Cannes 2021. The Worst Person In The World

The Worst Person In The World ***

Il nuovo film del norvegese, nato a Copenaghen, Joaquim Trier, è il suo quinto lungometraggio ed è certamente uno dei suoi più riusciti, capace di tornare sulle malinconie sentimentali di Oslo, 31 agosto, con una leggerezza che non può che conquistare.

The Worst Person In The World chiude la trilogia di Oslo, che con il bellissimo Thelma  aveva spinto la riflessione di Trier verso l’elemento fantastico e sovrannaturale.

Il film è il ritratto, in dodici capitoli, della vita di Julie, che il prologo ci mostra diligente studentessa di medicina, prima di decidere che proseguire sarebbe sbagliato perché più del corpo le interessa l’anima.

Deviati gli studi sulla psicologia, Julie si accorge che il suo interesse si è già spostato verso l’immagine e dopo un nuovo abbandono si iscrive ad un corso di fotografia.

In questi anni turbolenti e instabili conosce Aksel, un disegnatore di fumetti, molto più grande di lei, famoso per gli albi sboccati e scorretti del felino Bobcat.

Tra i due la passione è travolgente, ma la differenza d’età pesa. Lui vorrebbe dei figli, lei resiste. I suoi amici sono coppie adulte che hanno costruito una famiglia, lei vorrebbe ancora ballare e divertirsi.

Tornando dalla presentazione dell’ultimo lavoro di Aksel, Julie si imbuca ad un matrimonio, conosce Eivind, con cui trascorre una notte surreale e romantica. I due si lasciano al mattino senza sapere nulla l’uno dell’altra, entrambi decisi a non tradire i rispettivi partner.

Poi però il caso ci mette lo zampino. E nel film improvvisamente tutto si ferma, per consentire a Julie e Eivind di ritrovarsi una volta ancora, in una mattina d’estate, senza alcuna interferenza.

Il film di Trier è una commedia romantica, che non nasconde fallimenti, infelicità, disillusioni, che non ha paura di raccontare il dolore della perdita, la fatica dello stare assieme, i compromessi, gli sbagli che accompagnano la costruzione di un amore, dopo la magia del primo sguardo.

Come di consueto, Trier è capace di trasformare in cinema i palpiti del cuore. E se in Thelma la terra cominciava letteralmente a tremare, questa volta è il tempo a dilatarsi.

Il film è punteggiato da un voice over che è una sorta di coscienza interna del film e dei personaggi, che ne anticipa i dialoghi, con un effetto straniante.

Trier ruba ai migliori: c’è un po’ del cinema nevrotico di Woody Allen, c’è il moralismo di Jeunet, c’è il ritmo indiavolato delle grandi commedie musicali, c’è l’abbraccio travolgente del melò.

Il regista non ha paura di raccontare i cliché di ogni rapporto di coppia: dalla visita ai genitori, alle vacanze con gli amici, dalle fantasie di tradimento agli incoraggiamenti reciproci, fino alle discussioni interminabili. Ma lo fa attuando i colori pastello della commedia fino ad addentrarsi nel grigio doloroso della malattia.

Julie è affascinante, brillante, piena di interessi, sta tra i venti e i trenta ed è una maestra nel dissipare il proprio talento, i propri studi, le proprie relazioni.

Rappresenta benissimo quella parte di noi che vorremmo nascondere, di cui un po’ ci vergogniamo, che ci mette a disagio. E che contribuisce a sfrangiare e slabbrare, a rendere precarie le nostre relazioni, non solo quelle sentimentali.

Renate Reinsve le regala un sorriso che farebbe invidia a Julia Roberts, è affamata di vita e si vede in ogni momento. Il suo è uno dei personaggi femminili più liberi, complessi, ricchi, che si siano visti nell’ultimo decennio. Carica di su di sè il peso di voler cambiare idea, di voler inseguire il proprio desiderio, di mostrare al mondo molte facce di sè. Anche quelle sgradevoli.

Trier sta dentro la contemporaneità riuscendo magicamente a far entrare nel suo film il privilegio bianco, il metoo, il neo-femminismo, le esagerazioni identitarie, il sessismo,  un capitolo alla volta, senza mai strafare, con un equilibrio tra dramma e commedia encomiabile, che non esclude gli eccessi, dalla farsa al melò lancinante della malattia.

Il suo film è un brezza leggera, che ti avvolge e in cui è dolcissimo lasciarsi trasportare, ma pian piano ti accorgi che ti resta addosso una malinconia struggente sul tempo perduto, sugli amori che hai trascurato, su quello che avresti potuto essere e non sei stato, sulle occasioni che non torneranno più.

Da non perdere.

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