seneca ha appiccato un incendio progressivo per spingerla verso gli altri.

Si formeranno alleanze e rivalità sino all’inevitabile redde rationem finale.

Suzanne Collins che ha scritto il romanzo e Gary Ross e Billy Ray che l’hanno affiancata nell’adattamento cinematografico, hanno pescato a piene mani dalla fantascienza distopica più interessante degli ultimi vent’anni. Ci sono suggestioni evidenti dal Truman Show, il meccanismo del gioco è preso pari pari da Battle Royale, qualcuno ha notato analogie anche con L’implacabile, tratto da Stephen King, con Schwartznegger ed ovviamente con Rollerball e Death Race 2000.

Non c’è dubbio che rispetto alle fonti, Hunger Games è una versione edulcorata e superficiale di quegli universi, una versione anche meno cruenta: non c’è l’abisso filosofico e politico di Peter Weir e Andrew Niccol e la lungimiranza nel descrivere una realtà televisiva sempre più invadente e morbosa, non c’è la durezza tragica del film di Kinji Fukasaku e la sua ambiguità di fondo, non c’è neppure la visione apocalittica di King o l’idealismo libertario del film con James Cann.

Ma l’obiettivo di Hunger Games era radicalmente diverso ab origine: la trilogia di romanzi ed ora il film vogliono essere intrattenimento intelligente per il pubblico degli adolescenti, orfani delle saghe di Harry Potter e de Il signore degli anelli e stanchi del conformismo familista e neocon dei vampiri di Twilight.

Qui l’eroina è una ragazza, combattuta tra la paura di morire e il desiderio di ritornare a casa, che scopre come vincere le proprie fragilità e destreggiarsi in un mondo nuovo, che non ci mette molto a manipolarla.

Hunger Games è un classico racconto di formazione, dove l’amore finisce per trionfare, anche in maniera ambigua, e dove le asprezze di una storia sulla carta molto crudele, vengono attutite o giustificate. Persino la metafora della gioventù, costretta da una società conformista e repressiva ad un’iniziazione alla vita degna di Hobbes, è poco marcata ed efficace.

Nella critica all’uso politico dei mezzi di comunicazione, il film arriva buon ultimo.

Il pubblico di riferimento di Gary Ross e dei suoi produttori è volutamente più popolare e vasto degli epigoni che abbiamo elencato: questo non vuol dire che Hunger Games non sia un film per molti versi riuscito, onesto, senza cadute di tono, e dove, per una volta, non ci sono supereoi mascherati e in calzamaglia ed effetti speciali in 3D.

Jennifer Lawrence, che ha il ruolo della protagonista Katniss, ha trovato nel successo planetario di Hunger Games il lancio definitivo ad una carriera già molto promettente.

I suo tratti morbidi ed ancora acerbi, la sua fragilità esibita, ne fanno una perfetta interprete dello spaesamento della sedicenne Katniss, di fronte alla necessità di essere altro da sè. E quel sorriso finale, mentre stringe la mano del compagno che il gioco ha scelto per lei, sotto gli occhi del vero innamorato, Gale, dicono molto su chi sia davvero il vincitore dei giochi di Panem e su quanto lontana sia davvero ogni ipotesi di “salvezza”.

La affianca un cast di buon livello, a partire dal sulfureo Caesar di Stanley Tucci, dal presidente Donald Sutherland e dal mentore Woody Harrelson, che naturalmente si limitano a svolgere dignitosamente il loro compito.

La fotografia naturalistica è di Tom Stern, che da molti anni illumina i film di Eastwood e le musiche sono state scelte con intelligente misura da T Bone Burnett, un maestro nel suo campo, e composte da James Newton Howard.

Ci fosse stato un regista meno modesto di Ross si sarebbe anche potuto evitare il profluvio di inutili primi piani ed una certa confusione di regia, che il montaggio del premio Oscar Stephen Mirrione ha cercato di arginare con grande difficoltà, anche per la necessità di evitare di mostrare quasi tutte le violenze di una gara mortale.

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