I predatori

I predatori **1/2

L’opera prima di Pietro Castellitto, nata sotto l’egida della Fandango, è sfacciata, coraggiosa, fuori dalle righe, capace di rischiare tutto per quella generosità ingenua, che ogni esordio dovrebbe avere.

Castellitto, finora attore in tre film del padre, scritti con la madre Margaret Mazzantini, poi ne La profezia dell’armadillo da Zerocalcare e protagonista del prossimo Freaks di Mainetti, oltre che di una serie su Francesco Totti, si ritaglia qui un ruolo da co-protagonista, accanto ad un cast scelto soprattutto dal teatro, almeno per la sua parte borghese.

Tutto comincia a Ostia, con uno sbuffo di fumo di una sigaretta elettronica, che annebbia l’obiettivo. E’ una nuvola che nasconde una truffa: spacciandosi per amico del figlio, il fumatore vende per mille euro alla signora Ines un orologio da poco.

Quando il figlio Claudio, fascista e armaiolo, lo viene a sapere va su tutte le furie. La notizia guasta la festa di compleanno della moglie, che si svolge nella villa dello zio, il cravattaro Flavio.

Da tutt’altra parte di Roma, il giovane ricercatore d’antropologia Federico – figlio di un medico e di una famosa regista – ossessionato da Nietzsche, subisce i soprusi del suo professore.

Le due famiglie sono destinate ad incrociare imprevedibilmente le proprie strade due volte, quando il padre di Federico salva Ines, investita da un auto, praticandole un massaggio cardiaco e quando Federico stesso commissiona una bomba all’armeria di Claudio, per far saltare per aria la tomba del l’amatissimo filosofo tedesco.

Le due facce di Roma, le due facce del nostro Paese, sono la cifra che funge da contrappunto al racconto di Castellitto, che spezza il suo film in mille frammenti, gioca col tempo e le prospettive e punta al grande affresco, grottesco e cattivo, come solo le nostre vecchie commedie sapevano essere.

Difficile riassumere qui le eccentricità e i disastri delle due famiglie agli antipodi, ma ugualmente disfunzionali. I borghesi del centro neanche si parlano e quando lo fanno, alla festa della nonna di famiglia, ci pensa una delle nipoti a zittire tutti, con un rap feroce e provocatorio, ma completamente fuori luogo.

Il tradimento non risparmia nessuno, neppure i migliori amici.

I popolani della periferia, che non possono chiamare la polizia per denunciare la truffa, perchè hanno i loro affarucci sporchi, non sono meno da brividi: il figlio di Carlo, a dieci anni, spara al poligono con fucili di precisione, mentre il padre è stretto tra il desiderio di far soldi facili e l’obbedienza allo zio usuraio e criminale.

Curiosamente in entrambi i mondi si venera Mike Tyson. Il senso dell’ironia di Castellitto è surreale, molto audace: quando il suo Federico distrugge un enorme salvadanaio, a colpi di David di Donatello, l’effetto è scioccante.

La costruzione drammatica, che all’inizio connette la rete dei personaggi un pezzo alla volta, costruisce tensione nell’attesa.

E’ un mondo devastato quello che ci racconta Castellitto, che rigetta furiosamente ogni valore familiare e ogni retorica dei due mondi, ugualmente detestabili.

Pur nello squilibrio esuberante di questa opera prima ambiziosissima, si sente un’inquietudine feconda, un dolore capace di urlare cinematograficamente tutta la sua forza.

Questo rende il film disomogeneo, oltre che frammentato, per il desiderio del regista di voler far tornare i conti inserendo tutto.

Forse Procacci avrebbe dovuto accompagnare meglio lo sforzo produttivo, costringendo Castellitto a lavorare di più sul copione, selezionando, asciugando e dando maggiore coerenza al suo lavoro.

Anche dal punto di vista visivo, il film è un turbillon di idee, inquadrature decentrate, carrelli, primi piani, che mostrano certamente la competenza del neoregista, ma lo stile spesso sovrasta le necessità narrative.

E’ presto per dare un giudizio compiuto sul Castellitto regista, un’opera prima spesso viene letta retrospettivamente, quando gli altri lavori successivi la illuminano di significati ulteriori e cominciano a far intravvedere un percorso.

Di certo la follia dissacrante, le situazioni parossistiche, il rifiuto del realismo, in favore di una serie di maschere, sono tutti elementi sorprendenti, lontanissimi dai modelli familiari e lasciano intravvedere un talento da coltivare con maggiore rigore.

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