Guardiani della Galassia

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Guardiani della Galassia **

Decimo film dei Marvel studios e quarto della cosiddetta Fase Due, destinata a terminare con il collettivo Avengers: Age of Ultron, Guardiani della Galassia è stato l’unico grande successo dell’estate americana, superando abbondantemente i 300 milioni di dollari.

Per una volta i numeri sono importanti, perchè tutta la strategia Marvel è un grande business plan, nel quale le istanze artistiche e quelle narrative arrivano inevitabilmente in seconda battuta.

La scelta di portare sul grande schermo personaggi minori del proprio universo, corrisponde per una vola ad una scelta se non coraggiosa, almeno inedita, dopo nove film ricchissimi, ma sempre meno interessanti.

Eppure, anche nel film scritto e diretto da James Gunn si nota in maniera evidente quella che potremmo chiamare l’estetica del ricalco.

Gunn viene dal cinema di serie Z: si è fatto le ossa nella Troma, che ha prodotto tonnellate di horror a basso costo, ed è noto soprattutto per le sceneggiature dei film di Scooby Doo e per il remake de L’alba dei morti viventi, firmato da uno Zack Snyder esordiente.

Guardando il pur divertente Guardiani della Galassia, non si può non notare che si tratta di un film costruito interamente sulla ripetizione di situazioni e personaggi già visti qualche centinaio di volte, a partire dal modello di riferimento, Guerre stellari.

E’ una pratica che Gunn ha certamente appreso alla Troma, dove si lavora costantemente sui cliché di genere, esagerandone gli elementi in chiave drammatica, splatter o comica.

Guardiani della Galassia funziona allo stesso modo, pantografando o ripetendo costantemente elementi presi a prestito dai mondi cinematografici di Lucas, di Spielberg, di Jackson, e persino degli ultimi Cameron e Blomkamp.

Come giustificare altrimenti la presenza di un protagonista scanzonato e cinico, che ruba una sfera antica in una caverna e viaggia a bordo di una vecchia nave spaziale chiamata Milano, di due personaggi umanizzati a cui è affidato il controcanto comico, di un cattivo che trama nell’ombra, di un eroe orfano dei propri genitori, che si appresta a scoprire l’identità del suo vero padre, di un’eroina verde che ne ricorda una blu, di un mondo spaziale lindo e ordinatissimo esattamente come quello di Elysium.

Il risultato alla fine funziona, il film è lieve e divertente, i personaggi sono cinque simpatici e improbabili perdenti e la trama è sufficientemente articolata, da servire come puro pretesto per far muovere l’azione.

Il piccolo Peter Quill viene rapito dalla nave aliena di Yondu, subito dopo aver visto morire la madre per un male incurabile.

Diventato un ladruncolo della Galassia, si fa chiamare Star Lord. Gira ancora con il walkman anni ’80 che aveva quando è stato rapito.

Sul pianeta abbandonato di Morag, scopre una sfera dai poteri misteriosi che cerca di piazzare sul mercato dei collezionisti.

Ma la sfera interessa a molti.

A Yondu, che spera di trarne un profitto; al potentissimo titano Thanos ed al suo alleato Kree Ronan che progettano di distruggere Xandar, la capitale dell’Impero Nova.

Nel frattempo, la figliastra di Ronan, Gamora e due cacciatori di taglie, il procione Rocket ed il suo aiutante Groot, si mettono sulle tracce di Quill. I Nova Corps – una sorta di poliziotti spaziali – catturano i quattro e li spediscono in un carcere di massima sicurezza.

Aiutati da Drax il Distruttore, Quill, Gamora, Rocket e Groot riescono ad evadere e cercano di piazzare la sfera a Tivan il Collezionista.

Ma è ancora Ronan ad intervenire, per mandare all’aria i loro piani…

Il film è piuttosto pasticciato e l’azione è guidata da un McGuffin molto debole: si susseguono singoli blocchi narrativi – il recupero della sfera, la prigione e la fuga, la minaccia a Xandar –  giustapposti da un montaggio non particolarmente innovativo, nel quale gli effetti speciali e il 3D sembrano gonfiare inutilmente un prodotto che non ne aveva alcun bisogno.

Forse ci siamo talmente abituati alla bruttezza ed all’inutilità dei cinecomics Marvel, che abbiamo scambiato un piccolo spiffero di libertà, per un vento impetuoso.

Guardiani della Galassia è certamente un film che funziona, grazie alla simpatia dei suoi protagonisti ed alla scelta di ritornare nostalgicamente al cinema croccante a cavallo tra ’70 ed ’80, rievocato anche da una colonna sonora vintage e analogica, che gioca sulla presenza del vecchio walkman di Peter Quill e di una cassetta con un “awesome mix”.

La nostalgia spesso scolora nella parodia, nel tentativo continuo di strizzare l’occhio ai suoi spettatori, di cercare una complicità, che passa persino da un’insistita citazione del Kevin Bacon di Footloose

Curioso che dei tre attori più noti del film, due – Bradley Cooper e Vin Diesel – siano stati utilizzati solo per le voci di Rocket e Groot, ed il terzo – Benicio del Toro – abbia giusto un paio di battute.

Chi ha parlato di Guardiani della Galassia come del nuovo Guerre Stellari mi sembra abbia esagerato i meriti di Gunn, finendo per scambiare un buon “falso”, per un’opera autenticamente originale.

Certo se pensiamo allo scempio della seconda trilogia firmata da Lucas, allora forse è meglio limitarsi ad un onesto ricalco… che scompare però dalla memoria appena usciti dalla sala.

Inevitabile il sequel, che arriverà sugli schermi nel 2017.

GuardiansOfTheGalaxy

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