Giri/Haji: tra Londra e Tokyo un ottimo thriller, con scelte stilistiche originali

Giri/Haji ***1/2

In un elegante appartamento di Londra viene trovato morto il nipote di uno dei capi della Yakuza, pugnalato da una spada che rimanda alla mano di un clan rivale. Tutti gli indizi conducono a Yuto Mori (Yosuke Kubozuka già in Silence di Martin Scorsese), ex membro del clan Fukuhara e ritenuto da tutti morto in un incidente d’auto. Il fratello di Yuto, l’ispettore di polizia Kenzo (Takehiro Hira) viene inviato a Londra per ritrovare il fratello e riportarlo a Tokyo, scongiurando così una sanguinosa guerra tra ‘uomini d’onore’ assetati di vendetta. La missione si rivela tutt’altro che facile perché coinvolge il vissuto familiare di Kenzo, costringendolo a rimettere in discussione le proprie certezze e l’immagine di sé costruita per rispondere ai doveri familiari. A Londra si forma, più per caso che per scelta, una piccola comunità che collabora con lui nelle indagini: la detective del MET, Polizia Metropolitana di Londra, Sarah Weitzmann (Kelly MacDonald), il giovane gigolò Rodney (Will Sharpe), due improbabili malviventi, Mr. Abbott (Charlie Creed-Miles) dell’East End e l’Americano Vickers (Justin Long) ed infine la figlia Taki (Aoi Okuyama) che, espulsa da scuola, prende l’aereo e raggiunge il padre.

Il titolo di questa serie prodotta da BBC e distribuita da Netflix, Giri/Haji (dovere/vergogna), sintetizza i due poli attorno ai quali si muovono tutti i personaggi. Strettamente connesso all’onore c’è il senso del dovere nella cultura orientale e nella vita di Kenzo, un uomo che sembra aver scelto di dedicare la propria esistenza esclusivamente alla famiglia ed alla lotta al crimine. Per senso del dovere egli tiene in piedi una relazione matrimoniale logora e sopporta un rapporto con i genitori vissuto sempre in difetto.

E’ una flebile eco di relazione genitoriale quella che Kenzo mantiene con la figlia che egli vede e conosce poco, anche se è l’unico in grado di ricucire le rotture tra Taki ed il resto della famiglia. Kenzo si aggira per casa come un fantasma, estraneo alle persone che rappresentano la sua principale ragione di vita: ci appare, anche a livello visivo, come un uomo grigio. La sua condizione non dipende solo dal fisiologico logorio degli anni o dal peso della famiglia: nella coscienza di Kenzo è vivo il rimorso per aver ucciso un allibratore al fine proteggere il fratello Yuto, un episodio avvenuto diversi anni prima e celato a tutti. Il passato è quindi causa di un profondo senso di vergogna, come avere un gangster in famiglia, del resto.

Yuto è più empatico, al contrario di Kenzo sa farsi amare da chi lo circonda, sebbene non abbia alcun senso del dovere. Il suo dramma è che non riesce ad uscire dalla spirale in cui si è infilato, sprofondando progressivamente in un universo scuro in cui la coscienza è addormentata e piegata alle necessità del clan. “Ma tu non sei così”: Eiko (Anna Sawai), figlia di Fukuhara, il boss per cui il ragazzo lavora, si innamora di lui e sembra essere l’unica a poterlo salvare, ma la loro relazione è tutt’altro che semplice e quando Fukuhara la scopre dà ordine ai suoi sicari di ucciderlo. Yuto è costretto a fingersi morto ed a fuggire a Londra dove ricomincia una nuova vita, svolgendo così il ruolo di motore della vicenda: è il suo comportamento ad avviare il movimento che coinvolge tutti i protagonisti.

Parlo di movimento e non di meccanismo perché non c’è senso di fatalità ineluttabile in quello che vediamo sullo schermo: per quanto le vicende prendano spesso una piega imprevista è la volontà dei protagonisti ad orientare (se non a decidere) il corso degli eventi. In particolare è il rapporto tra i due fratelli Mori il fulcro attorno a cui ruotano gli altri attori, come vediamo sintetizzato nella danza onirica dell’episodio conclusivo, per molti aspetti uno dei vertici della serie: il loro abbraccio, che assomiglia molto ad una lotta, è il nucleo attorno a cui si muovono tutti gli altri.

Nello spazio tra questi due poli, dovere/onore e vergogna, agiscono anche gli altri protagonisti: Sarah ha rovinato la propria carriera denunciando il suo compagno e collega per un arresto compiuto utilizzando prove false: paga il suo gesto con l’emarginazione e la solitudine, guardata con riprovazione ed evitata dai colleghi. Il suo dovere è anche causa della sua vergogna. Anche la figlia di Kenzo vive sulla propria pelle un profondo senso di inadeguatezza rispetto al dovere di essere all’altezza delle aspettative che la famiglia ripone su di lei: prova vergogna per la propria incompletezza, fragilità, incertezza di identità sessuale.

Temi come il dovere e la vergogna non possono che mettere le scelte morali al centro dell’attenzione, come avviene del resto in alcune delle serie TV più significative degli ultimi anni: siamo passati dall’idea di un eroe a quella di un anti-eroe, cioè di un protagonista che compie un mix di azioni di difficile decifrazione. L’anti eroe porta lo spettatore su di un terreno molto scivoloso, in cui il confine tra il giusto e lo sbagliato è spesso solo una questione di prospettiva. Se cambia la prospettiva, con l’introduzione di nuovi elementi prima sconosciuti, cambia anche la valutazione. Così capita (spesso) in questa serie. Guardando il comportamento di Kenzo e di Yuto da diverse prospettive modifichiamo il nostro giudizio e rinegoziamo anche le nostre scelte e scale valoriali. A volte per lo stesso personaggio il giudizio non è omogeneo e varia a seconda che ci si confronti con il comportamento tenuto come padre, come marito, come figlio o come fratello.

Al centro di tutto ci sono i personaggi, così ricchi di sfumature e di sorprese da rendere perfino superfluo lo sviluppo della parte thriller che prosegue lungo un binario tutto sommato piuttosto prevedibile. Ha ragione Piers Wengner, producer di BBC2 nel dire che questo show “è diverso da qualunque cosa visto finora sulla Tv britannica”. Potete immaginare la sorpresa di uno spettatore inglese nell’imbattersi nei primi 25-30 minuti della serie, girati quasi interamente a Tokyo ed in lingua giapponese!

Analoga sorpresa di uno spettatore giapponese abituato a personaggi più definiti, con meno sfumature di grigio e ad una rappresentazione della Yakuza meno drammatizzata. L’obiettivo è parlare una lingua originale per entrambi i pubblici, sia quello occidentale che quello orientale, anche se la nostra personalissima sensazione è che comunque prevalga il punto di osservazione occidentale: per quanto le vicende siano infatti localizzate in entrambi i Paesi va detto che gran parte dell’azione si origina a Londra, dove del resto si trovano i fratelli Mori.

Non c’è poi alcuna urgenza di confronto tra le due culture: è tra le persone più che tra i mondi che si vuole descrivere una relazione. La serie però non lesina qualche frecciatina alla superficialità con cui molti occidentali si affacciano alla cultura giapponese, pensando di conoscere l’oriente semplicemente perché si sono appropriati di qualche termine, come Abbott o hanno visto dei documentari sui macachi immersi nelle piscine termali, come Annie, l’amica inglese di Taki. A riguardo è emblematica la domanda che il boss del clan Endo rivolge ad Abbott che vorrebbe sbarcare in Giappone: “Cosa sa della mia cultura? “So che è un mercato inesplorato.” “Quelli sono affari – riprende stizzito – io parlo della cultura. Non ne sa niente. Non conosce il mio mondo”. Certo i giudizi superficiali non riguardano solo gli occidentali: si pensi al tono sprezzante con cui i detective giapponesi etichettano il collega inglese Roy (Tony Way) “sembra un turista sessuale”. Il twist finale di Roy sarà peraltro uno dei più sorprendenti.

Giri/Haji è soprattutto un prodotto di pregevole fattura tecnica: sceneggiatura, recitazione, effetti sonori e scenografie sono realizzati con cura del particolare e desiderio di evitare gli stereotipi in cui era facile cadere. La rappresentazione di Tokyo, per fare un esempio, è molto lontana dalla città piena di luci e neon che spesso abbiamo ammirato nelle sale cinematografiche. La regia ha utilizzato una grande varietà stilistica, passando con leggerezza dallo split screen ai riassunti animati (realizzati dal gruppo che ha curato il cartone per bambini Hey Duggee), dallo slow motion al montaggio serrato, senza mai perdere il senso di coerenza stilistica dell’insieme. Nota di merito anche per gli effetti sonori ritmati con cadenza marziale per dare la sensazione di un accumulo di tensione che trova scioglimento nella liricità dei momenti in cui gli affetti vengono descritti senza indugi alla retorica e con sonorità diverse, tra cui spicca la splendida Heal di Tom Odell.

In sintesi ci troviamo di fronte ad un’ottima serie in cui drama e thriller sono ben equilibrati e riescono a convivere mantenendo alta l’attenzione dello spettatore, alternando registri e generi in un mix realizzato con cura e senso estetico.

Restiamo in attesa di notizie sul futuro della serie da parte di BBC e Netflix.

Titolo originale: Giri/Haji
Durata media degli episodi: 55 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: drama thriller crime

Consigliato: per i palati educati che amano personaggi gustosi e dai sapori contrastanti, adagiati su un solido thriller metropolitano al confine tra due culture.

Sconsigliato: a chi convive con difficoltà con i sottotitoli dato che circa 1/3 del girato è in lingua giapponese.

Visioni parallele: Associazione criminale tra le più famose e rappresentate, la Yakuza è stata al centro di numerosi lungometraggi, in particolare ricordiamo le opere di Takashi Miike (Ici the killer, ma anche il recente First Love) e di Takeshi Kitano (Sonatine, giusto per citarne uno). Anche il film americano Yakuza del 1974 di Sydney Pollack può essere una visione interessante, da una prospettiva diversa.

Un’immagine: la pratica della Yakuza di tagliarsi il dito rimane nella testa dello spettatore. Le serie Tv hanno alzato il livello di tolleranza verso scene di crudezza narrativa, ma la combinazione di ferocia ritualità e senso estetico che accompagna questa cerimonia è di grande effetto. Il rituale per espiare gravi scorrettezze verso qualcuno si chiama Yubitsume (Accorciamento delle dita) e prevede l’amputazione di una parte del proprio mignolo, in genere il sinistro, sopra la nocca. La parte recisa viene poi avvolta in un telo e consegnata al capo famiglia. In caso di oltraggi reiterati si procede con altre amputazioni, come ad esempio quella del mignolo destro a cui viene sottoposto il boss Fukuhara.

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