Venezia 2020. The Duke

The Duke **1/2

In Agente 007 – Licenza di uccide del 1962, quando l’agente Bond viene introdotto al misterioso Dr.No, si sofferma ad osservare un dipinto del Duca di Wellington di Francisco Goya, che quest’ultimo tiene in bella mostra, nel proprio covo.

The Duke, scritto da Richard Bean e Clive Coleman e diretto da Roger Michell (Notting Hill, A Royal Weekend), racconta il vero furto di quel quadro dalla National Gallery di Londra nel 1961, le indagini e le trattative per il recupero e il processo a Kempton Bunton, reo confesso di quello che lui intendeva come un prestito, atto a finanziare l’ultima delle sue battaglie, per l’abolizione del canone televisivo della BBC, per i pensionati inglesi.

Bunton era un modesto taxista sessantenne di Birmingham, capace di farsi cacciare da ogni impiego, pur di difendere i suoi principi e rifiutando ogni sopruso padronale.

All’inizio degli anni ’60 conduceva una piccola battaglia contro il governo e la BBC, rifiutandosi di pagare il canone, dopo aver disabilitato dal proprio televisore la possibilità di ricevere il segnale della tv di stato.

Bunton era sposato con una moglie, domestica in casa di un assessore locale, stanca delle sue prese di posizione e aveva due figli grandi, anche loro alle prese con le difficoltà a sbarcare il lunario.

Ossessionato dalla pubblicità, che il governo e le tv avevano fatto dell’acquisto, da un privato, del dipinto di Goya – durante un viaggio a Londra, per perorare le sue piéce teatrali amatoriali, aveva deciso di rubarlo dalla National Gallery, chiedendo un riscatto da impiegare nella sua battaglia, per risarcire i pensionati dal canone televisivo.

Nel film la questione si risolve piuttosto velocemente, con la restituzione e il processo, ma in realtà Bunton attese ben 4 anni per farlo, consentendo così al misterioso furto del dipinto di entrare nell’immaginario collettivo inglese, finendo addirittura nella prima avventura cinematografica di James Bond.

Il film di Michell è proprio come ce lo saremmo aspettato: molto professionale, sapido nei dialoghi, impeccabile nei tempi e nella messa in scena invisibile, recitato in modo divertito e leggero da un cast, guidato da Helen Mirren e Jim Broadbent, nei panni dell’anziana coppia di coniugi, al centro del racconto.

E’ l’ennesimo esempio di cinema dell’ora del thé, rivolto prevalentemente alla terza età, vagamente progressista, capace di lasciare un buon sapore in bocca e di risolversi in modo giustamente consolatorio, quando la giustizia prevale sulla legge.

Ci si chiede sempre cosa ci facciano film di questo tipo ad un festival cinematografico, che dovrebbe innanzitutto rappresentare e promuovere un cinema di ricerca, non diciamo d’avanguardia, ma in ogni caso capace di interrogare lo spettatore, non limitandosi a confortarlo.

Tuttavia, soprattutto a Venezia, il novero dei film inglesi cuciti con la stessa stoffa di The Duke sono ormai rintracciabili in quasi tutte le edizioni: una coperta di Linus, da ritrovare di fronte a troppi film magari molto più ambiziosi e pretenziosi, ma spesso assai meno compiuti di questo.

Tuttavia, nell’odierno panorama distributivo anche un lavoro solido e popolare come The Duke avrà difficoltà a trovare la sua strada nelle sale.

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