Cannes 2023. Rapito

Rapito ***1/2

“Non avevo nessun intento ideologico o politico. Sta a chi vedrà il film giudicare, reagire, farsi una propria idea. Non ho mai pensato di fare il film contro il Papa, la religione o la Chiesa. Mi affascinava questa storia, la storia di un delitto, compiuto in nome di un principio assoluto”.

Bologna, 1852. Il piccolo neonato Edgardo Mortara ha la febbre. I genitori ebrei pregano per lui. La balia, preoccupata per il piccolo, compie un gesto imperdonabile.

Sei anni dopo, per ordine dell’Inquisitore, il domenicano Pier Gaetano Feletti, il bambino viene sottratto alla sua famiglia, al padre Momolo e alla madre Marianna, ai suoi fratelli e sorelle.

Un testimone afferma infatti che Edgardo è stato battezzato. La sua anima appartiene a Cristo e non può più vivere in un famiglia ebraica.

Con l’inganno e la forza, il piccolo viene condotto a Senigallia, quindi a Roma e introdotto in un collegio seminarile con altri bambini, alcuni ebrei come lui. Gli viene messa una croce al collo, viene esortato a pregare e a studiare il vangelo, sotto l’ala dell’ultimo Papa Re, Pio IX.

Il caso nel frattempo diventa di dominio pubblico, finisce sulla stampa di mezzo mondo, mettendo il Papa nella condizione di pronunciare il celeberrimo “Non possumus“, affermando ipocritamente di sottomettersi solo alla legge canonica.

I genitori di Edgardo vanno a fargli visita a Roma, provocando uno scontro ancora più forte nell’animo del piccolo protagonista.

Nel frattempo passano gli anni, il Risorgimento bussa impetuoso alle porte della Storia: a Bologna, già liberata dall’influenza papale, Feletti finisce sotto processo per il rapimento del bambino.

A Roma la breccia di Porta Pia trova Edgardo ormai adulto, giovane sacerdote cattolico, irruento con Pio IX così come con il fratello bersagliere, che vorrebbe finalmente riportarlo a casa. Ma il piccolo ebreo bolognese non esiste più, è un’altra persona ormai.

Rapito, scritto da Bellocchio con Susanna Nicchiarelli e con la collaborazione di Edoardo Albinati, Daniela Ceselli e la consulenza storica di Pina Totaro, è un altro straordinario corpo a corpo del maestro piacentino con la religione, la fede, le istituzione ecclesiastiche, con la stessa presenza divina.

Ricordate l’incipit di Vincere, con il giovane Mussolini che per provare al suo uditorio l’inesistenza di Dio, chiede al Signore di fulminarlo entro i successivi 60 secondi e punta un cronometro che scandisce secondo per secondo la suo prova impossibile?

In fondo gran parte della sua lunghissima riflessione cinematografica ruota attorno a quest’interrogativo, un dogma – come ricordato anche in Rapito – che non si può discutere. Si crede oppure no. Non ci sono dubbi di sorta.

E allora è evidente che per un regista che ha riflettuto in modo così radicale su questa domanda, non poteva che essere affascinante la storia di Edgardo Mortara, nato ebreo nella Bologna di metà Ottocento e poi convertitosi al cattolicesimo, senza più porsi altri interrogativi.

Il momento della conversione è quello decisivo: ma non c’è una vera illuminazione, non c’è una chiamata che possa essere mostrata, c’è invece la pratica religiosa quotidiana, imposta a forza al piccolo Edgardo, ci sono la preghiera, le scritture, la liturgia: gli altri seminaristi, i prelati, il Papa stesso sostituiscono la sua famiglia, gli affetti, la scuola e il piccolo mondo borghese.

In questo film severo e inesorabile, sono le due grandi scene con la madre Marianna quelle decisive, quelle capaci di sintetizzare drasticamente il cambiamento: il pianto inconsolabile e il tentativo di ribellione di Edgardo bambino, sedato con la forza; quindi il tentativo meschino e miserabile del prete, ormai adulto, di conversione della madre in punto di morte.

“Sono nata ebrea e morirò da ebrea”, gli risponde Marianna, portandosi la mano sul viso a coprire gli occhi, in un gesto che abbiamo visto più volte nel film e che qui assume un significato non solo religioso ma anche profondamente morale.

Rapito diventa così l’ultima testimonianza del dialogo impossibile di Bellocchio con la religione cattolica e in particolare con le sue istituzioni religiose e temporali, il suo potere, le sue relazioni, la sua influenza nella storia italiana e in quella di molte famiglie e anche della sua.

Come per Bergman il tema della Fede si risolve in modo radicale nella manifestazione dell’esistenza di Dio: ma a differenza del regista svedese a Bellocchio non bastano i silenzi, le domande senza risposta, le attese, il suo è un cinema di provocazioni, di assalti, di bestemmie persino – come dimenticare quella al centro de L’ora di religione?

In particolare sono i simboli che finiscono spesso per essere travolti dalla furia iconosclasta di Bellocchio: i brigatisti si fanno il segno della croce in Buongiorno, notte, qui invece Edgardo nel momento più difficile della sua infanzia sogna di togliere i chiodi dalla croce e liberare Gesù dal suo martirio.

In Rapito Bellocchio cerca di individuare il momento esatto della conversione, ma non lo trova: rievoca persino il momento del supposto battesimo della balia, ma in quelle gocce d’acqua che cadono sulla fronte del bambino non c’è nulla che possa giustificare il futuro tradimento. E allora lo lascia giustamente fuori campo, in modo coerente con la sua idea che la religione non sia scelta o rivelata, ma imposta dalla parola, dal precetto e dalla persuasione, fin da bambini.

E’ in fondo il cardine della difesa dell’Inquisitore Feletti che si giustifica di fronte alla legge italiana affermando di aver semplicemente seguito il codice canonico.

Non meno decisivo nel film il rapporto tra rapimento e reclusione, un altro topos che ha attraversato spesso la riflessione di Bellocchio, da Moro recluso in via Montalcini alla Dalser di Vincere rinchiusa dal fascismo in manicomio, da Suor Benedetta costretta dalle Clarisse in Sangue del mio sangue ai terroristi rinchiusi di Diavolo in corpo, da Angelo nel collegio di Nel nome del padre, al soldato Passeri nella caserma di Marcia trionfale.

Le forme di prigionia sono molteplici e diverse, ma spesso la stessa condizione accomuna prigionieri e sequestratori: la segregazione può essere infatti fisica, ma soprattutto psicologica. E se la prima può essere spezzata dalla liberazione, la seconda invece è più difficile da vincere: quando si è schiavi dei propri dogmi e della propria fede si può rimanere imprigionati per sempre.

Rapito è un film denso, inesorabile, senza ambiguità nè dubbi, netto. L’ultimo tentativo di Bellocchio di fare i conti con il mistero e il sacro, togliendogli ogni aura e ogni sfumatura.

Personalissimo e senza compromessi. Sempre con i pugni in tasca.

2 pensieri riguardo “Cannes 2023. Rapito”

  1. Grazie per l’ottima recensione, direttamente da Cannes. Ne approfitto per segnalare un refuso nell’incipit del post: “Bologna, 1952” quando invece è il 1852.

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