Zack Snyder’s Justice League

Zack Snyder’s Justice League ***

Come un’araba fenice, tre anni e mezzo dopo la sua prima contestatissima uscita cinematografica, rinasce a nuova vita la Justice League di Zack Snyder, episodio conclusivo di un’ideale trilogia cristologica su Kal El – cominciata con L’uomo d’acciaio – e lancio in grande stile dell’universo dei personaggi maggiori della DC.

Questo almeno nelle intenzioni originali della Warner, che tuttavia, spaventata dalle reazioni prive di senso della stampa americana, rispetto al tono cupo di Batman v Superman, decide in fretta e furia di chiedere a Joss Whedon, il padre dei primi due Avengers della concorrenza Disney/Marvel, di aggiungere qualche alleggerimento comico al copione del premio Oscar Chris Terrio, mentre le riprese di questo film corale erano già in corso.

Snyder porta a termine le riprese e comincia a montare il suo lavoro, che assume proporzioni ancor più epiche di quelle ipotizzate, ma la Warner vuole un film di due, dal tono brillante. Un’indicibile tragedia familiare convince Snyder e la moglie Deborah, produttrice del film, ad abbandonare la lotta, lasciando che Whedon e la Warner prendano le redini del progetto, ad un passo dal traguardo.

Con etica assai discutibile, Whedon rigira metà film, cambia la colorimetria, la colonna sonora e altera sensibilmente il primo montaggio, riducendo il film alle canoniche due ore. Un massacro da cui il film esce completamente stravolto e che non convince, anche se lo scheletro del racconto originale rimane pressochè immutato.

Il film esce e non piace a nessuno, sorta di Frankenstein incomprensibile, con il corpo di Whedon e il cervello di Snyder, incassa una miseria e pone una pietra tombale sulle velleità della Warner/DC di emulare il grande universo condiviso della Marvel, che nel frattempo lancia il suo fluviale dittico Infinity War/Endgame dai toni non meno cupi e apocalittici, di quelli immaginati da Snyder.

I fan non si perdono d’animo e con una petizione online, contrassegnata dall’hashtag #ReleaseTheSnyderCut, martellano la Warner per tre anni, perchè lasci a Snyder l’onore delle armi, consentendogli di presentare la sua versione del film. Raccolgono consensi sempre maggiori in tutto il cast e nella crew del progetto originale, fino a che lo stesso Snyder mostra, in una foto, le bobine della sua versione e ne conferma esistenza e durata.

Incredibilmente, in contemporanea al lancio di HBO Max, la piattaforma streaming della Warner, arriva l’annuncio che la versione di Snyder vedrà effettivamente la luce: il regista ottiene un budget monstre di 70 milioni, per sistemare gli imponenti effetti speciali, terminare montaggio, color correction, colonna sonora e girare un paio di scene finali.

Raccontare questa Snyder Cut non può prescindere da questo prologo, legato alla sua travagliata rinascita. La sua storia è già una piccola leggenda cinematografica.

Il film ricomincia esattamente dove si era chiuso il precedente, con il sacrificio supremo di Superman, che muore, per sconfiggere il gigantesco Doomsday, creato da Lex Luthor. Il grido strozzato di Kal El, un’inquietante eco di morte, si propaga sulla Terra e raggiunge le Amazzoni e Atlantide, in fondo al mare, risvegliando le tre malefiche mother boxes, custodite per secoli dai tre popoli, a ricordo della battaglia vinta contro le crudeli armate di parademoni di Darkseid.

Bruce Wayne, messo in guardia da Luthor, avverte il pericolo imminente e cerca di mettere insieme una squadra, che possa difendere la Terra dalle armate del Tiranno di Apokolips, che il suo luogotenente, Steppenwolf, ha preso di mira, con l’obiettivo di recuperare le tre mother boxes e riunirle, per radere al suolo il nostro mondo.

Steppenwolf diventa così il villain principale di questa storia, una sorta di angelo caduto, esiliato dalla corte del Tiranno, che cerca affannosamente di riconquistarne il favore.

Nel frattempo i tentativi di Wayne si scontrano con la riluttanza di Arthur Curry/Aquaman e con quella di Victor Stone/Cyborg, mentre Diana Prince ha compreso il pericolo e il solitario nerd Barry Allen/Flash non vede l’ora di farsi qualche amico.

Steppenwolf riesce ad impadronirsi delle prime due mother boxes e ha individuato quella custodita dagli umani, nei laboratori di Metropolis: l’ultima chance per evitare la catastrofe imminente sembra quella di riportare in vita Superman, proprio grazie all’energia della scatola magica.

Solo che la resurrezione di Kal El potrebbe portare a quell’incubo di morte e distruzione, che Victor vede quando mette le mani sulla mother box e che Bruce continua a sognare, come già accadeva in Batman v Superman.

Anche se questa nuova Justice League racconta una storia simile a quella della versione condensata di Whedon del 2017, le differenze non potrebbero in realtà essere più grandi.

Snyder è davvero uno dei pochi registi, che ha un’idea precisa di cosa debba essere un film di supereroi. Impagina il suo lavoro con la stessa forza immaginifica di un maestro delle tavole a fumetti, sfruttando poeticamente lo slow motion, fino a farne una cifra assoluta, per perpetuare l’effetto della composizione grandiosa e magniloquente della sua messa in scena.

Fin da 300 (2007), ancora oggi il suo maggior successo, è evidente che la sua conoscenza profonda dell’universo narrativo di riferimento, gli consente di essere uno dei pochi autori, capaci di creare un linguaggio cinematografico, perfettamente coerente con quell’universo.

Alle prese con il grande affresco collettivo dei personaggi maggiori della DC, Snyder si prende tutto il tempo necessario a creare le premesse realmente epiche di una guerra, dalle proporzioni smisurate, tra dei e semidei.

La differenza con i supereroi della porta accanto della Marvel non potrebbe essere qui più evidente, anche se gli ultimi Avengers dei fratelli Russo miravano alla stessa articolazione grandiosa e allo stesso senso sacrificale dell’essere (super) eroi: per Snyder questo è chiaro sin dall’inizio. I grandi poteri portano grandi responsabilità, ma quelle responsabilità pesano come una condanna.

L’idea di raccontare lo scontro con Steppenwolf e i parademoni come il ritorno di una minaccia sconfitta nel passato, consente a Snyder di ritornare all’iconografia degli spartani, enfatizzando i legami con la mitologia classica, anche grazie al ruolo delle amazzoni e di Diana Prince, richiamata al pericolo da segnali antichi.

E così come accadeva con gli dei della classicità ellenica, anche i sei cavalieri contempornei, che sognano una nuova tavola rotonda, sono pieni di difetti, di dubbi e hanno caratteri forti, ma pieni di lati oscuri.

Lo stile di Snyder è estenuante, prolisso, il regista prende sempre sul serio quello che fa e costruisce un pezzo alla volta il coinvolgimento dei suoi eroi, senza affrettare nulla, assecondandone i dubbi, la riluttanza, le debolezze.

E’ evidente che questa Snyder Cut soffre dei problemi opposti alla versione originale. Qui sembra esserci tutto e anche troppo, comprese alcune scene di raccordo, che avrebbero potuto essere tagliate e limate, riducendo la durata ad un minutaggio più consono, ad una presentazione cinematografica.

Ma avremmo perso però la ricchezza di un montaggio, che alterna sapientemente le avventure personali dei suoi protagonisti, donando il tempo anche a quelli, fino a quel momento mai apparsi sullo schermo, di mostrare le radici della propria storia: così accade per Aquaman, per la stessa Wonder Woman, lontanissima dalla superficialità piccina di WW84, e soprattutto per Cyborg e Flash, forse i due veri protagonisti della storia, che la versione di Whedon aveva sacrificato a comparse.

Avremmo perso l’elaborazione del lutto di Lois Lane al monumento spezzato a Superman, i suoi duetti con Martha Kent, il ritorno di Clark alla fattoria di famiglia, in quei campi di granturco, che sono la quintessenza del suo essere – anche – un cittadino americano.

E’ un peccato che la Warner abbia archiviato in fretta il film di Snyder e il masterplan narrativo, che stava costruendo assieme a Nolan, perchè questa Justice League avrebbe potuto essere la testata d’angolo, su cui erigere il suo universo condiviso. Invece hanno prevalso la paura e gli incassi non immediatamente clamorosi, come quelli della Marvel, che pure ha impiegato un decennio per costruire la sua ragnatela narrativa.

I film di Snyder possono anche non piacere, posso sembrare pomposi e inutilmente seriosi, ci si trova materiale buono per qualche meme idiota da postare sui social, ma è indubbio che rappresentino uno sguardo personalissimo su quell’universo narrativo, che ha colonizzato il nostro immaginario da oltre un decennio.

Ritornano le sue dominanti bluastre e giallognole, la desaturazione dei colori della fotografia del tedesco Fabian Wagner, che qui raggiunge quasi il bianco e nero, in alcuni sfondi. Steppenwolf cambia aspetto completamente, indossando un’armatura metallica, cangiante, ispida, mentre una cura notevole viene dedicata ai costumi, alle armi, ai mezzi, che Batman usa per colmare il gap con gli altri.

Snyder è uno dei pochi registi innamorati davvero delle immagini, capace di raccontare una storia senza bisogno di troppe parole, ma mostrando con la forza del cinema i suoi argomenti. E’ un visionario capace di reinventare il suo film – uscito nel 2017 in un panoramico 1,78:1 – in un più quadrato e old style 1,33:1, perfetto per le proiezioni in IMAX, ma di certo scomodo per la visione sui nostri televisori.

Eppure anche questa scelta è come una firma sulla sua versione, in modo che sia immediatamente distinguibile da quella precedente. La scelta del formato stretto aumenta paradossalmente la statura e la centralità dei suoi eroi nei momenti di quiete, gestiti con sapiente classicità compositiva, e non fa perdere spettacolarità nelle scene d’azione, risultando alla fine una scelta inconsueta, ma funzionale, alla creazione della sua mitologia.

Non continuare, ripartendo da questa Justice League, sarebbe non solo un peccato, ma un enorme spreco.

Sorprendente.

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