Avengers: Infinity War

Avengers: Infinity War ***

Sono passati esattamente dieci anni da quando la Paramount lanciava nelle sale un film su un milionario eccentrico/supereroe con armatura, noto sino ad allora soprattutto ai fans della Marvel e interpretato da un attore, che faticosamente stava ritrovando se stesso, dopo anni di eccessi autodistruttivi e di esilio da Hollywood.

Sul successo di Iron Man la Casa delle Idee ha edificato un impero, anche cinematografico, passato sotto l’egida della Disney, ma guidato con mano fermissima da Kevin Feige, vero deus ex machina di quello che ormai tutti identificano come l’Universo Espanso, sul cui scacchiere tutti i personaggi si muovono contemporaneamente, nonostante ciascuno abbia avuto il suo film d’origini e le occasioni di incontro collettivo siano state sempre giocate nei momenti chiave di questi dieci anni di avventure.

Avengers: Infinity War appare tuttavia molto lontano dal primo film collettivo diretto da Joss Whedon nel 2012 e segna un punto di arrivo, per molte linee narrative, che Feige ed i suoi sceneggiatori hanno disseminato nel corso di questi dieci anni di lavoro.

L’opera è davvero colossale, mastodontica, ambiziosa come poche volte è accaduto ai film della Marvel, che hanno spesso privilegiato all’epica dell’eroe, un tono leggero, scanzonato e autoironico, facendone il loro marchio identificativo molto preciso, ma anche altrettanto discutibile e diminutivo.

I fratelli Russo, chiamati all’impresa di coordinare e portare sullo schermo la sceneggiatura scritta da Christopher Marcus e Stephen McFeely, secondo il grande masterplan ideato da Feige, hanno trovato subito nella pluralità delle linee narrative e nell’alternanza dei set – che spaziano da New York a Wakanda fino ai pianeti dello spazio in cui si muovono Thor e i Guardiani della Galassia – la chiave interpretativa giusta.

La capacità con cui la storia di questo Infinity War si intreccia quasi perfettamente con quelle raccontate nei singoli capitoli, fin dal primo The Avengers in avanti, è stupefacente. Ma soprattutto i Russo indovinano un villain che ha uno spessore e caratura inedita, per il mondo dei cinecomics.

Thanos, che è il padre adottivo di Gamora nei Guardiani della Galassia e si muove  nell’ombra, nei loro film, per assicurarsi le prime due Pietre dell’Infinito – gemme che consentono a chi le possiede di padroneggiare poteri eccezionali – è colui che ha tramato alle spalle degli Avengers anche in passato: aveva mandato Loki ad aprire il portale su New York, per recuperare la gemma dello spazio contenuta nel Tesseract, e poi manipolato Ultron per recuperare in Sokovia la gemma della mente.

Thanos, figlio deforme della stirpe degli Eterni, colonizzatori di Titano, apparso per la prima volta nell’universo di Iron Man in un albo del 1973, è un grande personaggio tragico, che nel portare morte e distruzione nell’universo adempie fino in fondo al suo destino e si fa strumento di una visione. Una visione aberrante magari, disumana, ma non completamente estranea alla nostra cultura, tanto da ritrovarne un’eco precisa nelle teorie malthusiane.

Non c’è avidità o egoistica sete di potere nel suo tentativo di recuperare le sei pietre magiche per adornare il Guanto dell’Infinito, con il quale potrà dominare l’universo. Non c’è desiderio di vendetta o di rivalsa, non c’è nemmeno malvagità fine a se stessa o nichilismo: non siamo di fronte ad una lotta manichea tra bene e male, ma di fronte ad un modo diverso di intendere lo sviluppo dell’universo, la sostenibilità del nostro modello di convivenza, la gestione delle risorse ambientali. Sono temi decisamente più raffinati e complessi, rispetto al tradizionale conflitto tra una resistenza democratica e un tiranno autocratico, che di solito anima questo genere di film.

Infinity War comincia in media res, come nelle migliori avventure spaziali: l’astronave su cui viaggiano Thor e Loki, assieme a ciò che rimane della popolazione di Asgard, distrutta da Hela alla fine di Ragnarok, viene presa d’assalto da Thanos, che, dopo aver già recuperato la prima pietra dell’infinito, quella del potere, vuole finalmente la seconda, quella dello spazio, contenuta nel Tesseract, che Loki porta con sè.

Alla fine del tragico scontro, il Titano ottiene la pietra, Hulk, che viaggiava sulla nave asgardiana, è scaraventato sulla Terra, e Thor vaga incosciente nello spazio.

Banner precipita nel tempio di Strange, avvisa lui e Tony Stark dei progetti di Thanos e invita il milionario a rimettere insieme gli Avengers. Proprio in quel momento una delle astronavi di Thanos rapisce Strange che nell’Occhio di Agamotto custodisce la terza gemma, quella del tempo.

Ad Edinburgo Wanda e Vision, che ha incastonata sulla fronte la quarta gemma, quella della mente, vengono attaccati dalla banda di Thanos, ma il team di Captain America riesce a salvarli. Assieme a Banner decidono di andare tutti a Wakanda per capire se la tecnologia avanzatissima dello stato africano può consentire di distruggere la pietra, salvando Vision.

Thor invece viene recuperato dai Guardiani della Galassia: dopo le prime incomprensioni con lo strano gruppo di eroi, assieme a Rocket e Groot si dirige sul pianeta Nidavellir, dove i nani forgiano le armi più potenti dell’universo, per sostituire il suo martello, il Mjolnir, con una nuova ascia, capace di vincere l’enorme potere di Thanos.

Gli altri Guardiani vanno invece a Knowhere, per assicurarsi che il Collezionista abbia ancora la quinta gemma, quella della realtà, tra i suoi cimeli.

Thanos tuttavia è arrivato prima e fuggendo rapisce Gamora, l’unica che conosce dov’è nascosta l’ultima gemma, quella dell’anima, custodita dal Teschio Rosso sul cupo pianeta Volmir.

La capacità dei Russo è proprio quella di orchestrare, soprattutto nei primi due atti di questo Infinity War, una grande avventura spaziale, che si muove su piani differenti, che coniugano con grande precisione esotismo, epica e sacrificio, lasciando a ciascun personaggio il suo spazio e costruendo nel corso del film una teoria di incontri e scontri, che finiscono per creare nuove alleanze.

Se con Thor: Ragnarok e i Guardiani della Galassia vol.2 si era toccato il fondo rispetto al micidiale mix di comicità demenziale e sarcasmo da sit-com, che Joss Whedon aveva imposto come carattere identificativo delle avventure Marvel sin dal primo Avengers, Infinity War recupera invece una gravitas necessaria all’incedere inarrestabile di Thanos e gli alleggerimenti comici e le strizzate d’occhio, che pure ci sono, affidate per lo più a Tony Stark, a Peter Parker e ai Guardiani, si perdono nel corpus drammatico, senza lasciare traccia nè sorrisi.

Mai come questa volta, il film è intriso di un senso inevitabile di sconfitta, di impotenza tragica di fronte ad un destino, che nessuno sembra riuscire a deviare, nonostante gli sforzi individuali e collettivi.

È indubbiamente una novità forte e in gran parte inattesa: sapevamo che questo Infinity War e il prossimo capitolo in uscita nel 2019, sarebbero stati una sorta di epilogo per le storie più vecchie e per alcuni dei protagonisti di questo lungo universo narrativo, ma l’audacia con cui Feige e i Russo hanno condotto i loro eroi verso questo primo finale di partita è sorprendente.

Non diremo di più.

In un film con addirittura 26 personaggi principali sarebbe difficile identificare il valore aggiunto di un singolo apporto, eppure il Thanos di Josh Brolin ha evidentemente una centralità narrativa, che ne fa il baricentro attorno a cui tutto finisce per ruotare. Il fatto che la computer grafica ce lo consegni enorme, violaceo, ma con fattezze antropomorfe non stravolte, agevola, per una volta, il lavoro attoriale e la capacità di confronto con gli altri personaggi.

Pur con le necessarie semplificazioni di un cinecomic, Thanos emerge come un grande personaggio tormentato. Quando afferma, nel momento più cupo della sua scalata, “ho già sfuggito una volta il mio destino”, lo sentiamo spinto non da brama o malvagità, ma schiacciato dal peso di quella che appare come una missione.

Le musiche di Alan Silvestri accompagnano il crescendo epico con la giusta enfasi, il resto lo fanno i numerosissimi set che mostrano, per una volta, anche una certa qualità visionaria nella creazione di mondi lontani, a cui la Marvel aveva sempre messo la sordina, sinora.

Il budget non dichiarato, ma verosimilmente astronomico, si vede tutto, negli esterni, nelle comparse, nei set, oltre che nel cachet di Robert Downey Jr e nella computer grafica.

Per una volta anche la messa in scena sembra meno ossequiosa della linearità iper-tradizionale con cui la lunga serie Marvel ha reso anonimi e intercambiabili i propri registi, semplici esecutori di un piano pensato da altri.

Soprattutto nella prima meta, i Russo se la cavano con grande maestria, alternando mondi e pianeti, come se fossimo in uno dei migliori Star Wars, senza mai cedere alla tentazione di dover spiegare troppo.

Infinity War, con le sua dimensioni fuori scala e con il carico della sua ambizione, dà la misura esatta di un lavoro decennale che non ha pari nella storia del cinema. E se i singoli capitoli, a nostro avviso, hanno avuto più bassi che alti – oltre ad un successo travolgente e continuo – occorre ammettere che la precisione narrativa che ha condotto a questo epilogo è ammirevole.

E’ un po’ come giocare a lungo con le tessere di per sè insignificanti di un grande puzzle, accorgendosi solo alla fine della bellezza dell’affresco complessivo. Certo se si conoscono le tessere il valore aggiunto è diverso. Ma si tratta di un universo così noto, che il rischio in questo caso è giustificato.

La dimostrazione di forza che accompagna Infinity War è segno anche della hybris di Feige e del suo team, che dopo aver usato l’ironia, questa volta si prendono invece molto sul serio, e giocano con i sentimenti e le attese del loro pubblico, senza paura di ribaltarle radicalmente: se poi il finale apocalittico di Infinity War è solo un rischioso espediente narrativo o è davvero una conclusione – sia pur provvisoria – per alcuni dei suoi protagonisti, questo lo scopriremo presto.

Come accade spesso a coloro che assumono una posizione di leadership, la Marvel traccia un solco e indica una strada nuova: la risposta del pubblico, in questo caso, non sarà indifferente, per capire fin dove può spingersi il genere, che ha segnato più di ogni altro la produzione hollywoodiana post 9/11 e che comincia ad entrare nel tempo della sua maturità.

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