Cannes 2019. Le Daim

Le Daim ***

Georges, 44 ans, et son blouson, 100% daim, ont un projet.

A volte, nel dormiveglia, si hanno idee – volendo illuminazioni – che sul momento paiono geniali e a posteriori suonano ridicole. Quentin Dupieux, che in tempi non sospetti si limitava a essere un produttore di musica elettronica sotto lo pseudonimo di Mr Oizo, ha preso una di quelle idee e ci ha fatto un film.

“Un giorno mi sono detto: ‘Vorrei raccontare la storia di un uomo che si innamora della sua giacca di pelle’, tutto è partito da lì”, commenta con naturalezza dal palco dopo la prèmiere.

In Le Daim (Deerskin), scelto per aprire la Quinzaine 2019, Georges (Jean Dujardin) è un uomo alle soglie del divorzio che sviluppa un’ossessione malata per una giacchetta di camoscio con le frange.

Una storia di degrado, discesa nell’abisso. La nascita di un supercattivo. La banalità del male. Gore, escalation repentine. Urla, tensione erotica, delirio. Per amore di una giacchetta di camoscio con le frange.

In sintesi, il bambino nato da una botta e via fra The house that Jack built e lo youtube horror The Spoon, con lo stesso humour macabro e ossessivo.

Dupieux non è estraneo all’assurdo, ma di dare sfogo al bisogno di nonsense sono capaci tutti. Lui fa un passo in più, sceglie bene gli attori – in sala si piange dal ridere, sullo schermo Dujardin, nel suo giacchetto di camoscio con le frange davvero troppo piccolo per la sua corporatura, non ha un muscolo facciale fuori posto -, è creativo nel montaggio, ci mette una spruzzatina di metacinema per prendere in giro, oltre a noi, anche se stesso. Dujardin si rifugia in un hotel in mezzo al nulla, si perde nei dintorni con la sua telecamerina e inquadra a casaccio quel che gli capita, sottopone il risultato a una barista (Adèle Haenel) che incensa come avanguardistica e d’impatto qualsiasi ripresa dell’aspirante filmmaker – “anch’io a 15 anni giravo per i boschi dietro casa e riprendevo gli alberi, mi sembrava di stare producendo del materiale intenso, ora a ripensarci mi faccio un po’ pena”.

Anche se la qualità è alta, di primo acchitto si fa fatica a inquadrare la pellicola in un contesto così prestigioso.

Questo film è l’equivalente del macchinista che inciampa sul palco durante una prima della Scala, improvvisa e ruba la scena agli attori. È Matt Damon nei panni del bidello-genio Will Hunting, che ciacchettando due segni su una lavagna risolve il problema su cui si arrovellavano da giorni i professori del MIT.

Il trucco è capire che è tutto un gioco e che basta non farsi troppe domande, lasciare i comandi in mano a Quentin e accettare quel che succede.

Per ora, lo scherzo funziona alla grande.

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