Cannes 2019. Little Joe

Little Joe **

Alice è una biologa e una madre separata, che lavora per la Planthouse, una società specializzata nel creare nuove piante, per il mercato.

Grazie ad all’utilizzo di un virus sperimentale non autorizzato, Alice e il suo team creano Little Joe, una bellissima pianta dal fiore rosso, che ha una caratteristica originale: grazie alle sue spore, che rilasciano ossitocina, induce la felicità, in chi la possiede e l’accudisce.

Le prime piante stanno crescendo in laboratorio, ma gli effetti collaterali che sembrano avere sono altrettanti significativi. Il cane di una delle più esperte biologhe, Bella, esposto una notte alla pianta, diventa improvvisamente aggressivo, Chris, il timido assistente di Alice, si fa via via più protettivo verso la sua creatura e aggressivo nei confronti degli altri.

Nel frattempo Alice, contravvenendo alle regole della Planthouse, ha regalato una delle sue creature al figlio Joe, un amorevole bambino, che sembra distaccarsi sempre di più dalla madre.

E’ tutta colpa di Little Joe, come sostiene Bella? Il rovello agita la tranquilla routine della protagonista, che vede la sua vita cambiare improvvisamente.

Il film della Hausner è una sorta di thriller ecologista, ibridato con l’horror psicologico. E’ davvero la pianta creata in laboratorio ad influenzare il comportamento di chi ne viene esposto o è invece semplicemente la realtà che si prende gioco della protagonista?

Conosciamo davvero le persone che ci sono accanto e che frequentiamo? Siamo disposte a modificare il nostro giudizio, quando ci appaiono diverse da come le avevamo immaginate?

Il mistero rimane fitto. La paranoia di Alice e di Bella, accerchiate sul posto di lavoro da colleghi che non sembrano vedere gli effetti collaterali delle loro creazioni, finisce per travolgerle.

Intanto la pianta sembra superare ogni test e il successo sul mercato sarà travolgente. Ma a che prezzo?

Little Joe si muove in modo elegante negli interni asettici e ipercontrollati della Planthouse, nei camici verde acqua e nelle tinte pastello che caratterizzano lo struttura. Tutto è come avvolto da un’atmosfera silenziosa e ottundente. Il terrore è tutto riservato allo score sonoro di Malcolm Cromie, di disturbante stridore urbano.

Nel racconto ossessivo della Hausner tutto torna troppo precisamente, non c’è mai uno scarto, una svolta, una deviazione, dall’incubo in cui piomba la protagonista e dai rovelli, che confida ad una psicologa, che sembra ridurre le sue ansie ai classici modelli freudiani.

Il film è visivamente ipercontrollato, si muove su direttrici verticali e orizzontali con cartesiana precisione, rispecchiando il carattere della sua protagonista, salvo poi accendersi di rosso quando è la pianta Little Joe a comandare la scena e non è un caso allora se la macchina da presa si muova a quel punto in modo circolare e dall’alto, segnando uno scarto anche formale.

Tuttavia la Hausner sembra alla fine voler ridurre il tutto ad una fantasia paranoica, che gioca con le ansie e gli interrogativi, molto contemporanei, che suscita nostra capacità di manipolare la vita, in nome della scienza.

Senza tuttavia riuscire davvero a sconvolgere o anche solo a coinvolgere.

Quadrato.

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