Il primo Re

Il primo Re *1/2

Siamo nel 753 a.c., quando una piena del Tevere travolge impetuosamente i due pastori Romolo e Remo, spingendoli a valle e lasciandoli tramortiti, in balia delle genti di Alba Longa.

Catturati con altri e costretti a duellare a mani nude nel fango, alla luce del Sacro Fuoco, quando infine tocca a Romolo, Remo si offre di sfidarlo. Con astuzia i due fomentano invece una rivolta, uccidono i soldati, liberano gli altri schiavi e rapita la vestale, si avventurano nel bosco per raggiungere una terra libera al di là del Tevere, dove ricominciare.

Romolo però è gravemente ferito e Remo, pian piano conquista il comando del piccolo gruppo, non senza versare altro sangue. Vinti i Velienses, sfidato Dio – il cui volere la vestale aveva chiarito, leggendo gli auruspici – Remo si prepara a sfidare nuovamente i soldati di Alba Longa, che sono sulle sue tracce.

Dimenticate tutto quello che avete studiato, ovvero il racconto della fondazione di Roma, tramandato da Tito Livio, da Plutarco, da Dionigi di Alicarnasso, da Virgilio.

Dimenticate Rea Silvia, Marte, le origini nobili dei due pastori, la lupa, il nonno Numitore, il presagio degli avvoltoi: questa è una versione del mito fondativo, che fa a meno del mito e del suo racconto.

E fa a meno anche della Storia, stravolta ad uso e consumo di un’avventura di genere, che cerca disperatamente di strizzare l’occhio al pubblico di Game of Thrones.

Gli errori – anche geografici – non si contano, a partire dalla posizione di Alba Longa e del Colle della Velia, per finire all’uso di maschere e armi da parte dei soldati della città: sia la mazza chiodata sia la labrys, l’ascia bipenne, appaiono del tutto fuori contesto.

Ancor più grave la semplificazione sacra operata dal film, che identifica un solo Dio, dimenticando il pantheon pre-romano, nel quale certamente c’erano la triplice Dea indoeuropea – Grazie, Parche, Moire – il Dio che vive nel fuoco della Vestale e gli Dei Penati.

Ma dove Matteo Rovere, con i suoi sceneggiatori Filippo Gravino e Francesca Manieri, decide di intervenire in modo più drastico è nella battaglia finale, che porta al fratricidio: si decide così di riscrivere radicalmente un episodio notissimo e decisivo nella fondazione della nostra civiltà e nella storia europea, con una leggerezza, che lascia senza parole e che neppure un kolossal hollywoodiano avrebbe osato.

E’ curioso poi che Rovere abbia scelto di far recitare gli attori in un idioma proto-latino, per cui si è affidati a studiosi e semiologi della Sapienza di Roma, al fine di preservare il realismo del suo racconto e poi abbia deciso in modo ineffabile di cancellare Storia e Mito.

La scelta lascia sconcertati e non ha, in effetti, alcun senso logico. E’ solo un trucco, un artificio.

Ma dimentichiamoci per un attimo la scelta di Rovere di riscrivere di suo pugno la fondazione di Roma e concentriamoci sul suo film, che cerca disperatamente una sua strada, rubando a destra e a manca, incapace di trovare una sua idea di messa in scena.

Il primo Re non è iperrealista e tonitruante come Valhalla Rising di Refn, non è lirico e incantato come The New World di Malick, non è adrenalinico e sovreccitato come Apocalypto di Gibson, non è neppure onirico e travolgente come The Revenant di Inarritu.

Rovere strizza l’occhio ai fans del Trono di Spade con duelli all’arma bianca particolarmente efferati, con sangue che sprizza e sgorga, con colpi che risuonano risolutivi, con ossa che si spezzano. Ma è ben poca cosa: immiserita da un paio di rallenty, che stonano terribilmente.

Nonostante la straordinaria luce naturale di Daniele Ciprì, che vale da sola la visione cinematografica, il film manca proprio dell’afflato epico: la scelta di mettere il mito da parte, in favore di un racconto anonimo e di un conflitto un po’casuale – in cui quello che conta alla fine è solo l’hybris di Remo e il suo conflitto con il Dio, temuto da Romolo – che fa perdere qualsiasi coordinata leggendaria al racconto.

Una nota a parte meriterebbe la tronfia colonna sonora del film, scritta da Andrea Farri, che ottiene l’effetto di rendere ancora più sgradevole il racconto, con i suoi toni esagerati, debitori probabilmente di quelli usati da Junkie XL.

Peccato per Alessandro Borghi che è un Remo convincente, almeno nel perimetro che Rovere ha creato per lui, e soprattutto per Tania Garribba, la vestale: i suoi occhi magnetici e il suo volto scavato sembrano appartenere a una diva del muto, a cui bastano quei pochi elementi, per raccontare un universo intero di sfumature drammatiche. Quanto al Romolo di Alessio Lapice c’è poco da dire: moribondo per oltre metà film, ha qualche momento solo nel finale, ma l’evoluzione del suo personaggio soffre decisamente di una scrittura approssimativa.

Molti critici in questi giorni si sono soffermati soprattutto sullo sforzo produttivo, che sta dietro a Il primo Re, sull’importanza di sostenere il nostro cinema di genere (?!).

Occorre essere chiari: l’operazione di Rovere è modesta. Troppo modesta, perchè possa essere salvata da quei pochi apporti professionalmente impeccabili – fotografia, costumi, trucco, effetti speciali – che pure l’accompagnano.

E’ la scrittura in questo caso a tradire completamente le attese, perdendosi in lungaggini tediose, in un rifiuto programmatico dell’autorialità, incapace però di farsi davvero grande mestiere.

Alla fine il risultato è paragonabile ad un’ordinaria puntata di un fantasy americano. Ma davvero è questo il cinema popolare italiano che dovrebbe riconquistare il mondo?

Da dimenticare.

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