Cannes 2022. Three Thousand Years of Longing

Three Thousand Years of Longing **1/2

Il nuovo film di George Miller, prima di rituffarsi con Furiosa nell’universo di Mad Max, è un’elegia malinconica al potere della parola, del racconto orale.

Tratto dal racconto dell’inglese Antonia S. Byatt Il genio nell’occhio d’usignolo, pubblicato anche in Italia da Einaudi nel 1995, l’adattamento che Miller ha scritto con Augusta Gore è una piccola favola piena di grazia.

La protagonista Alithea è una studiosa di narrazioni, inglese di mezza età, un matrimonio fallito alle spalle, un bambino mai nato. Si trova ad Istanbul per una conferenza quando Gran Bazar vede una piccola bottiglia di vetro blu consumata dalla salsedine. L’acquista subito scoprendo che all’interno si cela un djinn, un genio che è capace di esaudire tre suoi desideri.

Solo che Alithea conosce perfettamente come finiscono le storie di questo tipo, è soddisfatta della sua vita, non desidera ricchezze o potere e prima di esprimere i suoi desideri vuole conoscere la vita del genio che ha di fronte.

Si comincia così dalla Regina di Saba e dall’incanto di Re Salomone, che imprigiona il djinn in una piccola anfora dorata, spedendolo sul fondo del Mar Rosso.

Ci resterà duemila anni, fino a che verrà trovata da una schiava, innamorata del principe Mustafa: la vendetta del Re Muldur IV lascerà inesaudito il ultimo desiderio, intrappolando il Djinn a corte per altri secoli. La piccola anfora verrà trovata da Zefir, un’altra concubina, che assetata di cultura chiederà al genio tutta la conoscenza del mondo e poi anche il dono della matematica, finchè tutto quel sapere non si rivolterà contro di lei, spingendola a chiedere, come ultimo dono di dimenticare per sempre l’esistenza del djinn.

Intrappolato così nella bottiglia di vetro blu che molti secoli dopo arriverà nelle mani di Alithea, la quale dopo aver ascoltato i fallimenti e le storie del passato si è decisa a chiedere al genio una sola cosa. Che si innamori di lei, che la ami e la segua, a Londra.

Ma come in tutte le cose di questo mondo, anche questo desiderio non durerà per sempre…

George Miller usa tutta la sua scatenata immaginazione, per costruire un racconto di racconti sulla natura umana, sulla fragilità dei sogni, sulla natura eterna delle nostre passioni.

Se si accetta la natura fiabesca del film, le sue eccentricità, il suo tono complice e velato di malinconia, si entra in un universo magico, in cui ciascuno può trovare il modo di riflettere sulle proprie scelte, sui propri desideri, sulle proprie emozioni.

Ad accompagnarci in un viaggio fantastico che assomiglia ai libri d’avventure letti da bambini sono due interpreti generosi, intonati, capaci donare al film la sua leggerezza pensante, il suo spirito più commosso e autentico.

Viviamo nella misura in cui siamo reali per gli altri” dice ad un certo punto la protagonista, capace di trasfigurare sempre le storie del djinn secondo la nostra sensibilità di uomini e donne del nostro tempo.

E infatti l’unica cosa che chiede davvero al genio è di potere essere amata, un’ultima volta e per sempre.

Miller è capace di una tenerezza che non diventa mai troppo zuccherosa, ma che vibra di autentica, malinconica consapevolezza.

Il film è un piccolo dono, per chi lo saprà cogliere, un invito a fermare il rumore di fondo della nostra vita, agli affanni per la gloria e il potere, per restituire valore alle parole importanti, ai sentimenti primari, alla solidarietà tra esseri umani.

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”

John Donne, Meditazione XVII, 1624

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