Venezia 2019. 45 Seconds of Laughter

45 Seconds of Laughter ***

Fuori concorso

Ci sono film melensi, che ti strappano un sorriso, ti fan star bene finché sei in sala e poi chi s’è visto s’è visto. Negli ultimi tempi i feel good movies vanno forte perché possiedono l’utilissima capacità di distrarre momentaneamente il pubblico da quel grande incendio in una discarica che è il mondo odierno e, possibilmente, di convincere chi guarda che le cose non vanno poi così male – un esempio su tutti, la pappardella che ha portato a casa la statuetta come Miglior Film agli Oscar 2019.

Quel tipo di feel good movie è deleterio perché mostra una realtà già risolta e ideale, inibisce l’azione mostrandola come superflua in un contesto pacificato, completo, senza spigoli. Poi ci sono film come 45 Seconds of Laughter, che fanno stare bene perché non solo raccontano che un cambiamento è possibile, ma anche che è già in atto.

In questo documentario, Tim Robbins offre uno scorcio sull’attività del gruppo Actors’ Gang Theatre, un collettivo teatrale di cui è fondatore attivo in 15 prigioni della California, che porta avanti l’obiettivo di cambiare la percezione che i detenuti hanno delle proprie emozioni, promuovere l’interazione fra clan nel carcere, ridurre le probabilità di recidivismo.

I commenti della voce fuori campo sono ridotti al minimo, così come si riducono all’indispensabile le riprese al di fuori della stanza in cui il gruppo si riunisce.

Così che tutto quello che sappiamo del centro di detenzione di massima sicurezza Calipatria ci arriva di riflesso, attraverso le testimonianze dei nostri protagonisti.

Proprio come i loro insegnanti, non sappiamo che crimini hanno commesso – la policy è del don’t ask, don’t tell – e proprio come i loro insegnanti li possiamo quindi vedere come tavole bianche, registrare i loro cambiamenti, accompagnarli nel loro viaggio.

Venti uomini nerboruti, coi volti induriti e le cicatrici sulle mani, si sdraiano sul pavimento di una sala prove per meditare insieme.

Rilasso le dita dei piedi, le mie dita dei piedi sono completamente rilassate.

Venti detenuti di un carcere di massima sicurezza si siedono in cerchio per parlare di quel che li fa sentire felici, tristi, impauriti o arrabbiati.

Mi sento arrabbiato perché ogni giorno sono costretto a consumare cibo della qualità più bassa pur di sopravvivere.

Tutti insieme ammutoliscono la cultura del machismo, scelgono un personaggio e una maschera, si lasciano andare.

Aiutami a fare il mio trucco e io ti aiuto col tuo.

Riabilitazione e reinserimento non sono più termini astratti da spendere in aule governative. Il miglioramento di sé diventa un processo tangibile e condiviso, possibile. È una metamorfosi graduale ma decisa e potervi assistere è un vero privilegio.

I mesi passano, il gruppo iniziale diminuisce nel numero ma si rinforza e per noi arriva il momento di dire addio.

I detenuti ora sono amici, sorridono, hanno il coraggio di piangere quando serve, parlano a cuore aperto con le loro famiglie, hanno uno scopo e qualcosa per cui mantenersi in carreggiata.

Un tizio mi ha spintonato in mensa, volevo aggredirlo ma ho pensato che poter continuare a venire qui al corso era molto più importante.

Come da rito, l’ultima lezione a cui assistiamo si chiude con 45 secondi di risate in cerchio – perché, anche se in quel momento non hai voglia di ridere, farlo “stimola le endorfine”.

Ridono loro, ridi anche tu nel pubblico e, questa volta, ti senti bene davvero.

E tu, cosa ne pensi?

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