The Bear 5 ***1/2
L’ultimo giorno di The Bear (il ristorante) corrisponde all’ultima stagione di The Bear (la serie). L’incipit della quinta stagione, girata quasi in tempo reale, è potente. Chicago si risveglia sotto una pioggia apocalittica. La storia volge al finale e tutto ha le caratteristiche del dramma. C’è qualcosa di lirico nell’aria. The Bear ha sempre avuto un quid di operistico, complice l’esibita italianità dei personaggi principali appartenti alla disastrata famiglia Berzatto. Le figure che ben conosciamo, Carmy, Richie, Sydney, come tutti gli altri dipendenti, chi depresso e chi giullare, animano il palcoscenico nel nome di una polifonia allegra e cacofonica. L’ambiente è onnicomprensivo, vitale, caotico, claustrofobico. E stavolta la resa dei conti è vicina.
Per zio Jimmy, a corto di liquidità, il destino del locale è segnato. Ha deciso di sbarazzarsene anche se non sa bene quale scorciatoia imboccare. Il timer, un tempo appeso al muro con tutto il suo portato simbolico, è ormai poggiato su uno scaffale. Inverno, freddo, buio. La stagione scorre in una nicchia di tempo sospeso. I flashback sono quasi aboliti e il futuro si dissolve in vaghe promesse fatte di abbracci e parole. Non c’è modo di pensare realmente al domani. I minuti scorrono. Ogni secondo, ovviamente, conta. Il temporale è fuori norma, forse per il cambiamento climatico. O forse perché, quando arriva la fine del mondo, non può essere altrimenti. Non solo le strade della città risultano impraticabili, ridotte a fiumi. Perfino le app sono collassate, al punto da nascondere la reale entità delle prenotazioni per il turno serale.
Sydney, il personaggio cresciuto di più nel corso delle stagioni, attende la sentenza dell’uomo delle stelle che finalmente attesti l’acquisita eccellenza della sua cucina. Al termine della precedente stagione Carmen alias “Carmy” Berzatto le ha ceduto lo scettro. Lo chef, pur talentuoso, ha compreso di non desiderare quella vita, di non poter compensare l’assenza di amore (per il lavoro, per se stesso) con la mera applicazione tecnica e la disciplina, mentre Sydney non vede altro per sé. E davanti a sé. Fornelli, piatti, ricette: non la perfezione, ma la passione fa la vera differenza. La catarsi di Carmy, nella quinta stagione, può quindi dirsi conclusa.
The Bear muore all’alba del giorno dopo, perché ognuno, in qualche modo, rinasce. L’ottimismo conclusivo non ha nulla di stucchevole. L’approdo, semmai, è nel segno di un’acquisita consapevolezza del proprio valore e, soprattutto, della propria collocazione nel mondo. Carmy e Sydney sono uniti da un legame invisibile. Uno riconosce nell’altro qualità che non riesce a trovare in se stesso. La ragazza piombata nel ristorante dei Berzatto armata soltanto di idee, creatività e buone intenzioni ottiene quanto sperava. Da sous chef ha scalato le gerarchie, si è imposta, prendendo infine le redini della brigata. Quella di Carmy non è una resa. Il suo percorso di riflessione interiore si conclude nella scoperta di parole mai pronunciate. L’ammissione della fragilità maschile resta il cuore etico e politico del racconto.
Politico, si, perché la creatura di Christopher Storer, showrunner di The Bear, contribuisce all’operazione, ampiamente diffusa nel presente momento storico, contrassegnato da battaglie culturali frontali, di decostruzione del mito della mascolinità tossica, inserendosi così in un solco narrativo consolidato e recentemente battuto, per restare nell’universo seriale, da Richard Gadd con Half Man. La scelta del ristorante quale contesto ossessivo e inglobante, con le regole militaresche che lo contraddistinguono, è emblematica. Carmy, al termine di una lunga battaglia contro i suoi demoni personali, ammette di non essere tagliato per il ruolo di comandante in capo. The Bear, però, è soprattutto una storia di famiglia che appartiene di diritto all’alta letteratura.
Di famiglie disfunzionali nel cinema (comprese le serie) e prima ancora in letteratura ne abbiamo conosciute tante, anche perché il tema, per sua natura ammiccante, si presta a mille variazioni. Gli incasinatissimi Berzatto, con tutte le ramificazioni psichiatriche del caso, resteranno a buon diritto impressi nella nostra memoria. Inevitabile sottolineare il tocco di classe supplementare, cioè l’aver inserito nel cast l’attrice Jamie Lee Curtis, semplicemente meravigliosa, in qualità di matriarca instabile. In questa stagione la tragedia di Michael, il fratello morto suicida, resta ai margini, non detta, non rivangata, al pari di un qualsivoglia mito conficcato al di là della memoria umana, come un totem sfuggente a qualsiasi rievocazione.
Nell’episodio extra distribuito a maggio abbiamo intuito il peculiare rapporto tra Michael e Richie, il cugino spostato. L’ambientazione di questo mezzo spin-off a Gary, cittadina dell’Indiana un tempo ricca, progredita, ombelicale e ora collassata a scheletro post-industriale, ha rappresentato un felice intermezzo ammantato di nostalgia per futuri mai accaduti. Tra le varie forme di nostalgia, certamente quella peggiore. Il ricordo dei tempi lontani si spegne nel fuoco. Immagini di campi bruciati, una foto scampata alla distruzione, spezzoni di racconto interrotti, misteriosi. E dopo il fuoco, altrettanto imperscrutabile, arriva la piaga dell’acqua. Torrenziale, a secchiate, gettata dal cielo da una mano invisibile. In The Bear il racconto si confronta con gli elementi estremi. I personaggi, sempre stressati, attraversano il lato comico della tragedia umana. Qualcuno si becca in faccia una spruzzata di… merda. Qualcuno sfonda il tetto. Ridere significa sopravvivere.
Gli incidenti in The Bear sono sistematici. Anzi, capovolgendo il concetto, è il sistema stesso, quello dei ristoranti intesi come macchine e per estensione l’intero carillon capitalistico a rappresentare magistralmente l’evento catastrofico nella sua purezza. Le materie prime non arrivano. I fornitori, inghiottiti dal maltempo, scompaiono. La pioggia penetra ovunque. Le pareti marciscono. Si scopre che le fondamenta del ristorante poggiano su un terreno presumibilmente tossico. I camerieri vanno via. I clienti si moltiplicano come in un miracolo evangelico letto al contrario. Nel momento clou, quando non resta che servire il piatto pregiato, a Carmy sfugge la portata dalle mani. Niente di tutto questo abbatte la brigata.
Carmy cerca la bellezza nel caos, pur sapendo che nel caos non c’è niente di buono. Il suo diario/ricettario attribuisce all’arte un ruolo. Disegnare equivale a conoscere. Creare equivale a resistere.
The Bear è una famiglia di fatto, concreta, che sostituisce quella di sangue. Nessuno perde o vince da solo. La creatività è la migliore arma contro la sfortuna. Il gas si spegne, le luci traballano. Pazienza. Nulla è irrimediabile. Se in dispensa manca una brioche, Carmy la inventa con un magico uovo a disposizione: l’ultimo. Ogni piatto è una scommessa sbattuta in faccia al destino. Quando l’agnello delle meraviglie cade a terra, Sydney copre il misfatto grazie a una costoletta grigliata nella coca-cola, ricetta fantastica, insuperabile perché personale, basata su reminiscenze d’infanzia. La cucina è sempre conoscenza, rivisitazione, cultura. Un cavoletto di Bruxelles fritto con la menta eleva Tina, dalle retrovie, a un livello di coscienza artistica superiore. Nel reparto dolci Marcus e Luca giocano ancora all’allievo e al maestro, ben sapendo di essere ormai alla pari.
La corsa contro il tempo è l’architrave ritmica di The Bear. In questa stagione l’ansia dei tre turni costringe la brigata ad acrobazie mai viste. Ogni soldato deve essere nel posto giusto. Bisogna accelerare, anticipare, improvvisare.. Alla porta gigioneggia il solito Richie, in sala spopola la follia controllata di Neil, in cucina Jess è un’accordatrice perfetta. Carmy invita Sydney a concentrarsi sulla musica della padella. Lo sfrigolare dell’olio, il cambiamento graduale dei colori, la trasformazione dal crudo al cotto… La cucina nasce dalla meraviglia. Di più: la cucina è comprensione filosofica del mondo. Anche la geografia dice molto. Focaccia, agnolotti, polenta. Quanta Italia c’è in The Bear?
Sicuramente ci sono l’opera, il melodramma e la tragedia. Molti dettagli, all’apparenza marginali, nascondono piccole verità che compongono un mosaico bizzarro eppure coerente. Il mantra scaccia-nervosismo di Richie è un tentativo di dare alla realtà uno statuto di solidità che altrimenti non avrebbe. L’estasi dell’avventore Mitch e della sua consorte, introdotti nel tempio intimo delle cucine, apre squarci di esperienza quasi religiosa (“non saprei immaginarmi altrove”). The Bear si regge su incongruenze, frammenti di racconto disarmonici, asimmetrie narrative. Perché Marcus ruba i cucchiai? Che significato attribuire alla festa organizzata all’esterno dove non mancano cannabis e cocaina? Che peso dare al progetto di franchising di Ebra? Quanto stonano nell’insieme le elucubrazioni affaristiche di Jimmy e soci?
Il montaggio, rapsodico, a tratti frenetico, si conferma il marchio stilistico della serie. Se The Bear fosse un genere musicale sarebbe qualcosa di simile al jazz. La confusione lavorativa, con le sue accelerazioni impronosticabili, dialoga con la dimensione psichica dei personaggi, per lo più rovinata e disgregata, e ne rappresenta il naturale contraltare. Da qualche parte nel petto di Carmy e degli altri protagonisti maschili c’è un dolore freddo, invisibile, pressante. Sono loro a essere messi in questione: gli uomini. Nessuno di loro può sentirsi legittimamente al sicuro. Perfino Jimmy, il tipico boss italoamericano della porta accanto, ammette di non aver ottenuto nulla di buono in vita sua (“mollare è il problema di questa famiglia”). Il successo sfugge via. Il fallimento per i Berzatto è una tara ereditaria. La decisione di Richie di non disdire nemmeno un tavolo e affrontare l’ignoto è un capitolo personale dell’ennesima sfida con sé stesso. Per dimostrare di non essere un codardo al cugino che non c’è più.
Anche per Marcus, il pasticcere stakanovista appassionato di vecchi film, la serata si annuncia speciale. Ha invitato suo padre al ristorante, per la prima e forse unica volta. L’appuntamento genera tensione. Il gesto del taglio della candela, che nasconde al suo interno il caramello da versare sul dolce appena servito, è uno dei momenti più poetici della stagione.
Natalie Berzatto, detta Sugar, si conferma la signora dei numeri. La verità pende dalle sue labbra: anche nei giorni fortunati, quando The Bear ribolle di clienti fino a scoppiare, i margini di guadagno per ciascun dipendente sono risicati, se non miseri. Richie non scherza nel presentarle una graffetta blu, raccattata per terra, quale esempio pratico della differenza tra profitto e perdita. La quinta stagione porta all’esasperazione la filosofia del dentro o fuori. Basta un nonnulla, una dimenticanza, uno scarto per andare a fondo.
Tina conserva le caratteristiche di donna equilibrata, empatica e materna. Il suo talento cresce nell’ombra e il riconoscimento finale di Sydney, nella sostanza una promozione sul campo, rende giustizia a una vita di sacrifici. Neil affianca alla solita comicità ruffianesca una vena affabulatoria che si rivela decisiva nel saper intrattenere i clienti. Perché un ristorante non significa solo appettiti da soddisfare e portate da servire. The Bear racconta soprattutto l’aura magica dell’attesa, l’incanto delle preparazioni e il dispiacere del distacco quando la cena finisce.
Solo Sydney sapeva della decisione di Carmy. Il segreto dura poco. Ognuno interiorizza la notizia a modo suo. Tutti avvertono che una stagione è finita. Richie si appresta a fare il suo primo viaggio in aereo, destinazione Giappone. Luca torna a Copenaghen. Il sipario cala. Le battute finali sono dedicate a una festa di compleanno. The Bear ha retto cinque anni grazie a un cast straordinario. Ayo Edebiri (Sydney), Ebon Moss-Bachrach (Richie), Abby Elliot (Sugar), Liza Colon-Zayas (Tina), Lionel Boyce (Marcus) e Matty Matheson (Neil) hanno fatto moltissimo. Al centro, il magnetico Carmy, interpretato da Jeremy Allen White.
“Credo che The Bear racconti il bisogno di trovare uno scopo, la resilienza, la capacità di rialzarsi. Sono temi enormi, universali”, ha dichiarato l’attore newyorkese, che ha aggiunto come sia stato incredibile incontrare tante persone profondamente toccate dalla serie. Persone comuni alla ricerca di vita nuova. Come quella di Carmen “Carmy” Berzatto, uomo protagonista, appunto, di una metamorfosi felice.
Titolo originale: The Bear – Season 5
Numero di episodi: 8
Durata: 22 – 60 minuti l’uno.
Distribuzione Disney+
Uscita: 26 Giugno 2026
Genere: Drama, Comedy
Consigliato a chi: conosce verdure di una tonalità vibrante, ha mangiato su un tavolo da gioco, non smette di pensare a un piatto di capesante.
Sconsigliato a chi: crede che McDonald’s meriterebbe una stella, non riesce a dialogare con i dipendenti degli uffici comunali, pensa che l’abito faccia l’idraulico.
Viaggi, letture e visioni parallele:
Tra le varie attrazioni, Chicago ospita il Museo degli scrittori americani.
Tra gli scrittori nati proprio a Chicago, oltre al grande Hemingway, ricordiamo due vincitori del Pulitzer: Studs Terkel (Working, Marietti 1820) e Richard Powers (Generosity, La Nave di Teseo).
A un occhio attento non può sfuggire, tra le padelle fluttuanti e gli scatoloni bagnati di questa stagione, il DVD di Heat – La sfida, leggendario film di Michael Mann del 1995. Diponibile su varie piattaforme.
Sugar Berzatto dixit: dovrebbe essere illegale per una madre avere figlie femmine.
