Romulus: ricostruzione storica e racconto immersivo nella serie di Matteo Rovere

Romulus **1/2

I trenta popoli della Lega Latina vivono da anni sotto la guida del re di Alba, Numitor (Yorgo Voyagis). La lega è prospera, ma la lunga siccità sta mettendo a dura prova un’economia essenzialmente agricola: per questo motivo il re decide di consultare gli dei, ma il verdetto dell’aruspice lo indica a sorpresa come il responsabile della siccità. Il sovrano prende quindi la via dell’esilio, cieco e senza beni, convinto di poter così restituire al suo popolo il favore degli dei e con esso l’agognata pioggia. Il trono passa ai nipoti Enitos (Giovanni Buselli) e Yemos (Andrea Arcangeli), due ragazzi legati in modo indissolubile l’uno all’altro, ma senza esperienza della vita e quindi esposti a mille pericoli, tra cui quello di fidarsi delle persone sbagliate come lo zio, il fratello di Numitor, Amulius (Sergio Romano).

Questi, convinto dalla moglie Gala (Ivana Lotito), ordisce un agguato per eliminare i due ragazzi e diventare re di Alba. Nella vicina Velia un gruppo di giovani sta intanto affrontando il rito di iniziazione alla vita adulta, trascorrendo 6 mesi da soli nei boschi sacri. Tra di essi c’è Wiros (Francesco Di Napoli), uno schiavo con uno strano segno a forma di V sulla schiena e senza alcun monile di protezione contro Rumia, la dea dei lupi che governa il bosco. Il suo destino si incrocerà con quello di Yemos, sopravvissuto all’attentato dello zio e rifugiatosi proprio nel bosco sacro. Nel frattempo la figlia di Amulius, la vestale Ilia (Marianna Fontana), appreso della morte di Enitos per mano di Yemos, giura di vendicarlo con l’aiuto del dio Marte.

La storiografia latina racconta di una città stato, Albalonga, che, prospera sotto la dinastia dei Re Albani, estendeva la sua influenza sulle terra comprese tra i Colli Albani ed il Tevere. Al momento della morte del re Proca, il legittimo erede Numitore fu scacciato dal fratello Amulio che costrinse Rea Silvia, unica figlia di Numitore, a diventare vestale, pronunciando il tradizionale voto di castità ed impedendo così al fratello di avere eredi legittimi.

Fu il dio Marte a scompaginare i piani di Amulio, lasciando in cinta Rea Silvia di due gemelli: Romolo e Remo. Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi, ma questi furono invece abbandonati nel fiume Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa. Divenuti grandi e conosciuta la propria origine, scacciarono Amulio dal trono che restituirono al nonno Numitore ed ottennero così il permesso di fondare una nuova città, Roma.

E’ quindi evidente come la serie si appoggi alla tradizione storiografica della fondazione di Roma, reinterpretandola con senso della spettacolarità, ma senza perdere di vista il tratto fondamentale della narrazione e cioè l’intreccio tra sacro e quotidiano che sta alla base non solo di questo mito fondativo, ma più estesamente della vita delle popolazioni di questo periodo storico. Nell’ottavo secolo a.C. non esiste una sfera sacra, ma tutto è pervaso dal sacro, anche gli spazi privati, come la soglia di casa per esempio.

Un aspetto che ritroviamo ancora oggi in molte culture: pensiamo alle yurte per i mongoli. La serie rende in modo efficace questa commistione che informa tutte le scelte della comunità e del singolo: la richiesta di affidamento al divino si manifesta non solo nelle preghiere prima delle battaglie, ma anche nella consultazione degli aruspici e in generale nella vita quotidiana di tutti i protagonisti, declinando il rapporto con il divino nelle sue molteplici sfumature esistenziali che finiscono per intrecciarsi con i grandi temi sviluppati dalla narrazione: il potere, l’amicizia, la capacità di creare un nuovo mondo.

La scelta di prendere la storia, ricostruirla con attenzione per poi piegarla verso una direzione narrativa che risponde a molteplici esigenze (capacità di intrattenimento e di ingaggio del pubblico, appetibilità per i mercati internazionali, espansione del genere storico con contaminazioni horror e fantasy) viene compiuta in modo sistematico dallo showrunner Matteo Rovere Il primo Re e dal suo team di scrittura. L’idea della serie del resto è stata sviluppata con pazienza in questi anni per arrivare a prendere forma in un set durato sei mesi all’interno del Parco Archeologico di Vulci, in provincia di Viterbo e realizzato con una maniacale ricostruzione del vissuto quotidiano dei popoli del tempo grazie al contributo di studiosi quali il direttore del Museo Nazionale Etrusco di Roma, Valentino Nizzo.

Il potere viene raccontato in varie modalità: si va dalla visione elementare, puramente fisica basata sulla sopraffazione di Cnaeus (Gabriel Montesi), autoproclamatosi re dei giovani veliensi impegnati nel loro rito di iniziazione, a quella più articolata basata sull’investitura divina della Lupa (Silvia Calderoni) che guida i Ruminales, fino ad arrivare alla complessa leadership di Wirus che fonde indicazione divina ed investitura del popolo. Nel primo caso le leggi sono stabilite con la forza, nel secondo per rivelazione mentre nel terzo vengono condivise dalla comunità (per quanto sempre con una forte componente di sacralità).

Arriviamo infine ad un modello di leadership e per estensione di civiltà inclusivo ed “aperto” che rappresenta il substrato su cui si andrà a sviluppare il concetto di civitas romana. La civiltà di Albalonga non viene stravolta, ma piuttosto espansa con l’inclusione di una nuova dea, Rumia. Tutti sono sottoposti alle leggi che dimostrano il rispetto degli dei, per questo è fondamentale che tutti si trovino in qualche modo rappresentati nel pantheon della nuova città.

Quando si pensa alla rappresentazione del potere nei dieci episodi di Romulus emerge la figura di Amulius. Amulius è sempre stato semplicemente il fratello minore del re e, pur consapevole di poter essere un capo migliore di Numitor, si è sforzato di accettare il ruolo riservatogli dal destino. Questo equilibrio precario su cui ha costruito la propria esistenza viene incrinato dalle parole del re di Velia Spurius (Massimiliano Rossi) e definitivamente distrutto da quelle della moglie Gala che di fatto spinge il marito ad ordire l’attentato ai due nipoti.

Un percorso descritto in modo asciutto, ma con le giuste sfumature: “Non sono le parole di Spurius a darmi il tormento, rivela Amulius alla moglie, ma il mio stesso sangue che vuole e non vuole”. Una lotta interiore che, una volta preso il potere, si traduce in una progressiva ed inarrestabile discesa verso un abisso di abiezione apparentemente necessario per mantenere il trono. In parallelo si sviluppa in Amulius la consapevolezza che non sono ragioni di ordine superiore o motivi di interesse generale a spingerlo, ma esclusivamente la realizzazione del proprio ego. Questa disperata consapevolezza rende Amulius un personaggio tragico e lo accompagna fin sulla soglia di una titanica quanto drammatica sfida al volere degli dei.

Una sfida peraltro condotta non solo sulla base del desiderio di potere, ma anche dell’amore per la figlia. Il crescente approfondimento psicologico di Amulius va di pari passo invece con il disperdersi di quello di Gala che finisce per passare da spietata consigliera a debole comprimaria, preda di rimpianti e rimorsi per quanto compiuto dal marito. Il progressivo scivolare della donna verso una malattia mentale misteriosa non risulta convincente e non rende giustizia ad un personaggio dalle ampie potenzialità inespresse. Il suo posto al fianco di Amulius viene preso dalla figlia Ilia, carattere molto interessante il cui arco si distende da una posizione di passività in cui la sua volontà, per quanto apparentemente salda, non è che l’espressione di altri (Vesta, Marte, il padre) ad una posizione pienamente autonoma. E’ Ilia la vera protagonista del finale, anche più di Wirus e Yemos.

Con Wirus e Yemos Ilia condivide un percorso di crescita che rende per molti aspetti la vicenda ascrivibile al racconto di formazione. I due ragazzi si conoscono nel bosco sacro, dove sono poco più che schiavi e riescono ad uscire da quella situazione drammatica soprattutto grazie al rapporto personale, alla fiducia reciproca, alla capacità di vedere il meglio l’uno nell’altro. L’amicizia, il rispetto, la lealtà sono valori forti all’interno della narrazione. Wirus vede il meglio di Yemos, la sua sincerità ed il suo coraggio e grazie a lui supera il tentativo di lapidazione ordito dagli altri veliensi; Yemos crede nell’astuzia e nella capacità di persuasione di Wirus che con un abile stratagemma convincerà gli altri re della Lega ad appoggiare Yemos nella rivendicazione del trono.

In mezzo un percorso di crescita lungo e tortuoso, narrato senza forzature, anche se non mancano delle semplificazioni nell’arco temporale degli eventi rappresentati (ad esempio il ritorno di Yemos a Gabi). Lo spettatore assiste ad una crescita parallela ed autonoma dei due protagonisti resa possibile, oltre che dalla fiducia nell’altro, anche dalla progressiva apertura all’Altro, cioè alla divinità più lontana e temuta, Rumia. La dea del bosco e dei lupi cambierà la loro vita, ma non senza sacrifici: dopo averli costretti a lasciarsi alle spalle le aspettative, i sogni, la famiglia ed infine anche la loro stessa comunità, chiederà l’impegno per creare un nuovo mondo.

E’ quindi un percorso di formazione travagliato e doloroso, senza sconti o almeno così sembra fino alla sequenza finale che sorprende lo spettatore e lascia aperte le porte per una nuova stagione dello show. Va detto che se questo percorso è emotivamente coinvolgente per Wiros e per Ilia, lo stesso non accade per Yemos che finisce per risultare piuttosto stereotipato a livello narrativo, senza che la performance di Arcangeli riesca a rivitalizzarlo. In generale gli attori, a livello fisico in grado di fornire una performance di grande efficacia, non sempre risultano altrettanto abili a livello espressivo, pagando eccessi (Di Napoli) o al contrario riduzioni (Arcangeli).

Nonostante un ritmo oscillante, con zone a bassa intensità, soprattutto nella parte iniziale ed in quella finale della narrazione, qualche personaggio non pienamente riuscito e la riproposizione di stilemi ormai consolidati nella serialità degli ultimi anni, nel complesso ci troviamo di fronte ad un prodotto interessante, soprattutto per la capacità di immergere lo spettatore in un mondo ricreato con cura e consapevolezza, a partire dalla scelta di utilizzare il protolatino per la recitazione.

Il resto lo fanno poi i maestri degli oggetti di scena, i costumi di Valentina Taviani ispirati ai reperti delle tombe etrusche e l’ottima scenografia di Tonino Zera che ricostruisce con cura quasi filologica la civiltà protolatina, basandosi sui reperti della civiltà villanoviana ed etrusca. Le uniche eccezioni ad una ricostruzione fedele e meticolosa sono state le abitazioni dei re, dotate di più ambienti, tra cui anche il cortile interno, per renderle fotograficamente più interessanti.

Il consiglio è di seguire la serie nella sua lingua originale: la differenza nelle interpretazioni degli attori è significativa e può influenzare in modo rilevante il gradimento dello spettatore; la lingua è la via maestra per immergersi nel mondo affascinante, anche se non privo di qualche limite, di questa serie.

Titolo originale: Romulus
Durata media episodio: 59 minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione streaming: Sky – Now TV
Genere: Drama, History, Horror

Consigliato: a quanti amano le ricostruzioni storiche immersive e che sono affascinati dal tema del sacro nella vita quotidiana.

Sconsigliato: a quanti cercano un’avventura a ritmo serrato e che non sopportano i cocktail di horror, fantasy e storia, indipendentemente dalla percentuale degli ingredienti. Miscelando abilmente questi tre ingredienti si ottengono molte tra le serie più importanti degli ultimi anni, ma la percentuale di ciascuno cambia sensibilmente l’orizzonte di genere che nel nostro caso è saldamente storico.

Visioni parallele:

Rudolf Otto, Il sacro, SE, 2018. Uno sguardo lucido e colto che ci permette di cogliere l’essenza del concetto di sacro inteso come fenomeno antropologico a prescindere dall’applicazione che ne fanno le singole religioni.

Un’immagine: la sigla iniziale, con la canzone Shout dei Tears For Fears cantata da Elisa. Un vero e proprio inno alla voglia di cambiare il mondo dei giovani protagonisti della vicenda che accompagna spezzoni della serie alternati a particolari di oggetti quotidiani inquadrati in dettagli volti ad esaltarne la matericità

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