Cannes 2022. EO

EO *1/2

Difficile comprendere perchè il venerabile polacco Jerzy Skolimowski, superati abbondantemente gli ottant’anni, abbia deciso di girare una sorta di remake di Au hasard Balthasar di Bresson, in chiave moderna e animalista.

EO, nome onomatopeico di un piccolo ciuchino da circo, è esattamente quello e forse intende porsi sulla scia del maialino Gunda prodotto da Phoenix, del bufalo di Bella e perduta e della Cow portata a Cannes l’anno scorso da Andrea Arnold.

Raccontata un po’ pretestuosamente dal punto di vista dell’asino, la storia è elementare: liberato dagli animalisti dal circo in cui si esibiva con l’adorata Magda, EO comincia a vagare nella Polonia crudele di oggi: finisce in un maneggio di cavalli dove combina guai e viene allontanato, poi trova rifugio in una famiglia di agricoltori, ma fugge quando Magda lo viene a salutare per il suo compleanno.

Diventa involontariamente la mascotte di una squadra locale di calcio e viene pestato brutalmente dai tifosi avversari. Viene curato e poi finisce in un allevamento di volpi, da dove fugge, quando capisce la crudeltà del proprietario.

Finisce prima su un autotreno destinato a diventare carne di cavallo, quindi in Italia, al seguito di un giovane prete col vizio del gioco e una madre nobile e teatrale con il volto di Isabelle Huppert. Fuggirà anche dalla loro tenuta. Il finale lo lasciamo scoprire a voi.

Il film Skolimowski è afflitto da una musica molesta, costruito su immagini che vorrebbero stimolare e interrogare e che risultano invece sempre prive di senso, tra viraggi al rosso, camere che ruotano a 360°, droni e soggettive: un pugno in faccia al rigore severissimo di Bresson.

Il solo accostamento tra i due film suona sacrilego.

EO è il gesto confuso di un regista che cerca di supportare con le buone intenzioni le sue pessime pratiche. L’innocenza dell’animale a confronto con le stranezze, la violenza e le aberrazioni umane: la morale è fin troppo chiara e risaputa.

Scritto con Ewa Piaskowska sembra il manifesto camp di un animalista esaltato, non certo il lavoro del maestro di Essential Killing, L’australiano, Moonlighting.

Stendiamo un velo pietoso sulla parte italiana con la Huppert al suo minimo storico e Lorenzo Zurzolo imbarazzante e non del tutto incolpevole.

Non c’è davvero nulla da salvare in questo film esaltato e desolante, in cui la ferocia ideologica sottrae il povero asino dalle amorevoli cure della sua partner circense, costringendolo ad una teoria di fughe che non può che finire malissimo.

Un altro film disastroso del concorso di Cannes: ma i selezionatori quest’anno i film li hanno davvero visti?

 

 

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