Cannes 2019. La femme de mon frère

la-femme-de-mon-frere-2019-afficheLa femme de mon frère **1/2

Le strandbeest sono creature maestose in PVC e nastro adesivo. Rispondono a ogni soffio di vento muovendosi leggiadre per le spiagge olandesi. Il loro creatore Theo Jansen, nel parlarne, le tratta come esseri viventi. Dice che usano il loro charme naturale per riprodursi: ammaliano gli uomini, che così si informano su come creare repliche in miniatura da tenere sul comodino e magari far camminare nel giardino di casa.

Ora, Xavier Dolan può tutto sommato essere considerato una strandbeest. È leggiadro, ha un fascino innegabile e ghermisce le menti degli innocenti per garantire la riproduzione delle sue idee.

Prendiamo il caso di Monia Chokri. Ha recitato per lui in Laurence Anyways e in Les Amours Imaginaires. Tutto sembrava andare per il meglio, finché Monia non si è presentata a Cannes 2019 con un lungometraggio, La femme de mon frère.

Sophia (Anne-Elisabeth Bossé) è una laureata in filosofia in rapporto simbiotico col fratello Karim (Patrick Hivon). Il loro equilibrio viene messo a repentaglio quando Karim si fidanza con una dottoressa.

Il film è un gioiello, la sceneggiatura esilarante, il montaggio schizofrenico e ultradinamico, la colonna sonora azzeccata. Attira l’attenzione anche la protagonista, ansiosa, senza direzione, mediocre, normale. Una persona qualunque con una vita qualunque che per caso finisce sul grande schermo. Un approccio diverso dalla norma, che aiuta parecchio a immedesimarsi.

Ma, carinerie a parte, un occhio attento – leggasi: un occhio che si è sparato ossessivamente da cima a fondo la cinematografia di Dolan – nota una quantità inquietante di somiglianze coi lavori del suo connazionale. Una lei nevrotica e verbosissima, dinamiche familiari paranormali, la scelta dei colori, i continui cambi di prospettiva, persino intere situazioni – i festini in casa fumosi sono un leitmotiv. Un’inquadratura riprende in pieno proprio Laurence Anyways, con un volto che rimane in contrasto con la parete bluette alle sue spalle. L’attacco invece è paro paro a quello di Les Amours Imaginaires, un primo piano su una donna che commenta una situazione sconosciuta. E poi gli attori. Niels Schneider sveste i panni di Nicholas, smonta dal set di Les Amours Imaginaires e va dritto a girare una scena con la Bossè. Monia si scorda di essere la regista e finisce davanti alla videocamera per un cameo prima del gran finale.

Dire che un film è nello stile di Dolan non è un insulto. Tutti amano Dolan. Non ha ancora toccato i trenta e già è un must nella lista di registi preferiti di ogni hipster cinematografico che si rispetti. Ma la linea fra emulazione e citazione è sottile. Il film della Chokri è pieno di dettagli e cura, ma non porta niente di nuovo sul tavolo. Lo strano paradosso di un lavoro ineccepibile, ad altissimo tasso di intrattenimento che però con tutta probabilità verrà dimenticato a breve.

In ogni caso, l’esordio è ottimo. Sguardo verso il futuro, nella speranza che Monia trovi una sua strada e il piano per la conquista del pianeta di Xavier non vada in porto – anche se tutto sommato, visti i tempi che corrono, ci sarebbe da augurarselo.

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