La battaglia dei sessi

La battaglia dei sessi **1/2

Jonathan Dayton e Valerie Faris, sempre in coppia, dietro la macchina da presa e nella vita, si erano fatti largo nell’industria dell’audiovisivo sin dai primissimi anni ’90 grazie al loro lavoro per i video musicali di moltissime band, tra cui REM, Red Hot Chili Peppers, Oasis, Smushing Pumpkins.

Il loro passaggio alla regia cinematografica, alla soglia dei cinquant’anni, è stato accolto altrettanto trionfalmente: la commedia Little Miss Sunshine (2006), scritta da Michael Arndt, li ha condotti velocemente dal Sundance sino alla notte degli Oscar, anche grazie ad un incasso di 100 milioni di dollari.

Il secondo film, Ruby Sparks (2012), scritto e interpretato da Zoe Kazan, dopo il debutto al Festival di Locarno, ha avuto assai meno fortuna al botteghino.

La battaglia dei sessi segna il loro ritorno in sala, con il racconto di una storia vera, quella del match esibizione del 20 settembre 1973 tra Bobby Riggs, un ex campione di tennis ormai sulla cinquantina, inguaribile scommettitore e showman, e Billy Jean King, la più forte giocatrice del suo tempo, un’antesignana dei diritti delle donne all’equal pay, decisa a riscattare l’onore del tennis femminile.

Dopo che la numero uno del mondo, l’australiana Margaret Court, si era fatta ingolosire dalla borsa promessa da Riggs e aveva perso malamente 6-2, 6-1 nel maggio 1973 la prima ‘Battle of the sexes‘, Billy Jean King si convinse ad accettare la sfida di Riggs, per un secondo incontro all’Astrodome di Houston.

Tutta la sua carriera era stata contrassegnata dalla lotta al sessismo all’interno dello sport professionistico e dal tentativo di riaffermare il diritto delle giocatrici ad un trattamento equo, anche dal punto di vista economico.

La sua sfida al sistema e alla federazione americana, guidata da Jack Kramer, grande amico e sodale di Bobby Riggs, portò la campionessa a fondare la WTA, una lega tutta femminile che raccolse alcune delle migliori giocatrici del tempo, nel torneo itinerante Virginia Slims.

Ma quello che interessa davvero a Dayton e Faris non è solo la ricostruzione di quella partita evento e del significato che ebbe nella cultura sportiva e nel tessuto sociale e culturale del paese, ma soprattutto indagare le partite che i due tennisti stavano giocando con se stessi e nella propria famiglia.

Quando vediamo Riggs la prima volta è affacciato ad una grande vetrata di un grattacielo anonimo, in uno studio vuoto, in cui non ha nulla da fare, se non guardare alla tv i successi della King.

Le luci della ribalta si sono spente da molto tempo, ma il suo spirito competitivo e spericolato, lo spinge a giocare e scommettere compulsivamente, fino a rompere i rapporti con la ricchissima moglie, stanca di aver accanto un bambino mai cresciuto.

La King invece è la campionessa in attività, che si batte non solo per il suo tennis, ma per i diritti di tutto il movimento, eppure, dietro all’apparente monolitica solidità, si celano desideri e passioni, che mettono in crisi il suo equilibrio e che il pubblico non è ancora pronto ad accettare. E’ la rivoluzione sessuale degli anni ’70, che la protagonista vive davvero, in prima persona.

Anche La battaglia dei sessi, come Little Miss Sunshine e Ruby Sparks, diventa allora un racconto sull’identità, sulle maschere che i campioni dello sport come le figure pubbliche sono costretti a vestire, nonostante tutto.

La ricerca di sè, durante e dopo gli anni della ribalta, diventa così l’elemento essenziale su cui Dayton e Faris cercano di superare la semplice messa in scena di un evento, che tutti possono rivedere su youtube.

La sceneggiatura di Simon Beaufoy (Full Monty, The Millionaire, 127 ore), un esperto in crowd pleaser, non li aiuta molto, così come la produzione mainstream di Danny Boyle e della Fox.

Il film cede, soprattutto nel finale, a qualche calligrafismo di troppo, a qualche dialogo inutile, tipico di quell’ansia tutta americana, a voler imboccare i propri spettatori, a voler sottolineare ogni concetto, perchè sia il più evidente possibile, senza mai lasciare margini di ambiguità, di riflessione, di dubbio, togliendo così al film un po’ di passione vera e di onestà.

Quello che rimane, tuttavia, è lo spirito contagioso e appassionato della King, interpretata, con la consueta grazia, dal premio Oscar Emma Stone, capace di vincere la sua partita fuori e dentro il campo.

Magnifico anche Steve Carell, nei pantaloncini bianchi di Bobby Riggs, un uomo diviso a metà, sbruffone scanzonato, marito e padre adorabile, incapace di crescere e di uscire di scena.

La fotografia sgranata, calda e vintage è dello svedese Linus Sandgren (American hustle, Joy, La La Land), la colonna sonora del bravissimo inglese Nicholas Britell (La grande scommessa, Moonlight).

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