The Social Network – La recensione in anteprima

The Social Network ***1/2

Mark Zuckerberg: “I think if your clients want to sit on my shoulders and call themselves tall, they have the right to give it a try – but there’s no requirement that I enjoy sitting here listening to people lie. You have part of my attention – you have the minimum amount. The rest of my attention is back at the offices of Facebook, where my colleagues and I are doing things that no one in this room, including and especially your clients, are intellectually or creatively capable of doing.”

Erica Albright: “You gonna go thru life thinking that girls don’t like you, because you’re a nerd… I want you know, from the bottom of my heart that won’t be true. It would be because you are an asshole.”

Marylin Delpy: “You’re not an asshole, Mark. You’re just trying so hard to be.”

Aaron Sorkin, The Social Network, 2010

The Social Network è il racconto dell’avventurosa nascita di Facebook, la comunità virtuale più importante del mondo, che ha rivoluzionato e continua a rivoluzionare la comunicazione di milioni di persone, tutti i giorni.

Sceneggiato da Aaron Sorkin (Codice d’onore, The West Wing) con straordinario senso del ritmo e girato da David Fincher a passo di carica, come un film d’inchiesta degli anni ’70, The Social Network è un capolavoro di scrittura e dialoghi, di economia narrativa, di clamorose interpretazioni.

La regia di Fincher sempre raffinata, questa volta predilige i campi e controcampi della drammaturgia classica ed un montaggio serratissimo, adatti ad assecondare il brillante script di Sorkin, senza dimenticarsi bellissime ellissi narrative e momenti di pura energia cinetica, come nella gara di canottaggio.

Si racconta che la Sony avesse avuto qualche dubbio ad approvare il progetto, perchè la sceneggiatura di Sorkin era lunga 165 pagine, che in termini cinematografici equivale a quasi 3 ore: Fincher ne ha tratto invece un film di 120 minuti esatti. Questo forse può dare l’idea del ritmo travolgente con cui i personaggi si porgono le battute.

Mark Zuckerberg e Eduardo Saverin, i due co-founder di Facebook sono Jesse Eisenberg e Andrew Garfield: due nomi da tenere d’occhio. Impenetrabile, rancoroso, vendicativo Zuckerberg, socievole, leale, simpatico Saverin, si completano e si assecondano, in un duello/duetto formidabile.

Sono le due facce dell’idea Facebook: la parte creativa ed informatica e quella finanziaria ed economica. Ma sono anche i due volti di un’impresa di successo: quello sorridente e affidabile, assieme a quello introverso e scontroso del sociopatico di genio.

E poi c’è la vera sorpresa del film, Justin Timberlake, nel ruolo di Sean Parker, l’inventore di Napster, capace di assecondare i peggiori istinti di Zuckerberg, ma fondamentale nell’intuire le possibilità infinite di Facebook.

Fincher gli regala un’entrata in scena memorabile, nella stanza di una studentessa di Stanford, che pian piano si rende conto di essersi portata a letto una sorta di leggenda della Silicon Valley.

The Social Network non è un film su Facebook: è un film su di noi, sulla rivoluzione culturale di internet, sul potere del capitale, su una nuova forma di successo imprenditoriale.

Un successo – forse – amarissimo per Zuckerberg, abile a rivoluzionare il mondo della comunicazione, unendo intuizioni proprie e forse sfruttando l’idea originale di tre compagni di Harvard – i gemelli Winklevoss e Divya Narendra – ma incapace di superare una solitudine autoimposta e un costante senso di inferiorità, che si ribalta in feroce aridità, vittimismo, arroganza.

Zuckerberg ha la battuta pronta, ma è sempre, costantemente, quella più crudele e scomoda. Non sembra interessato ai soldi, ma deve affrontare due accuse di risarcimento milionarie.

The Social Network sembra suggerire che l’invenzione di Facebook nasca, almeno in parte, dalla misantropia e dalle debolezze del suo autore.

Ma il ritratto di Fincher non è completamente negativo. Zuckerberg è l’unico ad avere l’audacia di un visionario, è privo di qualsiasi ipocrisia ed è terribilmente sincero, sino ad apparire cinico.

Anche l’illusione della comunicazione continua e permanente con le persone che conosci, nasconde un’incapacità diffusa a vivere davvero i rapporti umani, senza il filtro di internet, degli smartphone, delle ormai obsolete email.

Gli strumenti che dovrebbero facilitarci sono, in fondo, un modo per occultare le proprie inadeguatezze e la propria superficialità.

La fotografia di Jeff Cronenweth  predilige dominanti ocra e gialle: quasi tutto il film è ripreso in stanze chiuse, di sera. Le luci artificiali sono sempre l’unica illuminazione del film. Neppure le scene ambientate in California hanno una luminosità molto diversa: è un mondo chiudo quello che descrive Fincher.

Qualcuno ha accostato la narrazione frammentata e per flashback di Fincher a quella di Rashomon e Quarto Potere. In realtà il regista non sembra tanto interessato a fornire diverse versioni degli stessi fatti, nè a raccontare la storia attraverso differenti punti di vista. E’ sempre Zuckerberg al centro del film ed il narratore onniscente Sorkin si limita ad intrecciare momenti delle due azioni legali, intentate da Saverin e dai gemelli Winklevoss, ai danni di Zuckerberg, al racconto cronologico della nascita di Facebook, dalle origini sino al suo milionesimo iscritto.

Se in qualche modo The Social Network si avvicina al classico wellesiano, lo fa nel dipingere un affresco grande, ambizioso e nel mantenere una straordinaria ambiguità sui motivi che spingono il suo protagonista.

Zuckerberg è ad Harvard per meriti, evidentemente, e non per censo o blasone familiare: non fa parte dei club più esclusivi ed ha una vita sociale limitatissima e fallimentare. Non sappiamo mai quello che pensa davvero.

Lancia il suo primo sito per rivalsa, dopo essere stato brutalmente scaricato da una ragazza.

Poi accetta di collaborare con i Winklevoss, perchè lo invitano finalmente nel loro club studentesco, nel quale non aveva mai messo piede.

Quindi gli ruba l’idea di un network che connetta gli studenti dell’università, perchè intuisce che quello può diventare il “suo club personale”: l’unico a cui sarà mai ammesso.

Infine emargina il socio e amico Saverin, dopo che quest’ultimo è stato accolto nell’esclusivo circolo Phoenix ed ha rifiutato di passare l’estate con lui in California, preferendo studiare a New York.

Ma forse anche perchè capisce che Saverin non è in grado di assecondare l’espansione impressionante del network.

Che sia vero o falso poco importa: Fincher arriva al cuore del paradosso Facebook dopo soli cinque minuti del suo film, lasciando intravvedere qualcosa di autenticamente shakespeariano nel più giovane miliardario del mondo.

Quella del “suo” Zuckerberg può sembrare una rivincita sociale dettata dall’invidia di classe, eppure in una società che si professa aperta e che si dichiara fondata sul mito delle opportunità, il nerd interpretato da Eisenberg si fa spazio assimilando lo stesso spietato darwinismo, che mettono in pratica i suoi “avversari”.

E’ un eroe tragico in fondo, un perdente di successo.

Il film non cerca facili risposte psicologiche e non fa del suo protagonista una vittima incompresa: non c’è una Rosebud in The Social Network, ma certo quel finale aperto è lo specchio di una tardiva vittoria morale ed allo stesso tempo di un dolore, che forse neppure soldi e successo riescono a cancellare.

Non ci sono racconti diversi, ma Fincher intende rispettare la complessità della storia, senza parteggiare per l’uno o per l’altro, limitandosi a dar conto delle diverse reazioni al successo del social network.

Anche i Winklevoss, figli wasp dell’alta borghesia del New England, tutti muscoli e canottaggio, sono raffigurati senza farne figurine bidimensionali.

Memorabile la loro scena con il Preside di Facoltà, che non sembra aver capito nulla della portata innovativa del lavoro di Zuckerberg, ma che ha la sua stessa arroganza e non vuole stare ad ascoltare il piagnisteo di due studenti che parlano di etica: è qui, in questo dialogo tra sordi, che la Storia sembra fare capolino, segnando il passaggio ad una nuova forma di capitalismo.

Come afferma il protagonista, alla fine: The “Winklevii” aren’t suing me for intellectual property theft. They’re suing me because for the first time in their lives, things didn’t go exactly the way they were supposed to for them.

I dialoghi recitati a velocità supersonica dai suoi attori, sono una delle caratteristiche del film, quasi come se ci trovassimo in una screwball di Hawks o Lubitsch.

La primissima scena è esemplare: sin dall’apparire del logo della Columbia, Zuckerberg ed una ragazza di nome Erica, discutono al tavolino di un bar. Lui l’ha invitata ad uscire e spera di impressionarla. Si scambiano battute fulminanti sul fatto che in Cina ci siano più IQ geniali dell’intera popolazione degli Stati Uniti e sulle possibilità di essere ammessi ad un club studentesco. Mark cerca di far colpo, dichiarando di aver ottenuto il punteggio massimo al test d’ammissione e le confessa le aspirazioni a realizzare qualcosa di grande, ma finisce per sminuire il ruolo di Erica ed i suoi studi, mostrando la sua misoginia e le sue insicurezze.

Erica lo abbandona bruscamente, dicendogli che uscire con lui è divertente come fare esercizi di step (“Dating you is like dating a stairmaster!”). Mark, frustrato e deluso torna alla sua stanza in università con un’intuizione brillante e vendicativa: condividere in rete le foto di Erica e delle ragazze del campus, invitando gli altri studenti a votare la migliore.

Da quel momento in avanti il fuoco d’artificio messo in piedi da Sorkin, a partire dal libro di Ben Mezrich, Miliardari per caso, è senza sosta: i personaggi si sfidano, si insultano, si citano, si scontrano, per tutto il film.

La colonna sonora di Atticus Ross e Trent Reznor asseconda nervosamente l’incedere narrativo, senza sentimentalismo e retorica, ma sottolineando tutta la spigolosità di una storia di successo.

I giovanissimi attori scelti da Fincher sono tutti da tenere d’occhio: oltre ai tre formidabili protagonisti, sono bravissimi anche Rooney Mara (Erica), che sta lavorando di nuovo con il regista californiano, nel remake di Uomini che odiano le donne, e Armie Hammer, nel doppio ruolo dei gemelli.

Difficile trovare un difetto in un film così chiaramente capace di respirare l’aria del proprio tempo e di restituirla attraverso le immagini di un film impeccabile, che non semplifica e non cerca happy ending, nè complicità con lo spettatore: nessuno dei personaggi è veramente senza macchia ed il meccanismo di identificazione non è mai usato da Fincher in modo scontato.

Naturalmente The Social Network è anche uno straordinario film sul potere delle informazioni e sul modo con cui siamo stati convinti a fornirle spontaneamente a Zuckerberg e soci: se il protagonista è costretto a rubare le foto delle ragazze dal server di Harvard, per creare la sua prima creatura, poi non ne ha più avuto bisogno. Sono stati gli utenti a riempire i campi di Facebook con immagini personali, pensieri, ricordi, informazioni sensibili: il social network è diventato il certificato della nostra esistenza in vita. E spesso finisce tragicamente per superarla, in un paradosso surreale, grazie all’eternità dei dati che la rete non riesce più a dimenticare.

Non è davvero importante sapere se le cose sono davvero andate così come The Social Network ce le descrive, quando comprendere il meccanismo che sta alla base di uno strumento potentissimo e trasversale. La domanda più importante non è come, ma perchè. A questa Fincher e Sorkin cercano di dare una risposta.

Se non avete un profilo su Facebook e non sapete cosa sia, non vi preoccupate, non è quello che conta. The Social Network ha l’ambizione di andare molto più in profondità, raccontando una storia di amicizia tradita, di avidità, di soldi, sesso e successo.

E’ un racconto universale, che parla a tutti, anche se i billionaire di oggi hanno le facce imberbi di giovani studenti di Harvard e Stanford, che neppure si sono laureati.

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32 pensieri riguardo “The Social Network – La recensione in anteprima”

  1. […] 1. The Social Network (David Fincher) 2. Lo Zio Boonme che si ricorda le vite precedenti (Apichatpong Weerasethakul) 3. Another Year (Mike Leigh) 4. Carlos (Olivier Assayas) 5. The Arbor (Clio Barnard) 6. Winter’s Bone(Debra Granik) 6. Io sono l’amore(Luca Guadagnino) 8. The Autobiography of Nicolae Ceausescu (Andrei Ujica) 8. Film Socialisme (Jean-Luc Godard) 8. Nostalgia for the Light (Patricio Guzman) 8. Poetry (Lee Chang-dong) 8. Il profeta(Jacques Audiard) […]

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