Venezia 2019. American Skin

American Skin *1/2

Fuori Concorso

Quando Nate Parker ha presentato tre anni fa al Sundance la sua opera prima The Birth of a Nation, il suo nome è diventato improvvisamente uno dei più citati, nel panorama indie americano.

Acquistato per una somma record da Fox Searchlight, il film era pronto per un lancio autunnale in grande stile.

Ma una brutta storia dei tempi del college, in anticipo sul #metoo, ha travolto ogni ambizione di Parker e quando il film è arrivato poi anche in Europa, l’entusiasmo iniziale si è scontrato con la realtà di un lavoro manicheo, sbilanciato, ultraretorico.

Il suo secondo film, prodotto da Spike Lee, sembra il tentativo di ripartire da capo. Si direbbe una nuova opera prima, sempre sui temi più incandescenti della militanza black.

In American Skin, padre e figlio afroamericani, Lincoln e Kajani Johnson, vengono fermati dalla polizia in un quartiere bene di Los Angeles. Il figlio si ostina a filmare i poliziotti, il padre non riesce a trovare l’assicurazione dell’auto. Basta poco. Un movimento sbagliato, un’intenzione mal raccolta, un protocollo eseguito troppo alla lettera: uno dei poliziotti spara e il ragazzo muore.

Il responsabile viene esonerato dal gran giurì, che dovrebbe mandarlo a processo.

Tre giovani filmaker universitari nel frattempo stanno realizzando un film intervista con il padre, Lincoln.

Solo che l’uomo ha altre intenzioni: rapisce il capitano del distretto di polizia, penetra negli uffici con amici e parenti con armi d’assalto e tiene in ostaggio il poliziotto che ha sparato, per fargli quel processo che non avrà mai.

La giuria è composta da sei civili che erano nel distretto e sei detenuti, liberati per l’occasione.

A Lincoln spetta il ruolo della pubblica accusa, ad un collega del poliziotto, la difesa delle loro ragioni.

E allora che processo sia, ripreso dalle videocamere dei giovani filmmakers, ostaggi anche loro. Mentre fuori dal distretto la SWAT si organizza per l’assalto.

Il film di Parker sembra voler mettere in campo un approccio più problematico ed equilibrato rispetto al passato e se pure l’incidente iniziale è emblematico nell’attribuire i ruoli dei buoni e dei cattivi, senza nessuna sfumatura, nel processo le due parti si raccontano molto emotivamente cercando di far comprendere all’altro le proprie ragioni.

Solo che Parker ha già deciso per tutti e tutta la lunga parte del processo del popolo, ad usum dello spettatore tifoso, è solo una finta.

Peraltro rispetto al suo esordio, qui il cinema latita, la cornice documentaristica è solo un mezzo e i lunghi minuti del processo sono girati come un pessimo tv movie.

Alla fine tutto si riduce ad una messa in scena che non risolve nulla e che prelude ad un finale ad effetto, che sconfessa ogni problematicità e ritorna allo stesso manicheismo militante e manipolatorio, che appare il segno distintivo del cinema del nostro.

Nonostante Spike Lee gli abbia fatto da padrino qui a Venezia, anche questo suo secondo lavoro è un disastro moralista.

Peccato.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.