Cannes 2021. Lingui, The Sacred Bonds

Lingui, The Sacred Bonds **1/2

Una madre e una figlia, sole in un piccolo villaggio nei sobborghi di N’djamena in Chad.

Amina, la madre, è costretta a sopravvivere intrecciando canestri con il fil di ferro ricavato dai copertoni dei camion, la figlia Maria ha quindici anni, va a scuola, ma è rimasta incinta, è stata sospesa e vuole abortire.

Amina non ha un marito, che l’ha lasciata, provocando lo sdegno della sua famiglia e la rottura di ogni legame. E’ una devota musulmana, prega, rigorosamente fuori dalla piccola moschea a cui sono ammessi solo gli uomini, e per la sua religione l’aborto è un peccato capitale, così come per la legge dello stato confessionale.

Solo che la figlia Maria è l’unica cosa che conta nella sua vita e dopo che la ragazza ha tentato il suicidio nelle acque di un piccolo fiume, decide di aiutarla, come può.

Ma la procedura, clandestina, richiede soldi che Maria non possiede e il rischio di essere scoperti dalla polizia è sempre grande.

Alla fine saranno i sacri legami di sangue a rendere possibile una soluzione, consentendo a Maria di ritrovare l’affetto della sorella Fanta, che è venuta a chiedere il suo aiuto…

Il film di Haroun, a distanza di otto anni da Grigris e undici da Un homme qui crie, è un piccolo ritratto tutto al femminile, sulla determinazione necessaria a superare le barriere culturali e religiose di una società brutalmente patriarcale, violenta, stupratrice.

Lingui è un costruito in modo semplice, diretto; non nasconde le sue intenzioni, non usa sfumature, ma si affida spesso al volto della sua protagonista Achouackh Abakar Souleymane, capace di una trasformazione radicale, quando le sue convinzioni e il piccolo microcosmo in cui vive si mostrano radicalmente ostili: all’inizio prevale il tentativo di trovare una soluzione, sia pure spingendosi fino al limite di barattare la propria dignità. Poi il desiderio di vendetta la porta ad abbandonare il velo, pudicamente portato, per imbracciare un’arma di fortuna, se necessario, per riprendere in mano la propria vita con la forza e con l’inganno.

E’ cinema buono e giusto, legittimo, condivisibile, anche cinematograficamente ben costruito, con una serie di ellissi, che tuttavia non creano alcun mistero, anzi servono solo a raffreddare la drammaticità della storia e a risolvere qualche problema di messa in scena.

E’ curioso che anche questa volta, al termine di una procedura medica ufficialmente proibita, ricorrano le parole “tout s’est bien passé”, proprio come nel film omonimo di Ozon.

Notevole tuttavia la scena dell’agguato in quello che appare solo alla fine come una sorta di labirinto da cui le due protagoniste non riescono più ad uscire.

Tuttavia in Lingui non scopriamo nulla che non sapessimo già.

Non c’è mai un momento che spiazzi, metta in crisi lo spettatore, le sue convinzioni, i suoi pregiudizi, che suggerisca un dubbio.

Anche il finale, ribalta il tono complessivo in quello di una commedia, in cui ogni tassello va a posto.

E vissero tutti felici e contenti.

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