Midnight Mass: un horror raffinato che parla delle cose ultime e della miseria umana

Midnight Mass ****

L’isola di Crockett: un piccolo pezzo di terra strappato all’Atlantico e mal collegato al Continente. Un luogo separato dal resto del mondo da trenta miglia di mare, sospeso in un tempo che si ripete all’infinito. L’isola di Crockett: una piccola comunità di 127 abitanti, per lo più pescatori che si conoscono e si sopportano l’un l’altro, fedeli praticanti, in gran parte anziani, rassegnati a una vita di sacrifici, senza speranze di riscatto su questa terra e, soprattutto, in questo lembo di terra. Due arrivi sparigliano le carte dell’ordinario: Riley Flinn (Zach Gilford) che torna a casa dopo aver trascorso in prigione quattro anni, scontando una condanna per aver investito, ubriaco, una ragazza; un giovane sacerdote in jeans e camicia, Padre Paul (Hamish Linklater), che si presenta ai fedeli per sostituire l’anziano Monsignor Pruitt, da sempre guida della comunità, ma ormai stanco e malato, costretto a curarsi sul continente dopo un pellegrinaggio in Terra Santa.

Riley, che non riesce a perdonarsi per quello che è accaduto, si riavvicina a Erin Green (Kate Siegel), sua fidanzata ai tempi del liceo, tornata sull’isola dopo aver cercato inutilmente fortuna sul continente. Erin ora vive nella case della madre, ha preso il suo posto come insegnante dell’isola e aspetta un figlio, pur non essendo sposata. Tra i due si crea un rapporto particolare fatto di complicità e condivisione: entrambi sono outsider, entrambi hanno cercato fortuna lontano dall’isola, entrambi sono tornati senza successo e con poche aspirazioni per il futuro. Flynn ha però perso la fede cattolica, mentre Erin continua ad andare in chiesa ed è parte attiva, anche se moderata, della comunità cristiana dell’isola.

Padre Paul dimostra da subito grande familiarità con i fedeli, come se li conoscesse da sempre, il che desta qualche sospetto in Beverly Keane (Samantha Sloyan), parrocchiana fanatica ed ipocrita, il cui comportamento passivo-aggressivo esprime un estremismo religioso che si sente superiore alle altre fedi, come alla religione mussulmana, professata dallo sceriffo dell’isola, Hassan (Rahul Kohli). Bev, che non esita a piegare Dio (e la sua parola) ai propri interessi, scopre il segreto del nuovo sacerdote, ma decide di aiutarlo perché le sembra un’occasione da non lasciarsi sfuggire per sé e per la comunità. Nell’isola infatti stanno accadendo eventi straordinari che raggiungono il loro culmine con la guarigione di Leeza (Annarah Cymone), una ragazza rimasta paralizzata a seguito di un incidente di caccia. Qualcuno inizia a porsi delle domande, specie quando, accanto alle guarigioni miracolose, avvengono delle altrettanto misteriose sparizioni.

Mike Flanagan aveva cercato di sviluppare questo soggetto già nel 2014, quando aveva proposto a Netflix la realizzazione della mini-serie, senza successo. Quel successo che invece è arrivato con Hill House prima e Bly Manor dopo e che gli ha permesso di convincere il colosso di Los Gatos ad investire nel progetto. Midnight Mass è quindi un’opera sentita, in parte autobiografica, che appartiene alla sua poetica per temi sviluppati, per stile di scrittura, per scelte produttive e i tecniche.

I temi cari a Flanagan ci sono tutti: il senso di inadeguatezza sociale che provano i protagonisti, l’alcolismo e la dipendenza, l’ambivalenza dei legami familiari, la religione e, più in generale, il tema della fede e delle domande sulle ‘cose ultime’, la speranza finale che stempera i toni più cupi dell’horror, tanto da portare qualcuno a definire la sua opera “horror umanistico”. Una definizione che ben si adatta a descrivere una scrittura in cui la parte drammatica è rilevante, grazie soprattutto alla cura dei dialoghi, costruiti con una profondità che potremmo, in senso positivo, definire come piuttosto letteraria che cinematografica. Hamish Linklater ha descritto in un’intervista il suo personaggio in questi termini: “… usare questo bellissimo linguaggio e avere questi meravigliosi sermoni da pronunciare è stato elettrizzante”.

Come i temi sono una sintesi della sua poetica, così gli attori sono fidati compagni di strada, con cui Flanagan aveva già lavorato in passato. Non solo la moglie, Kate Siegel alla settima collaborazione con il marito, che interpreta Erin Greene, ma anche Samantha Sloyan, che interpreta Bev, già presente in Hush – il terrore del silenzio e in Hill House. E poi Annabeth Gish che interpreta la Dr.sa Sarah, Robert Longstreet nei panni di Joe Collie ed Henry Tomas, ovvero Ed Flynn: tutti sodali di Flanagan che, ancora una volta, gli garantiscono ottime performance. Non sfigura Zach Gilford (Friday Night Lights), nuova entrata nel gruppo, perfetto nei panni di Riley e subito confermato per la prossima produzione della banda, cioè la serie The Midnight Club.

A livello tecnico ancora una volta è determinante la fotografia, uno degli elementi più riusciti, grazie al lavoro di Michael Fimognari, già collaboratore di Flanagan in Hill House, Doctor Sleep e Ouija: Origin of Evil. In un paesaggio naturale presentato con colori desaturati, si inseriscono senza forzature le visioni espanse degli uomini e delle donne ci cui sensi sono stati incrementati dopo la trasformazione compiuta dai misteriosi poteri di Padre Paul. Il buio acquista sempre più rilevanza, anche a livello cromatico e gli ultimi episodi, quelli più spaventosi, in cui l’intera comunità sprofonda nel fanatismo incontrollabile, sono girati interamente di notte, una notte cupa e scura, illuminata solo dal fuoco infernale degli incendi che divampano ovunque sull’isola. La notte sarà sconfitta solo dalla luce liberatoria e purificatrice dell’alba.

Il racconto del rapporto tra fede religiosa e horror è stato esplorato da numerosi film e serie in questi anni, tanto da poterli catalogare in sotto-filoni specifici: l’horror apocalittico, quello di presenze, di possessione, di comunità, quello con religiosi come protagonisti, etc. Ancora una volta però, come spesso accade con Flanagan, l’horror non si presenta come intrattenimento fine a se stesso, ma come strumento narrativo per raccontare qualcosa: “Il genere horror ci dà l’opportunità di guardare dentro di noi, osservare chi davvero siamo, cosa ci spaventa e cosa ci mette a disagio, come individui e come comunità. E’ un mezzo così potente!” ha dichiarato recentemente l’autore. In questo caso l’horror racconta soprattutto del rapporto tra gli uomini e Dio, con una prospettiva coraggiosa che affronta tematiche escatologiche.

Nella produzione di Flanagan inoltre l’elemento sovrannaturale si trova sempre intrecciato con quello umano, sia esso rappresentato da una casa, da una famiglia o da una comunità. Il male trova la propria dimora in mezzo agli uomini perché, per dirla con il Vangelo secondo Giovanni “Gli uomini preferirono piuttosto le tenebre alla luce” (Giovanni, III, 19).

L’esito è una serie stilisticamente elegante, evocativa, che va assaporata con intenzionalità. In particolare l’alternanza tra lunghi dialoghi/monologhi (quello tra Kate e Riley è memorabile) e colpi di scena emozionanti quanto improvvisi può essere gustata pienamente solo se siamo consapevoli che la parte dialogata non è un orpello, ma è essenziale perché la storia possa dispiegare appieno il proprio sapore. Che non è quello di un horror tradizionale. In Midnight Mass la parola, gli sguardi, la luce giocano un ruolo fondamentale per immergerci nel mondo dei protagonisti, per assaporare il loro universo interiore, per amarli.

Titolo originale: The Midnight Mass
Durata media degli episodi: 55 minuti
Numero degli episodi: 7
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Horror, Drama.

Consigliato: a chi è interessato alla profondità ed è alla ricerca di una serie non convenzionale. Insomma a chi ama Mike Flanagan e la sua particolare via al genere horror.

Sconsigliato: a chi si aspetta un horror canonico, pieno di azione e scene agghiaccianti.

Visioni parallele: oltre naturalmente alle precedenti opere di Flanagan, in particolare Hill House consigliamo un’altra storia horror di assoluto valore, in cui riecheggiano egualmente gli echi di una pandemia incontrollabile: Kingdom.

Un’immagine: la serie è ricca di numerose immagini iconiche e quindi è difficile sceglierne una sulle altre. In particolare il finale è ricco di suggestioni perché conclude l’arco narrativo di molti personaggi e lo fa in modo sontuoso, sulle note di un celebre inno cristiano, lasciando spazio a ciascun personaggio di affrontare la morte in modo diverso. Vorremmo però fare un passo indietro a quando ed Flynn ritrova la moglie Annie (un’ottima Kristin Lehman) e guardandola negli occhi le dice di non essersi abbandonato a compiere gli atti terribili degli altri, anche se ne sentiva l’impulso, anche se stava morendo di fame. Egli rimarca la propria differenza, con umiltà e consapevolezza. Ma quando i due vedono una ragazza braccata, catturata e mangiata viva e non fanno niente per salvarla, lo spettatore percepisce tutta la fragilità di una posizione passiva che, pur mantenendo la propria dignità, non si adopera in alcun modo per cambiare la realtà. A volte ci sono battaglie da combattere, anche se si sa benissimo di perderle.

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