Cannes 2021. Titane incredibile vincitore. Marco Bellocchio Palma d’Onore

Spike Lee voleva fare la storia a tutti i costi.

Il primo presidente afroamericano della giuria di Cannes doveva premiare un film esemplare.

Ventotto anni dopo Jane Campion, ha scelto così di premiare un’altra donna, Julia Ducourneau, con la Palma d’Oro di Cannes 74.

Era ora, verrebbe da dire. I premi ideologici sono magari discutibili, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Solo che Titane, in fondo alla classifica internazionale dei critici, alla nostra e a quella di molti altri è un vincitore francamente mal scelto.

Amato incomprensibilmente da una parte della jeune critique, che forse nella sua vitalità maschia ha scovato qualche qualità che noi non abbiamo visto, era uno dei cosiddetti film-scandalo della rassegna, una sorta di body-horror sgangherato, che rimastica fuori tempo massimo ossessioni cyberunk, cronenberghiane e bessoniane, con il surplus immancabile della fluidità tra i generi.

Un film disastroso, che la stessa regista ha definito imperfetto, ritirando una Palma del tutto priva di meriti, per un lavoro che unisce una prima parte iperviolenta, in cui una serial killer uccide sulle note di Caterina Caselli (Nessuno mi può giudicare!) e fa l’amore con una Cadillac, rimanedone incinta, ad una seconda, in cui si ricostruisce tra i personaggi il simulacro di una relazione paterna.

Una relazione che si conclude però, come ha scritto lucidamente Peter Bradshaw sul Guardian, nel modo più tradizionale possibile, con la riconferma dei soliti ruoli.

C’è più cinema in 30 secondi di Crash, che in tutto Titane. Ma tant’è.

La Ducourneau ha pronunciato un bel discorso, commosso e indovinato, ringraziando la giuria di aver lasciato entrare i mostri nel concorso di Cannes. Il suo film ci è parso poca cosa, ma concediamoci il beneficio del dubbio. Nell’abbuffata festivaliera, potremmo anche aver interpretato male le sue provocazioni.

Spike Lee peraltro lo ha annunciato per sbaglio all’inizio della cerimonia, con una gaffe che rimarrà negli annali e ha rovinato interamente la suspense della serata.

Paolo Mereghetti sul Corriere invita a farsene una ragione, ormai avvezzo a troppi palmares sbagliati a Cannes e a Venezia: “Forse c’era da aspettarselo. Una delle giurie peggio congegniate degli ultimi anni ha prodotto un verdetto ambiguamente ecumenico e fintamente moderno. «Titane», la Palma d’oro, non è la novità che molti hanno voluto vedere: Cronenberg ma anche Lynch e persino il dimenticato (dai premi) Verhoeven hanno fatto meglio e prima. E quanto a «fluidità» e «gender», il film non si mette al loro servizio ma piuttosto li usa per gratificare quel pubblico che Virginia Woolf definì middlebrow, pronto a seguire le mode senza davvero confrontarvisi. Pazienza, non è la prima volta che il tempo farà giustizia di un verdetto sbagliato”.

Peccato perchè il resto dei premi è decisamente indovinato sia pure con troppi ex aequo, segno di una giuria divisa: Grand Prix a Farhadi e Kuosmanen, con il premio per la regia a Leos Carax, con Caleb Landry Jones (Nitram) e Renate Hansen Reinsveen (The Worst Person In The World) migliori attori e Drive My Car migliore sceneggiatura.

Peccato anche perchè la premiazione era cominciata con la Palma d’Onore, che Paolo Sorrentino ha consegnato a Marco Bellocchio, chiamandolo “il più importante e giovane regista che abbiamo in Italia”.

Bellocchio ha ringraziato con poche sentite parole e con la solita asciuttezza:  “Venendo qui ho pensato che le cose che ho fatto: quelle riuscite hanno sempre combinato due concetti l’immaginazione e il coraggio. L’uno e l’altro sono necessari nel nostro mestiere. Il pittore, dipinge in casa, lo scrittore pure… il regista deve avere coraggio. Mi accorgo che le cose di cui sono più soddisfatto sono state fatte con un atto di coraggio: se l’ispirazione non si scontra con una realtà che spesso è ostile, che si oppone, non può trasformarsi in immagine”.

Tutti i vincitori e i link alle nostre recensioni:

Palma d’Oro

Titane di Julia Ducournau

Grand Prix Speciale della Giuria

A Hero di Asghar Farhadi ex aequo Compartment No. 6 di Juho Kuosmanen

Prix d’interprétation masculine

Caleb Landry Jones per Nitram di Justin Kurzel

Prix d’interprétation féminine

Renate Reinsve per The Worst Person in the World di Joachim Trier

Prix de la mise en scène

Leos Carax per Annette

Prix du scénario

Ryūsuke Hamaguchi per Drive My Car

Premio della Giura

Memoria di Apichatpong Weerasethakul ex aequo Ahed’s Knee di Nadav Lapid

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