Tornare a vincere – The Way Back

Tornare a vincere – The Way Back *1/2

L’ottavo film del newyorkese Gavin O’Connor, il secondo consecutivo con protagonista Ben Affleck, è un dramma sportivo ambientato nel mondo della pallacanestro delle high school.

Non è un argomento inedito per O’Connor che già con Miracle nel 2004 aveva raccontato la vittoria olimpica nel 1980 della squadra americana di Hockey contro i sovietici, mentre con Warrior, probabilmente il suo film più noto, aveva raccontato il mondo delle MMA nel 2011.

Prim’ancora che si veda il titolo del film, Jack Cunningham, il suo protagonista, che fa l’operaio edile in un grande cantiere stradale, si è scolato tre birre, dopo il lavoro guidando in auto, al bar dove è solito passare le serate, quindi la mattina, sotto la doccia!

E’ il Thanksgiving e a casa della sorella arriva da solo e in ritardo. La sua vita sta deragliando completamente. Scopriremo solo dopo alcuni dei motivi.

Quando torna a casa trova sul cellulare una chiamata della sua high school, la Bishop Hayes.

Jack è stato da ragazzino una leggenda della pallacanestro locale trascinando la piccola scuola ai playoff. Il vecchio coach ha avuto un infarto e vogliono che lui alleni la squadra, che se la passa malissimo.

Dopo essersi scolato una quantità di birre che avrebbero steso chiunque, cercando un buon modo per rinunciare, alla fine Jack decide di accettare.

Conosce così i ragazzi, l’introverso Brandon, il migliore, lo sbruffone Marcus, il rubacuori Kenny e il buffone Chubby.

Pian piano forgerà una squadra, sfruttando le loro debolezze, solo che la sua vita privata rimane un disastro: separato dalla moglie da circa un anno, dopo aver perso il loro unico figlio per un tumore.

Quando finalmente con le vittorie, anche i suoi problemi sembrano passare in secondo piano, l’illusione non dura a lungo.

Bambini, Cancro, Alcolismo, Morte, Padri difficili, Rivalsa sportiva: non manca nulla nel film di O’Connor.

Troppo. Troppo. Troppo.

Ci sarebbe voluta una delicatezza sconosciuta al regista, che invece sin dalla prima scena abbonda con primi piani, musica straziante, e prosegue con rallenty, lacrime, morte.

Tutto è carico di una tale enfasi, che alla fine stanca persino i più emotivi. Il tentativo di essere edificante ed esemplare a tutti i costi, spinge il film verso toni insopportabilmente patetici.

Per Ben Affleck è il film del ritorno dopo il rehab e la fine del suo impegno con Batman. Ed è evidente che abbia scelto questo personaggio con spirito autobiografico. Ma non è il rispecchiarsi di arte e vita, a garantire l’efficacia di un ruolo.

In questo drammone, che usa la leggerezza di un elefante in una cristalleria, ci si sente sempre manipolati: il racconto non ci risparmia nulla e trascina il suo protagonista in una sorta di via crucis, in cui non sembra tanto il destino ad infierire, quanto la volontà dello sceneggiatore Brad Ingelsby (Il fuoco della vendetta, Run All Night).

O’Connor certamente ci mette una direzione sciatta, di puro servizio, tagliata con l’accetta, con quella idea tutta americana di voler sempre sottolineare ogni passaggio con la matita blu, per il timore che anche l’ultimo in sala non abbia capito bene.

Retorico.

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