The Night Comes For Us

The Night Comes For Us **1/2

Dopo la straordinaria trilogia del gallese Gareth Evans (Merantau, The Raid, The Raid 2), che ha trasformato il maestro di Pencak Silat, Iko Uwais, in una star del cinema d’azione internazionale, era difficile immaginare un nuovo film d’azione capace di spingersi oltre, di raccontare meglio lo scontro perenne dei corpi, la straordinaria fantasia delle coreografie e l’utilizzo diabolico di ogni oggetto di scena, come arma letale.

Non a caso Evans ha lasciato il mondo delle arti marziali, per dedicarsi ad un progetto completamente diverso come Apostolo, arrivato su Netflix a metà ottobre.

A raccogliere il testimone è stato l’indonesiano Timo Tjahjanto, che dopo aver lavorato assieme ad Evans nel collettivo V/H/S 2, ha coinvolto Uwais in un nuovo dittico d’azione: Headshot nel 2016 co-diretto con Kimo Stamboel e quindi questo The Night Comes For Us, prodotto da Netflix.

Il protagonista questa volta non è Uwais, ma Joe Taslim, il campione di judo, che già in The Raid aveva un ruolo chiave.

Tjahjanto aveva scritto The Night Comes For Us come sceneggiatura, prima di trasformarla in una graphic novel e quindi portarla finalmente sullo schermo.

Taslim è Ito uno dei Six Seas, killer spietati che lavorano al soldo delle Triadi del sud est asiatico, mantenendo l’ordine nel traffico di droga e punendo con ferocia disumana ogni tradimento.

Quando però Ito, dopo aver sterminato un intero villaggio, si trova di fronte una bambina indifesa, decide di sfuggire al suo destino di morte, tradisce i suoi capi e fugge con la piccola a Jakarta, trovando riparo dalla sua ex fidanzata e dai ragazzi della sua vecchia gang locale.

Chien Wu, uno dei signori della droga, scatena sulle sue tracce tutti i suoi uomini, comprese due killer pericolosissime, Elena e Alma, nonchè Arian, compagno di Ito nella vecchia banda, che si è trasferito a Macau e gestisce un night club: Wu gli promette il posto di Ito nei Six Seas.

La trama è un filo esile che Tjahjanto utilizza per legare una serie infinita di set d’azione, che procedono quasi senza soluzione di continuità. Ridotta al minimo l’interazione tra i protagonisti, chiarito sin da subito che per Ito e per la bambina si tratta esclusivamente di sopravvivere, il film diventa una teoria di scontri all’arma bianca, con fucili e mitra, corpo a corpo, inseguimenti, fughe e ritorni.

Il lungo viaggio verso la notte è segnato da una violenza brutale e parossistica, che però procede per accumulo, come in un gioco che prevede prove sempre più difficili, in uno sviluppo comunque orizzontale.

Se Evans era un maestro nella sua capacità di mettere in scena la necessità dello scontro, all’interno di un racconto di genere, ma pur sempre strutturato, qui siamo al grado zero dal punto di vista drammatico.

I personaggi non hanno alcuna evoluzione. Ciascuno segue il suo destino di morte, con testarda abnegazione e coraggio incosciente. C’è una sola regola ed è quella dell’onore e della fedeltà al proprio gruppo.

Se i meccanismi drammatici sono essenziali, Tjahjanto si diverte a mettere in scena una serie di set d’azione formidabili, che in un altro tempo e in un’altra stagione sarebbero stati utilizzati in una mezza dozzina di film. The Night Comes For Us è talmente saturo da sfiorare la noia, una volta che il meccanismo elementare con cui si muovono i personaggi è stato chiarito, nei primi venti minuti.

Eppure, per chi ha la pazienza di attendere, il film riserva proprio alla fine le sue scelte più radicali: a cominciare dal duello tra Ito e Arian (Taslim e Uwais), che occupa gli ultimi venti minuti di film.

Un piccolo gioiello di pura astrazione cinematografica, coreografia di corpi invincibili che si piegano, ma non si spezzano, sanguinano ma non fino a morire, vengono perforati, feriti, fino al limite della sopportazione. I due amici di un tempo si ritrovano faccia a faccia: ciascuno vuole battere l’avversario, ma mai al prezzo della vita. La vittoria non è l’annientamento dell’avversario, ma la sua resa, per sfinimento. C’è un che di nobile e antico, anche di fronte al massacro finale.

Un massacro che non è decisivo, perchè l’azione riparte di nuovo.

E’ indubbio che The Night Comes For Us sia lontano dalla perfezione astratta e dall’equilibrio drammatico dei film di Evans, c’è un’ombra evidente di manierismo e Tjahjanto non sembra capace di mettere in scena altro che scontro fisici, come un bambino di fronte ad un gioco nuovo e molto atteso, che si dimentica tutto il resto, immerso completamente nel suo mondo.

Per chi ha la pazienza e lo stomaco di seguire questa teoria di stragi, The Night Comes For Us regala almeno un finale memorabile nel suo romanticismo decadente e nichilista.

Non per tutti.

 

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