Nemesi

Nemesi **

Difficile riconoscere appieno il cinema maschio, essenziale, iperclassico di Walter Hill, in questo suo ultimo Nemesi, che arriva in Italia un anno dopo la sua mesta uscita americana.

Deopo aver debuttato come sceneggiatore per Peckinpah e John Huston, nei primi anni ’70, Hill aveva trovato il grande successo già alla sue seconda regia con Driver, l’imprendibile, con Ryan O’Neill, Bruce Dern e Isabelle Adjani nei panni dei personaggi iconici di un heist movie rarefatto, essenziale e formalista.

Con I guerrieri della notte aggiornò l’Anabasi di Senofonte alle gang giovanili di una New York notturna e spettrale. I cavalieri dalle lunghe ombre fu il necessario ritrovarsi nel genere più puro della tradizione americana, il western, mentre I guerrieri della palude silenziosa era un altro racconto di fuga e accerchiamento. Con 48 ore lanciò il talento di Eddie Murphy, allora ventenne, prima delle poltrone per due e dei poliziotti a Beverly Hills.

Dopo il musical rock Strade di fuoco con Diane Lane e Michael Parè, il suo talento si è disperso in film contaminati dal virus degli anni ’80 e con opere apparentemente fuori dal tempo, in particolare i due western di metà anni ’90, Wild Bill e Ancora vivo – nuovo remake di Yojimbo di Kurosawa.

Il nuovo secolo è stato avaro di riconoscimenti, ma Jimmy Bobo – Bullet to the head, interpretato da Stallone nel 2012, aveva rinverdito il suo rapporto con il pubblico e gli appassionati del suo cinema.

Nemesi, che ha pure scritto con David Hamill e che ha prodotto la francese Sbs, è un B-movie coraggioso e sconclusionato, come non se ne vedevano da molto tempo.

Quando il killer per contratto Frank Kitchen uccide il dissoluto Sebastian Jane, che deve dei soldi alla mala, la sorella della vittima, la Dott.ssa Rachel Jane, chirurgo plastico geniale e body artist, radiata dall’ordine dei medici, medita una vendetta veramente atroce e pedagogica, nelle sue intenzioni.

Il racconto procede per flashback, raccontati da Frank con una confessione video e dalla dottoressa, ora internata in un manicomio criminale, al medico che dovrebbe valutarne lo stato mentale.

Non diremo di più per non rovinarvi la moderata sorpresa, anche se si capisce tutto già nelle prime scene.

Il film, intitolato in italiano Nemesi, con il nome della dea greca della giustizia, è un racconto di vendette incrociate.

Non fosse per Michelle Rodriguez e per Sigourney Weaver, si sarebbe tentati di mollare il film al suo destino.

Il film fa un uso piuttosto spericolato della chirurgia, come fossimo davvero in un film d’exploitation degli anni ’70 e ci vuole una bella dose di sospensione dell’incredulità per star dietro al racconto di Hill, che sembra carente proprio in quelli che dovrebbero essere i suoi punti di forza. C’è ben poca azione in Nemesi, i personaggi parlano troppo e spesso a sproposito, il racconto avanza in modo farraginoso e artefatto.

Curiosamente le protagoniste non usano solo pistole, ma soprattutto il bisturi per raggiungere il proprio scopo. Entrambe sono vittime e carnefici, al tempo stesso. Ma la violenza che subiscono e che infliggono è psicologica quanto fisica.

Eppure per entrambe la vendetta non ha effetti catartici o di redenzione: sono semplicemente e un po’ nichilisticamente, strumenti di un destino che sfugge al loro controllo e alla loro volontà di potenza.

Diventano così entrambi personaggi ibridi, indefiniti, privi d’identità come di morale, forse concepibili solo l’uno in rapporto all’altro. 

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