Kingdom 2. Tra pandemia e sete di potere, una delle migliori serie horror dell’anno

Kingdom 2 ****

La seconda stagione della serie horror coreana Kingdom riparte in modo spiazzante perché non riprende immediatamente la narrazione da dove ci eravamo lasciati un anno fa, ma, con un salto temporale nel passato, ci rivela sorprendenti novità sull’epidemia che sta mettendo in ginocchio il Paese.

Siamo nella tarda età Joseon, sul finire del XVI secolo, nel periodo a ridosso degli attacchi del Giappone alla penisola coreana (1592-1598). Nel territorio coreano si è diffusa una malattia che riporta in vita i morti e li trasforma in mostri assetati di sangue. Come se non bastasse la situazione politica è particolarmente travagliata: il clan Haewon Cho, a cui appartengono sia la nuova moglie dell’Imperatore che il Primo Consigliere, ha ordito una macchinazione per mettere fuori dai giochi per la successione al trono il principe ereditario Lee Chang (Ju Ji-hoon). Questi, accusato di tradimento, è costretto a fuggire dal Palazzo Reale e si ritrova in prima linea ad affrontare una battaglia  inaspettata: un vero e proprio esercito di morti viventi assetati di sangue.

Grazie alle indagini condotte dalla dottoressa Seo Bi (Doona Bae) abbiamo scoperto che l’origine della pandemia risiede in una pianta che cresce in una valle isolata. La pianta riesce a vivere solo a temperature molto basse e questo sembra poter spiegare perché i contagiati sono costretti a fermarsi allo spuntar del sole: temono il caldo. Nel finale della prima stagione vediamo però che con l’abbassamento invernale delle temperature gli infetti non temono più i raggi del sole e questo complica ulteriormente la resistenza condotta dal principe ereditario e dai suoi uomini.

All’inizio della seconda stagione scopriamo che il nobile generale Ann Hyun (Jun-ho Heo), protagonista dell’eroica resistenza dell’esercito e del popolo coreano contro gli attacchi dei Giapponesi, nasconde un terribile segreto: sono stati proprio i più alti funzionari civili e militari del Regno a diffondere l’epidemia, per poter così sfruttare la forza devastante ed inarrestabile dei non morti contro l’esercito giapponese e liberare il Paese dagli invasori.

Nel corso della vicenda il nobile Ann troverà il modo di riscattarsi per il proprio errore, mentre Cho Hak-Ju (Seung-ryong Ryu), Primo Consigliere e capo della famiglia Haewon Cho, continuerà a ritenere di aver fatto quanto necessario per salvare il regno, in osservanza ad una Ragion di Stato che non considera alcuna obiezione di ordine etico o morale.

Una delle peculiarità di questa serie è proprio la capacità di intrecciare il tema del potere con il racconto della pandemia. La lotta che il principe ereditario combatte ha due antagonisti: la giovane regina consorte Cho Beom-il (Kim Hye-jun) ed il Primo Consigliere che peraltro è anche padre della ragazza. Entrambi spietati e senza vincoli morali, rispondono però a due diversi principi: il potere come affermazione personale per la regina Cho; il potere come espressione di quella stabilità in terra che può essere garantita solo da chi ha il mandato celeste e cioè la famiglia reale per il ministro Cho Hak-ju. Se la regina è disposta a ‘prendere il figlio di una plebea’ per garantire la successione al trono e mantenere il potere, questo non può essere accettato da Cho Hak-Ju per cui la presenza del sangue reale nelle vene di chi regna è un requisito a cui non si può rinunciare, pena il crollo dello Stato. Ad entrambi risponde il Principe Ereditario Chang che contrappone lo spirito confuciano e la regola aurea della responsabilità verso il popolo: “La gente venera il cibo come un Dio e un re deve servire il suo popolo allo stesso modo”. E’ il manifesto di un mandato celeste che non si esaurisce in se stesso, in una forma di difesa della propria posizione e del proprio clan, ma che trova legittimazione dallo svolgimento del proprio ruolo in modo responsabile ed esemplare. Siamo nel cuore della millenaria tradizione confuciana.

Il principe ereditario cita quindi il Libro degli Han Anteriori, un classico della storiografia cinese che copre il periodo di regno della dinastia Han, tra il 202 a.C. ed il 9 d.C. ed esprime con il suo comportamento il massimo rispetto per i valori tradizionali e cioè l’amicizia (la scena del commiato dalla sua guardia del corpo Moo Young è emozionante) e soprattutto la devozione ai genitori che è il modello che il popolo deve seguire nei rapporti con il proprio sovrano. Lee Chang mantiene vivo il ricordo del padre e dei suoi insegnamenti e nel finale non esita a dichiararsi colpevole di aver preso la drammatica decisione di decapitarlo, nonostante non avesse altra scelta dato che il virus lo aveva ormai in suo potere. Anche la Regina consorte fa appello alla devozione ed al rispetto dovuto verso il suo ruolo (di madre acquisita innanzitutto), ma questo richiamo è un guscio vuoto e come tale resta inascoltato non solo da Chang, ma anche dagli altri nobili e dignitari del palazzo. Lo spirito confuciano è pervasivo e non riguarda solo la sfera pubblica: a riguardo notate la bellezza essenziale delle porcellane bianche, preferite a qualsiasi altra porcellana dell’epoca per rappresentare i valori cardini dello stato, la frugalità dei costumi, il pragmatismo, l’essenzialità dei comportamenti.

La seconda stagione dello show conferma quanto di buono visto ed apprezzato nella prima, con un ritmo ancora più incalzante e la capacità di spiegare e di dare coerenza complessiva anche agli avvenimenti che erano apparsi poco chiari nella stagione precedente. Il mondo in cui ci immerge la rappresentazione è coerente, affascinante e ricco di sfumature. Tra i personaggi, quello che emerge maggiormente è Cho Beom Pal (Suk-ho Jun), membro del clan Cho che nella prima stagione ci era parso a tratti uno stereotipo macchiettistico, uno di quei personaggi-spalla adatti a stemperare il tono drammatico della vicenda con il loro comportamento a tratti ridicolo. Fragile ed inadatto a svolgere ruoli di comando, era pur sempre un membro del clan Cho e questo lo metteva in una posizione delicata, soprattutto per l’affetto che provava verso una donna forte e risoluta come il medico Seo Bi. In questa seconda stagione il suo personaggio vive un vero e proprio ampliamento del campo d’azione a cui si associa una maggiore varietà di comportamenti, anche coraggiosi e di forte impatto morale, a favore del principe erede al trono. Permane un sottofondo di ironia, ma essa viene stemperata e quindi resa più efficace, da un contesto di impegno e sacrificio che rende il personaggio particolarmente vicino allo spettatore per la sua umanità, per il suo essere costretto a confrontarsi con cose più grandi di lui.

La regia di In-je Park (Moby Dick) e di Seong-hun Kim (A hard day) regala il suo meglio nella rappresentazione degli scontri, ma certamente il momento di maggior ricchezza, anche visiva, lo abbiamo con la battaglia all’interno del giardino di Palazzo Imperiale, sul lago ghiacciato, nel sesto episodio. Il senso di oppressione, il buio interrotto solo dalle luci delle fiaccole, l’ansia creata dall’attesa di qualcosa di indefinito, il coraggio di guardare negli occhi la morte: per molti aspetti questo momento ci ha ricordato la Lunga Notte dello scontro di Grande Inverno con gli estranei di Game of Thrones.  In questa stagione impressiona la capacità di governare il tempo, con salti nel passato gestiti in modo sintetico ed efficace: significativo quello posto all’inizio del terzo episodio che ripercorre nel dettaglio la scelta del generale Ahn e di Cho Hak-Ju di sacrificare un intero villaggio per creare dei mostri in grado di fronteggiare l’esercito giapponese; di grande intensità emotiva il flashback del quarto episodio che racconta l’inizio dell’amicizia tra Lee Chang e la sua guardia del corpo, scoperta a rubare chicchi di melograno e biscotti. Forse le fasi finali avrebbero meritato un po’ più di tempo, per essere gustate appieno dallo spettatore: la compressione delle vicende nel sesto episodio è l’unico appunto che ci sentiamo di sollevare allo showrunner Kim Eun-hee.

Al di là della straordinaria qualità visiva dello show e della capacità di coniugarla ad una rappresentazione senza cadute di tensione, è rilevante l’attualità della serie. L’invasione dei non morti viene soprattutto vista come un’epidemia e in questi termini considerata e studiata dalla dottoressa Seo Bi: deriva dalle uova presenti su di un particolare tipo di fiore che quando si schiudono fanno nascere dei vermi che raggiungono il cervello dei defunti e lo stimolano verso il nutrimento, cioè la  carne umana. Se la malattia nasce in natura, essa diventa pandemia a causa dell’azione degli uomini, dalla loro sete di potere e dal loro desiderio di andare oltre i propri limiti, un tema molto frequentato dalle serie Tv del nuovo secolo: sia esso il superamento dei vincoli morali (Breaking Bad, Tin Star), di quelli legati alla personalità (Legends o Le regole del delitto perfetto), corporali (Altered Carbon), tecnologici (Black Mirrors) o legati alla percezione della realtà (Westworld). In una parola andare oltre all’idea di uomo che abbiamo, espanderla fino a rompere i confini che l’evoluzione della specie ci ha consegnato. Ma se è vero che il limite è fondamentale per capire l’essenza di qualsiasi cosa, andare a scardinare i limiti dell’umanità, espandendoli oltre le misure che la natura e l’evoluzione ci hanno affidato, vuol dire in qualche modo anche perdere l’essenza dell’uomo, la sua umanità. Un rischio che affronteremo sempre più spesso negli anni a venire e che può assumere diverse sfumature, tra cui quella di perdere consapevolezza della propria fragilità, della vulnerabilità della nostra esistenza e quindi a maggior ragione anche delle nostre culture, della nostra civiltà, delle nostre economie.

Nello specifico, il nemico da affrontare e verso cui ribadire il senso della nostra umanità, in questa serie TV come nella quotidianità è la pandemia.

Kingdom sembra suggerire che la via da percorrere per sconfiggere il nemico passa dagli affetti umani (tra il Principe ed i suoi collaboratori si crea un legame fortissimo), dalla coesione, dalla riproposizione di valori antichi, come lo spirito di sacrificio. In tanti nella serie si immolano eroicamente per consentire a Lee Chang di proseguire il suo percorso e di arrivare a salvare il Regno. Valori che assumono un respiro più ampio se visti alla luce della storia: in diverse occasioni lo sguardo della serie ci rimanda agli antenati della famiglia reale come fonte di ispirazione. Per la cultura orientale la via maestra per l’armonia è la continuità con chi ci ha preceduto. Un rapporto sacro che trova espressione nei riti verso gli antenati e nel rituale sociale. Entrambi espressioni di un profondo senso del limite. Il rito è composto da passi ben precisi che vanno custoditi e tramandati attraverso le generazioni. Ogni gesto ha un valore ed un significato che non deve essere disperso e pertanto le prescrizioni vanno osservate scrupolosamente. E’ con il ripristino della ritualità, con lo svolgimento di cerimonie sacre e di ricordo dei defunti dell’epidemia che il nuovo sovrano ristabilisce l’unità nel Regno e lancia una speranza per il futuro. I rituali sociali sono altrettanto importanti perché esprimono il rispetto della comunità per i ruoli oltre che per le persone. Rispettare i ruoli significa anche fare fino in fondo quello che il proprio ruolo sociale richiede, come ricordato dal Libro degli Han.

Alla fine della visione qualcosa ancora sfugge e non potrebbe essere diversamente, non solo per esigenze produttive dello show, ma anche e soprattutto perché l’epidemia non è ancora vinta.

La battaglia, come del resto nella nostra travagliata quotidianità, è ancora in corso.

Titolo originale: Kingdom
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: dramma, horror

Consigliato: a chi ama gli horror ricchi di azione, costruiti su di un solido sfondo storico e con personaggi complessi.

Sconsigliato: a chi in questo periodo non vuole proprio sentir parlare di infezioni, pandemie e medici che rischiano la vita. Almeno quando guarda una serie Tv. Sconsigliato anche a chi non ama i sottotitoli: la serie è rilasciata in lingua originale.

Visioni parallele: il webcomic manga ‘The Kingdom of the Gods’ scritto da Kim Eun-hee e disegnato da Yang Kyung-il.

Un’immagine: la sigla, iconica e di per sé in grado di riassumere molti elementi della serie: come una raffinata ritualità, simbolo di una civiltà millenaria, possa venire limitata e stravolta dalla malattia e dalla sete di potere degli uomini, ma come essa rappresenti un tassello importante da cui ripartire per ribadire i valori umani principali.

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