Losing Alice: perdersi di proposito nei meandri del desiderio

Losing Alice ***

Losing Alice, serie israeliana in otto episodi distribuita da Apple TV+, si apre con un suicidio. La macchina da presa inquadra frontalmente una ragazza appena entrata nella hall di un albergo mentre fuori piove a dirotto. I palloncini colorati che si porta appresso comunicano una estraniante allegria. La ragazza si avvicina alla receptionist e chiede di suo padre, riceve la chiave della camera, sale al secondo piano, arriva alla stanza 209, non bussa, la stanza è vuota, si siede sul letto, tira fuori una pistola, si infila la canna in bocca e si spara. Poi, cambio repentino di ambientazione. Siamo su un taxi e poco dopo su un treno. Seguiamo Alice Zurer. Alice, regista quasi cinquantenne nel pieno di una crisi creativa, sta tornando a casa da suo marito David, attore, al contrario, all’apice del successo, e dalle sue tre figlie. Una giovane donna con la metà dei suoi anni, seduta nello scompartimento vicino, la scruta con impertinente curiosità. Sofi Marciano attacca subito bottone. Sofi, esuberante fin dai primi approcci, dice di essere una studentessa di cinema (scopriremo che non è così), follemente innamorata dei suoi film. Sofi le parla di una sceneggiatura che ha scritto e cui tiene molto. Alice, all’inizio riluttante, percepisce un magnetismo inusuale in Sofi e si incuriosisce. Sofi le rivela di aver già inviato il copione a David. Strana coincidenza.

La trama del film di Sofi è la seguente: una ragazza di nome Eleanor si innamora del padre della sua migliore amica, Dana. I due hanno una relazione, lei rimane incinta e spinge l’amica a togliersi la vita. O comunque non fa nulla per evitarlo. David e Alice sono sconvolti dal copione. Lo trovano brutale, suadente, scandaloso. Ovviamente, “Room 209” è la sceneggiatura che Alice, ridottasi a girare insulsi spot televisivi e a crescere le figlie, mentre il marito consolida la sua carriera, non riesce più a scrivere. Il rapporto tra i due è sottilmente nevrotico. Invidie, gelosie e risentimenti perforano l’unità della coppia. A peggiorare la situazione ci si mette la suocera Tami, invadente e iperprotettiva nei confronti di David. Sofi ha gettato un sasso in una pozza di acqua stagnante.

Tre quarti di luna”, il capolavoro di Alice, era una pellicola sensuale (“hai davvero vissuto tutte quelle esperienze?”, le chiede Sofi durante la conversazione avuta in treno), ma “Room 209” è una storia esplosiva, scandalosa, straordinariamente convincente. I ruoli si ribaltano: non è più Sofi a vedere in Alice l’occasione della sua vita bensì Alice ad immaginare la sua resurrezione dietro la macchina da presa grazie all’inaspettato dono di Sofi. Peccato che anche David abbia fiutato la preda. Sofi vorrebbe lui come protagonista maschile, il padre sedotto da Eleanor. Il classico triangolo è costituito. Sofi diventerà un’ospite scomoda, un rischio per entrambi, un elemento perturbante, ed elettrizzante, della loro routine quotidiana.

Nel gioco di rimandi (meta)cinematografici la serie svela alcuni nobili riferimenti. Sofi afferma di essere cresciuta a pane e Alfred Hitchcock. E nel corso di una conferenza stampa un giornalista cita Roger Vadim, Roman Polanski, Sam Mendes, tutti registi che hanno diretto sul set le proprie mogli. Cineasti gettati nella mischia non a caso. Losing Alice è un thriller psicologico centrato sul desiderio in un’accezione più mentale che fisica. Quali sono le intenzioni di Sofi? Chi è quell’uomo maturo e benestante, Ami, al quale si accompagna? “Parlando con David, il tuo nome non è stato fatto”, dice Sofi ad Alice, nella fase in cui la produzione sta cercando il regista adatto per il film. Alice intende dirigerlo a tutti i costi ma il marito nicchia. “Voglio creare quel mondo, uscire da questa impasse”. In quel mondo, però, David è il padre fedifrago che perde la testa per una ventenne.

Alice mette alla prova se stessa. Può reggere una rappresentazione così disturbante per i suoi equilibri familiari? O forse il film è lo svelamento di una verità che i due coniugi non hanno il coraggio di ammettere, ovvero l’insostenibilità di un matrimonio fiaccato da divergenze e rancori? Non sapremo mai cosa sia realmente accaduto quando lei “era bloccata a letto”, con ogni probabilità nel periodo della gravidanza, un fatto ricordato più volte, appositamente non chiarito.

Losing Alice insiste molto sulla grammatica dello sguardo. La casa di Alice e David ha ampie vetrate che di notte diventano schermo, nella doppia accezione antinomica che tale termine reca con sé, impedimento e al contempo diffusione di luce, di immagini. La finestra inquadra voluttà represse. Occorre ripeterlo: i fantasmi di Hitchcock e Polanski, ma si potrebbero anche aggiungere quelli di Ozon e dell’ultimo Kubrick “schnitzleriano”, sono in agguato. La regista in crisi lascia infatti che il vicino, l’amico medico Tamir, la osservi lavorare, quasi sempre infruttuosamente, al computer. E Alice si mostra, accettando la violazione della propria intimità e invitando a compiere passi impossibili. Il comportamento di Sofi alla festa di compleanno di una delle bambine (truccarla e tagliarle i capelli per renderla diversa, di nascosto dalla madre) è un’invasione di campo implicitamente approvata, l’antipasto di una relazione di amicizia/inimicizia combattuta tra le contrapposte polarità “inaridimento” vs “vitalità”. “Hai occhi da piccolo borghese”, sibila Sofi, in uno degli episodi centrali, quando il rapporto è già incrinato da un sospetto che tracima nella paranoia. Alice sa di questi occhi ormai spenti, borghesi appunto. E si fa trascinare in un gorgo di avventure, gaga dance, gita in barca, bagno notturno, guida in stato di ebrezza, sfidanti il senso di colpa che l’attanaglia e ne frustra il talento. Già, ma se il male fosse dietro l’angolo?

Tu lavori con il demonio”, grida in faccia ad Alice l’anziana donna che vive da barbona nei sotterranei del palazzo ospitante la casa di produzione. Alice ha finalmente ottenuto l’incarico, girerà “Room 209”. Eppure, il complesso mosaico dei rapporti con Sofi non riesce a comporsi in un’unità coerente. Qualcosa sfugge, qualcosa inquieta. Losing Alice flirta con gli acclarati simboli esoterici dell’impurità e della lussuria, dall’invasione di ratti nella villa dei vicini all’apparizione di un cinghiale davanti all’auto di David, toccando tangenzialmente il sovrannaturale.

Alice è costretta a svolgere indagini sulla sua giovane partner di lavoro. Alcuni segnali preparano al peggio. Il primo regista designato si uccide a pochi giorni dal ciak. Nomy, la migliore amica di Sofi, che in effetti studiava cinema, risulta misteriosamente scomparsa da anni. La senzatetto… è la madre di Nomy. “Ti porta via tutto ciò che hai”, sussurra ad un’attonita Alice. L’attrice scelta per interpretare Eleanor è avvicinata da Sofi e triturata in un gioco a tre con il suo compagno. Tamir, sofferente a causa della sua infertilità, perde la testa per Sofi. David e Sofi, che intanto viene scritturata per interpretare il suo stesso personaggio, sul set diventano necessariamente intimi. La sceneggiatura è il riflesso di qualcosa di realmente avvenuto o Alice sta cadendo nella sindrome del “cattivo lettore” (per la citazione da Amos Oz rimandiamo al termine dell’articolo)? “Non è un gioco, è la mia essenza”, dice Eleanor a David, nella scena di un film ormai confuso con la realtà. Gli indizi, quasi sempre, fanno una prova.

Nell’epoca in cui la realtà è uno script e lo script è realtà, fa bene Alice a spulciare le stories dell’account instagram di Sofi per saperne di più sul suo conto, oppure la scelta di abbeverarsi a questo fiume / feed di pagine digitali è una forma di voyeurismo indotto? La visione, ancora una volta, ritorna come effrazione, trasgressione, furto. In Losing Alice tutto sembra convalidare la famosa massima di François Truffaut: il regista è un ladro. E si va persino oltre. In un’inversione tipicamente sadomasochistica, vince il piacere di farsi espropriare. Il vetusto albergo selezionato da Alice per girare la scena clou appartiene al pozzo delle fantasie irrealizzate della regista, un segreto celato da molto tempo e ora trasfigurato in un’ambientazione decadente, malsana, luogo d’elezione delle sue peggiori paure. La mitica camera 209, con la sua tappezzeria, il vecchio televisore a tubo catodico e le croste appese ai muri è una specie di incubo lynchiano, un brivido restituito dalla memoria. “È dalla prima volta che hai messo piede in casa nostra che ti desidero da morire”. Chi sta parlando, David o il padre di Dana? La tormentata scena, ripetuta allo sfinimento, acme di un percorso terapeutico paradossale, si conclude con lo sguardo fisso di Sofi nella macchina da presa. Sofi, attraverso Alice, interroga noi. Siamo certi di cosa abbiamo visto?

L’intero cast è israeliano. Ayelet Zurer, attrice nota al pubblico italiano per la parte di Vittoria Vetra in Angels & Demons e per essere la Vanessa Fisk della serie Daredevil, interpreta qui Alice. Lihi Kornowski, attrice e modella ventottenne, è Sofi. Gal Toren, attore e compositore, conferisce al personaggio di David l’impronta della forza maschile, mentre Yossi Marshek affida al suo Tamir il canto di dolore della paternità negata. Shai Avivi, nei panni di Ami, dà spessore ad un personaggio astutamente equivoco.

Nessuno si aspetti una serie dirompente per contenuti e situazioni. Lo spettatore smaliziato non si stupirà della piega conclusiva. Losing Alice è comunque una serie molto ben costruita. Ogni elemento, musiche comprese, è al suo posto, le interpretazioni convincono e le triangolazioni del desiderio, calibrate con precisione scientifica, catturano l’attenzione. “Sopravvivenza” e “sacrificio” sono parole che si adattano al finale perfido e maligno. Si va avanti solo a costo di rimuovere la tragedia (Losing Alice non accenna direttamente al conflitto israelo-palestinese, trapelano solo frammenti di notizia da un giornale radio in apertura del primo episodio: rimozione, appunto). Alice e Sofi sono tra di loro nello stesso rapporto che intercorre tra il protagonista e il bambino, che è lui medesimo “in un altro periodo della sua vita”, nel racconto Un fiore giallo del grande Julio Cortázar. Anche qui, il tema del doppio è declinato in una prospettiva psichica anziché fantastica. L’esperienza irripetibile del mondo, vivere l’attimo e goderne, collima con la percezione della mortalità dell’altro, l’altro che più ti somiglia, anzi, che potrebbe essere la tua stessa persona.

Titolo originale: Losing Alice
Numero degli episodi: 8
Durata ad episodio: tra 42 e 55 minuti l’uno
Distribuzione: Apple Tv+
Data di uscita: dal 22 gennaio 2021 a cadenza settimanale
Genere: Thriller, Neo-Noir

Consigliato a chi: ha volutamente regalato fiori a una persona allergica, quando torna a casa trova spesso il frigo vuoto, ha eliminato gli zuccheri dalla dieta.

Sconsigliato a chi: si è smarrito in un autosilo, da piccolo si nascondeva nell’armadio, detesta essere interrotto.

Visioni e letture parallele:

A proposito di dolore e di desiderio, l’ottimo Dogs Don’t Wear Pants, film di J-P Valkeapää del 2019, disponibile sulla piattaforma MUBI.

– I giochi al massacro dell’esistenza quotidiana in un romanzo dagli incastri magistrali: Babilonia di Yasmina Reza, Adelphi, 2015.

Una citazione:  «Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, “che cosa è successo in realtà”… A volte sono anche disposti a rinunciare alle idee e financo alle mucche sacre, si accontentano della “storia che c’è dietro la storia”. Vogliono i pettegolezzi, insomma. Vogliono una soffiata. Che gli si dica che cosa ti è successo per davvero, nella vita, non quello che, dopo, ne hai scritto nei tuoi libri. Vogliono scoprire finalmente, e senza eufemismi né ammennicoli, chi veramente ha fatto quel che ha fatto, con chi, e come, e quanto. Questo è tutto quel che vogliono, niente di più. Shakespeare in love, Thomas Mann che rompe il silenzio, Dalia Ravikovitz snudata, la confessione di Saramago, l’intensa vita erotica di Leah Goldberg» (da Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli Editore, 2003). 

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