Kingdom: un horror in costume tra oriente ed occidente

Kingdom ****

Siamo In Corea, durante il periodo Joseon (1392-1897) e dai riferimenti agli scontri con il Giappone si evince che indicativamente le vicende rappresentate avvengano intorno al 1600 quando le navi giapponesi arrivarono a conquistare Hanseong (l’odierna Seul) e furono respinte solo grazie all’abilità dell’ammiraglio Yi Sun-sin e alla sua idea di creare le prime navi corazzate.

In questo sfondo il giovane principe Chang (Ju Ji-hoon già Moon Sun-Mo in Asura: The city of madness) deve scoprire cosa è successo al padre  (e sovrano) e nel contempo salvare la propria posizione di erede al trono dagli inganni orditi dal primo ministro Cho Hak-ju (Ryu Seung-ryong) e dalla regina consorte e poi reggente (Kim Hye-jun). Si ritrova così costretto ad allontanarsi dal palazzo reale e ad intraprendere un viaggio attraverso il Paese in compagnia della guardia del corpo Moo-Young (Sang-ho Kim).

Quello che sembra un itinerario volto alla propria salvezza diventa una vera e propria missione quando il principe scopre che nel Paese, già scosso da carestie e messo in ginocchio dalla cattiva amministrazione del clan Cho è in corso una pandemia che trasforma alcuni cadaveri in ‘non morti’ pronti ad uccidere tutti i vivi.

L’erede al trono affronta un percorso che lo fa maturare e lo rende a tutti gli effetti degno del trono perché si misura con le avversità quotidiane del suo popolo ed è pronto ad assumere il comando e rischiare la propria vita per proteggerlo. Nella sfida contro il male è accompagnato anche dalla Dott.ssa Seo-bi (Bae Doona, già Sun Back in Sense8 e Han Yeo-Jin in Stranger).

La vicenda è un felice connubio tra dramma coreano in costume e horror. Lo sfondo storico serve soprattutto come atmosfera, ma certo alcuni personaggi sembrano richiamare con precisione i personaggi storici del periodo. Va detto che la dinastia Joseon  è stata in più occasioni al centro delle attenzioni di cinema e televisione sudcoreana, tra cui la serie Jeong Do-jeon che raccontava la vita di uno dei politici più influenti al tempo del primo sovrano della dinastia. Negli ultimi anni anche il tema degli zombie è stato sdoganato in oriente con prodotti come Train to Busan di Yeon Sang-ho, mentre  film come Rampant di Kim Sung-hoon hanno unito il tema delle creature della notte con la cornice d’epoca.

Niente di nuovo insomma. Non è tanto l’ibridazione, peraltro ampiamente diffusa e prerogativa della serialità televisiva, quanto piuttosto sono la durata e la mancanza di una trama amorosa a rappresentare una novità. Tra le caratteristiche più diffuse dei prodotti coreani c’è proprio l’ampia durata, con una programmazione che arriva a coprire una ventina di serate a stagione e con episodi che superano l’ora. La presenza di almeno una sottotrama amorosa è poi una costante a cui risulta difficile rinunciare, per gli autori come per il pubblico coreano.

Questa produzione originale Netflix è però pensata per un pubblico globale, unendo alcune caratteristiche tipiche delle produzioni orientali (dramma storico in costume, intrighi di corte) con altre invece di natura più propriamente occidentale (il tema degli zombie, la durata ridotta, la critica feroce a come viene esercitato il potere). Certamente Netflix ha fatto un investito importante, con un budget rilevante (circa 1,78 milioni di dollari ad episodio) e un cast di prim’ordine che presenta attori già affermati come Bae Doona e Ryu Seung-ryong.

La qualità del resto è subito evidente, non solo nell’accuratezza delle ricostruzioni storiche, ma anche nella rappresentazione del ritorno in vita degli zombie. C’è poi un diffuso gusto scenografico e non mancano inquadrature di livello estetico quasi pittorico a cui si somma una scelta cromatica sempre molto curata e basata sulle contrapposizioni tra i nobili (vestiti coloratissimi e preziosi) e i poveri dei quartieri fangosi (scala tonale di grigio e abiti cenciosi). In mezzo si trovano i soldati del nobile Ahn Hyeon che aiutano il principe ereditario: essi presentano abiti bianchi, come a marcare una differenza da entrambe le posizioni. Il loro nemico in questa prima stagione è rappresentato dai non morti.

La scelta della fotografia è di utilizzare anche di giorno tonalità fredde e a bassa saturazione con un’ambientazione invernale in cui la lussureggiante natura coreana appare spoglia e desolata. L’intento è quello di rendere evidente lo stato di spoliazione in cui si trova il Paese e di cui il principe ereditario si rende conto solo a seguito del proprio viaggio fuori dal palazzo.

Gli zombie sono solo una forma della “fame” che pervade la Corea: fame di pane, ma  anche di giustizia: “Volevo rappresentare quel periodo affamato e lacerato attraverso gli zombie” ha dichiarato lo sceneggiatore, Kim Eun-hee.  Il sovrano trasformato in uno zombie assetato di sangue che non esita a sbranare tutti coloro che gli si avvicinano è una metafora della crudeltà del potere che non necessita di grandi spiegazioni, ma che certamente è più consueta ad una mentalità occidentale che ad una orientale. La critica rivolta agli studiosi confuciani, fatta dai membri del Clan Cho invece è chiaramente strumentale e non sembra rispecchiare un giudizio reale di condanna verso una delle colonne del sistema politico asiatico.

I più attenti alle vicende contemporanee avranno notato come la separazione che si viene a creare tra Nord e Sud del Regno sembri richiamare la situazione di tensione che si vive oggi tra le due Coree, così diverse sebbene così vicine.

La visione è sempre piacevole, alleggerita quando serve dall’ironia fornita soprattutto dai personaggi-spalla e cioè dalla guardia personale del principe Moo-younge e dal Magistrato Cho: non solo necessità drammaturgica  (in una storia così intensa e ricca di pathos è fondamentale per non rischiare di cadere in un eccesso di serietà), ma anche uno degli stilemi del cinema coreano (si pensi a Memories of Murder).

Il meccanismo narrativo creato da Kim Eun-hee (autore del popolare drama tvN Signal) è a rilascio graduale e conserva per l’ulitmo episodio due sorprese, una riguarda la giovane regina reggente e una gli zombie. Entrambe faranno certamente discutere i fan in attesa della nuova stagione: il finale è infatti assolutamente aperto e lascia intendere che l’arco temporale di sviluppo della storia sia appena incominciato.

Prepariamoci quindi ad una movimentata seconda stagione, le cui riprese sono iniziate nel mese di Febbraio e che non vediamo l’ora di gustare.

Titolo originale:  Kingdom
Numero degli episodi: 6
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO:  Ai passisti, a quelli che, senza fretta, sanno godere del percorso e non devono per forza arrivare ad una tappa per sentire di aver speso bene il proprio tempo. Agli amanti dell’horror che cercano qualcosa di diverso dalle solite ambientazioni apocalittiche.

SCONSIGLIATO: A chi preferisce serie con un finale di stagione se non pienamente concluso, almeno parzialmente. A quanti non hanno voglia di vedere una serie in lingua originale con i sottotitoli, specie se la lingua  è molto lontana dalla propria.

VISIONI PARALLELE:

Train to Busan di Yeon Sang-ho. Questo action-horror del 2016 è stato un inaspettato, ma significativo successo commerciale per il cinema coreano, con oltre dieci milioni di biglietti venduti e i diritti acquistati da oltre 150 Paesi. La trama racconta di un’epidemia zombie che si diffonde alla stazione di Seul nel treno verso Busan, una delle principali città portuali della Corea del Sud. Condividiamo gli sforzi dei passeggeri per arginare l’epidemia e restare umani.

Rampant di Sung-hoon Kim. Questo film del 2018 racconta di una battaglia senza esclusione di colpi per la sopravvivenza degli uomini contro zombie/demoni della notte. Ambientato proprio nel periodo Joseon  la qualità della ricostruzione storica rappresenta un valore aggiunto per questa pellicola in cui il principe Lee Chung dimostra tutta la propria abilità con la spada in numerosi ed avvincenti duelli per liberare il Regno dall’orrore. Sull’onda del successo di Train to Busan con la variante storica, un indubbio valore aggiunto.

UN’IMMAGINE:  il sole che sorge e che tramonta sulla natura desolata del Dongnae: il paesaggio richiama la disperazione in cui si trova il popolo ed il sole sembra l’unica speranza di sollievo, anche se parziale. Non c’è spazio per lirismo ed emozione, ma solo la necessità di confrontarsi con un paesaggio aspro che non fa alcuna concessione agli uomini.

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