Lavoro a mano armata: la rabbia fredda del signor Delambre

Lavoro a mano armata ***

Alain Delaimbre ha cinquantasette anni e da sei è disoccupato. Alain si occupava di risorse umane. “Avevo fatto il capo del personale per 25 anni. E di colpo ero povero. Dopo il licenziamento, passai dall’incredulità all’insicurezza. E al senso di colpa…” Ora Alain si arrangia con lavoretti mal pagati, miseri, a stretto contatto con un’umanità sottoposta a continue umiliazioni e sorda alla solidarietà di classe. La provvisorietà economica si tramuta per tutti in fragilità esistenziale. “L’idea di dover vendere casa mi portò a uno stato di rabbia fredda”. La rabbia non è altro che la faccia nascosta della depressione. Già, quella casa ristrutturata a metà, quella cucina diroccata. E il rapporto con l’amata moglie Nicole che si sgretola. Quando le figlie Lucie e Mathilde, invitate a pranzo, portano vino, formaggi e tutto l’occorrente per la tavola che lui e Nicole non si possono più permettere, Alain fa finta di nulla. Più i silenzi gonfi di vergogna si accumulano, più la reazione rischia di essere feroce. “Sentivo che stavo per diventare un terrorista. Non prometteva nulla di buono”.

Lavoro a mano armata è una miniserie in sei episodi distribuita da Netflix, in origine prodotta e trasmessa dal canale francese Arte con il titolo Dérapages, un termine che si può tradurre con “slittamenti”, oppure, se usato in accezione economica, con “scostamenti” (in questo ultimo caso il riferimento è alla variazione di bilancio di un ente pubblico o privato). Per i canali internazionali, Netflix ha mantenuto lo scontato pastiche semantico Inhuman Resources, titolo con il quale era stato proposto al pubblico anglosassone il romanzo da cui la miniserie è tratta. Pierre Lemaitre, vincitore nel 2013 del Prix Goncourt, uno dei massimi riconoscimenti letterari d’oltralpe, scrisse Cadres Noires ispirandosi a una storia vera. Lavoro a mano armata è stato pubblicato in Italia da Fazi Editore. L’interesse per la trasposizione seriale è alimentato dalla scelta di affidare ad Éric Cantona, ex calciatore affezionato a ruoli di impegno civile, il compito di interpretare Alain. Nicole ha invece il volto di Suzanne Clément, musa del golden boy del cinema Xavier Dolan.

La miniserie pone fin da subito in evidenza il contrasto estetico tra l’appartamento di Alain, mattoni a vista e pareti scorticate, e i grattacieli del distretto della Défense, immacolati e affilati come coltelli. La sede di Exxya France è una cattedrale laica dove si officiano i riti del neoliberismo. Il presidente di Exxya, Alexandre Dorfmann (interpretato dall’attore comico Alex Lutz), sfodera analogie tra l’attività del suo gruppo e le regole marziali della disciplina militare. Non sono schemi retorici. Lavoro a mano armata insiste sulla tesi della fusione tra ideologia capitalista e leggi di guerra. L’estromissione da una ricchissima commessa, con conseguente perdita di fatturato, scatena in Dorfmann, per reazione, una volontà di potenza incontenibile, declinata, all’atto pratico, in tagli moralmente inaccettabili: mille, forse milleduecento addetti dello stabilimento di Beauvais (difficile stabilire il numero esatto, proprio come la stima dei morti prima di un bombardamento) da licenziare in tempi rapidi, evitando il danno collaterale delle sommosse popolari.

In amore, in guerra e nella logica dell’alta finanza del terzo millennio il Diritto è sospeso. Tutto è lecito. Compresa l’opzione di selezionare il tagliatore di teste mediante una cruda simulazione per verificarne la fedeltà all’azienda. Quattro top manager saranno sequestrati da un vero commando composto da professionisti del settore, mercenari et similia. Strizzati a dovere, i deboli cederanno alle pressioni, finché ne rimarrà solo uno. Il migliore, il killer, il terminator.

Alain Delambre alias Éric Cantona ricapitola le vicende della sua vita recente parlando dritto in camera. Non capiamo, dall’inquadratura stretta, se si trovi a casa sua o nella cella di un carcere. Di sicuro, qualcosa di grave è accaduto. Di sicuro, è solo. La strada per l’inferno non è forse lastricata di buone, se non ottime, intenzioni? Il suo avvicinamento alla Exxya inizia con un annuncio di lavoro, suggeritogli dall’apprensiva Nicole. Alain ha appena perso l’ennesimo petit job per aver sferrato una testata al suo supervisore, in risposta ad un calcio ricevuto perché troppo lento. Il gesto suscita empatia: gli siamo istintivamente vicini. Alain non va per il sottile e la testata è una delle sue mosse preferite (ne sa qualcosa anche Gregory, genero idiota dalla battuta sempre fuori posto).

L’annuncio fa capo a una società di consulenza che ricerca selezionatori esperti per un lavoro particolare presso un cliente segreto. Il cliente è la Exxya. Alain invia la sua candidatura, con la testa assente e il cuore colmo di sfiducia. Inaspettatamente, supera le selezioni preliminari. Durante l’ultimo colloquio viene a conoscenza della natura della prova. Nel corso della simulazione, lui ed altri dovranno guidare dall’esterno il team di sequestratori, dando loro le istruzioni utili a testare il carattere dei manager. Alain è sconvolto dalla brutalità dello scenario che si prospetta, però non ha alternative.Lavoro a mano armata sintetizza la filosofia del nostro tempo in alcuni rapidi scambi di battute. “La disoccupazione non giustifica tutto” (Nicole). “Lo dice solo chi ha un lavoro” (Alain).

Il rinvigorito Delambre decide di misurarsi con se stesso, in unaescalation di azioni borderline, la parte migliore di Lavoro a mano armata:scopre il nome della società, identifica il gruppo armato che farà irruzione nell’HQ dell’Exxya, assolda un “coach”, l’inquietante ex poliziotto Kaminsky, per essere fisicamente e psicologicamente addestrato alle tecniche di sequestro, legge su internet articoli relativi a celebri prese di ostaggi e si sofferma su un caso, la rapina alla banca di Gladbeck, divenuto famoso per le morbose attenzioni della stampa tedesca. Non contento, pedina i quattro dirigenti da torchiare, due uomini e due donne, annotando per ciascuno i punti deboli, i vizi inconfessabili, i problemi personali. Ha subìto troppo, il paziente Alain: il posto da selezionatore deve essere suo e non importa se per ottenerlo occorrerà indossare una pelle da predatore.

Alain non esita a imbrogliare Nicole, tacendole i dettagli più controversi della faccenda, e non si fa scrupoli nel coinvolgere l’unico amico rimastogli, Charles Bresson, tecnico informatico con competenze da hacker. Il brillante Charles, ultracinquantenne bruciato dalle logiche del mercato al pari di Alain, vive in un camper ai margini della ville lumière. Talenti sprecati, svenduti, ridicolizzati, però pronti a sabotare il sistema non appena si presenti l’occasione propizia.

Come nelle guerre asimmetriche, la confusione tra bersagli ‘autorizzati’ e civili inermi è massima. In realtà, il confine tra colpevolezza e innocenza non esiste più. Trucco nel trucco, il posto è già assegnato alla raccomandata di turno. Il protagonista di Lavoro a mano armata elabora la cocente fregatura armandosi di un’arma vera e che, finzione nella finzione, non userà contro nessuno, salvo colpire a una gamba David Fontana, capo del commando, per evitare che questi lo disarmi. Successivamente, davanti al giudice, Alain penserà di addurre l’argomento della “legittima difesa” a propria giustificazione. Difesa legittima, s’intende, rispetto alla violenza esercitata dal capitalismo.

Alain Delambre è un working class hero o somiglia più a un demone di Dostoevskij? “Ho provato ovunque la mia forza. Voi me lo avevate consigliato ‘per farmi conoscere me stesso’. Nelle varie prove fatte per me e per mostrarla agli altri, come già prima in tutta la mia vita, essa si è dimostrata illimitata”. Così dice di sé l’antieroe Stavrogin. Nel gioco a somma zero del nichilismo contemporaneo lo scopo è sopravvivere. “Il ricorso alla morale”, dice Delambre a Dorfmann nell’episodio finale, “è solo per privilegiati”.

A cosa punta Alain?  È devoto al caos o alla giustizia? È un rivoluzionario o un uomo in rivolta? Il buon padre di famiglia rivuole indietro la sua vita con gli interessi. Essere giudicato, nuovamente, un uomo capace. Così, alza l’asticella della scommessa. L’azzardo: milioni di euro, sottratti all’Exxya con una magia informatica, un guadagno che Alain ritiene meritato. È un salto mortale nel vuoto cosmico della finanza, conti all’estero, tangenti, accordi sporchi. Il pregio della miniserie, e del libro, sta nel saper costruire un personaggio complesso, rude, tenace, egoista, disposto a formarsi nel crimine, se è questo che la società richiede. Dal terzo episodio in poi, lo scenario cambia. Alain si adatta al carcere, improvvisa, giorno per giorno, una strategia d’attacco. Ricatta i giganti della multinazionale con zero assi in mano, mette l’avversario con le spalle al muro agitando fantasmi che nemmeno lui controlla. Il castello di carte potrebbe crollare al minimo soffio di vento.

Debiti. Prestiti. Acconti. Tutto gira attorno ai soldi. Cifre, cifre, cifre. L’appartamento nuovo di Mathilde e Gregory, seicentotrentamila euro. Il compenso di Kaminsky, venticinquemila euro. La parcella del prestigioso studio di avvocati penalisti, cui si rivolge l’inesperta Lucie per aiutare il padre, sessantamila euro. L’anticipo dell’editore sul libro-verità scritto da Alain (per ingraziarsi l’opinione pubblica? Per lasciare ai posteri una testimonianza/traccia del suo gesto?), centocinquantamila euro. Il risarcimento danni chiesto a Delambre dal suo precedente datore di lavoro, centomila euro.

Nella nostra era la velocità dell’informazione genera una curiosità volatile per i fatti di cronaca. Lo scaltro Alain guadagna il palcoscenico mediatico al momento opportuno, con l’effetto di teatralizzare, e quindi mistificare, la sua azione. Il messaggio principale della serie è forse la perdita inesorabile della purezza. Non vi è nulla di naturale, di autentico intorno a noi. Anche i sentimenti sono filtrati, distorti, condizionati dalla cultura dominante. Alain ama sua moglie? Certo, ma questo amore non è esente da negoziazione. Alain crede nella famiglia? Si, eppure i legami con Lucie e Mathilde sono stravolti dalle sue urgenze.

La sceneggiatura confeziona un inizio intrigante, salvo scivolare, con fretta eccessiva, nel thriller tout court. Lavoro a mano armata è una miniserie scorrevole e ben incorniciata, sul piano della fotografia, in una Parigi livida, scostante. Éric Cantona, grazie alla suadeterminazione d’attore e, nondimeno, in virtù della sua storia fuori dal set, assicura spessore e credibilità al personaggio. Il look da carcerato, segno di una metamorfosi non voluta, si accaparra la simpatia dello spettatore. Suzanne Clément è, al solito, seducente e nervosa. Lucie, la figlia-avvocato raggirata dal cinismo del padre (momento chiave, la

determinante arringa finale), è interpretata da una brava Alice de Lencquesaing.

“La tirannia è delle finzioni e non degli uomini che le incarnano; questi, per così dire, sono i mezzi di cui le finzioni si servono per tiranneggiare, come il coltello è il mezzo di cui si può servire l’assassino. E lei, certo, non pensa che abolendo i coltelli si possano abolire gli assassini. Guardi: distrugga tutti i capitalisti del mondo, ma senza distruggere il capitale. Il giorno dopo il capitale, già nelle mani di altre persone, continuerà tramite loro la sua tirannia”, scrive il grande Fernando Pessoa ne Il banchiere anarchico. “È solo questione di tempo, questa gente vince sempre”, dice il protagonista di Lavoro a mano armata. Infine, resta il deserto. Ventidue milioni di euro da riciclare, in fondo, non fanno la felicità.

Titolo originale: Dérapages
Numero degli episodi: 6
Durata media ad episodio: circa un’ora l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 15 Maggio 2020
Genere: Drama, Thriller

Consigliato a chi: ama i tatuaggi fai-da-te, studia per una promozione, ha un amico nerd su cui contare.

Sconsigliato a chi: pensa di essere il jolly della situazione, si è slogato le dita della mano,ha dimenticato il cellulare acceso nel momento meno opportuno.

Letture e visioni parallele:

– Inquietanti scenari ipotizzati da un professionista della Silicon Valley: Martin Ford, Il futuro senza lavoro, Il Saggiatore (2017).

– Quando c’è di mezzo Cantona, il pensiero corre aIl mio amico Eric di Ken Loach (2009).

Una frase: “Il modello aziendale ha invaso tutto, anche la famiglia” (Alain a sua figlia Lucie).

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