Thor: Ragnarok

Thor: Ragnarok *1/2

Diciassettesimo film della Marvel e terzo con protagonista assoluto Thor, il Dio del Tuono, Ragnarok occupa il centro della cosiddetta Fase tre nel Cinematic Universe della Casa delle Idee.

Se la Fase uno aveva posto le basi per la costruzione degli Avengers e la Fase due aveva rappresentato gli eroi di nuovo separati, dopo l’attacco a New York, introducendo nuovi personaggi ed allargando lo spettro fino al disastro di Sokovia, la Fase tre, cominciata con Team America vs. Team Stark, vede i protagonisti dispersi nella Galassia e sulla Terra, impegnati nel reclutamento o semplicemente a mettere in ordine il proprio universo disastrato, in attesa di Infinity War che riunirà tutti i protagonisti, ancora una volta, per due film che usciranno a maggio 2018 e maggio 2019.

I film di questa Terza fase assomigliano allora a degli stand-alone, con molte meno connessioni con l’avventura principale: la libertà riguadagnata ha così consentito minore soggezione espressiva ai registi d’occasione scelti da Kevin Feige, unico e vero deus ex machina, dietro l’esplosione del franchise Marvel.

E così Derrickson ha potuto esplorare i lati oscuri di Doctor Strange, James Gunn ha avuto mano libera per affondare nelle nostalgie paterne nel secondo Guardiani della Galassia e Jon Watts ci ha regalato uno Spider-Man tutto nuovo, meno assillato dai problemi di crescita, quanto desideroso di giocare nella lega dei grandi.

Allo stesso modo il neozelandese Taika Waititi (What we do in the shadows, Hunt for the wilderpeople) ha potuto gettare un ponte tra l’estetica terrestre degli Avengers e quella spaziale dei Guardiani, rivoluzionando completamente lo stile pomposo e tragico, che apparteneva al rigido Thor almeno nei suoi due capitoli in solitaria, e innervando l’avventura con il suo gusto sardonico per la battuta e le situazioni demenziali, confermando altresì che lo spirito più genuino dei film Marvel è proprio quello per la commedia, declinato in tutte le sue accezioni, non solo di film in film, ma anche all’interno della stessa opera.

E così ritroviamo Thor imprigionato su un pianeta lontano: qui scopre che sulla natia Asgard incombe una maledizione chiamata Ragnarok. Il fratello Loki, incredibilmente sopravvissuto ancora una volta, ha preso il posto del padre Odino e governa con mollezza da fine impero.

Ma il risveglio della malvagia sorella Hela, dea della morte ed esiliata da Odino dopo la conquista sanguinosa dei nove regni di Asgard, minaccia di abbattersi sul popolo, fedele al vecchio re morente.

Thor e Loki tuttavia sono costretti su un pianeta spazzatura, governato da un Grande Maestro, che si diverte a far combattere novelli gladiatori spaziali, in un’enorme arena, dove il suo ‘campione’ sembra invincibile. Per liberarsi e tornare ad Asgard, Thor dovrà affrontarlo in un duello all’ultimo sangue…

La storia è quella che è, un doppio canovaccio senza troppi buchi, per alternare senza soluzione di continuità, siparietti comici a scene d’azione, con una formula ormai perfezionata e studiatissima.

Il film è un continuo strizzare l’occhio allo spettatore, che conosce a menadito i personaggi principali, le loro debolezze e le loro idiosincrasie. Waititi ci gioca sino in fondo, costringendo Thor ad una sessione forzata dal barbiere interpretato da Stan Lee, Bruce Banner a vestire i panni di Tony Stark e il Dio del Tuono a fare a meno dell’amato martello Mjöllnir.

Anche dal punto di vista musicale il film vira la classicità degli Avengers verso il recupero vintage dei mixtape dei Guardiani. E allora la colonna sonora di Mark Mothersbaugh è tutto un florilegio di sintetizzatori ed elettronica d’annata.

Waititi ha radunato attorno a sè un bel numero di attori australiani/neozelandesi, cominciando da Chris Hemsworth, naturalmente, per passare a Karl Urban, Sam Neill, Rachel House, fino alla divina Cate Blanchett, francamente sottoutilizzata, nel ruolo della strega cattiva con le corna in testa, il kajal pesante sugli occhi e la tuta aderente nera e verde addosso.

Il film funziona pure per quei 130 minuti in cui si è immersi nella sua storia, ma non lascia mai uno spazio di riflessione, non ha neppure intenti pedagogici o una morale, non ha – apparentemente – una visione del mondo, nè un’idea di cinema, che non sia quella di affogare tutto nella nostalgia più superficiale, per questi ormai vituperati anni ’80.

Il contesto è davvero quello scanzonato, cialtrone e complice di un’avventura senza pretese, un intrattenimento per bambini di ogni età, che non lascia molto, quando le luci si riaccendono in sala.

E’ cinema fast-food, funzionale, standardizzato, omogeneo, imperialista si sarebbe detto un tempo, ma ormai quelle categorie fanno sorridere.

Diciamo allora che è un cinema capace di affermarsi su tutti i mercati allo stesso modo, grazie alla potenza del marchio e non alla qualità del prodotto, perfetto per la consapevole e superficiale stupidità dei nostri tempi.

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