Io sono Tempesta

Io sono Tempesta **1/2

Il nuovo film di Daniele Luchetti è il dodicesimo di una carriera, cominciata nella prima metà degli anni ’80, come aiuto regista di Nanni Moretti in Bianca, proseguita con l’esordio di Domani accadrà, finanziato dalla Sacher del regista romano, passata attraverso il grande successo de Il portaborse, quindi approdata a quello altrettanto importante de La scuola.

Nel nuovo secolo è stato il sodalizio con Elio Germano a contrassegnare le sue cose migliori, da Mio fratello è figlio unico a La nostra vita, premiato a Cannes, fino a questo ultimo Io sono Tempesta, una sorta di favola, che prende spunto dai mesi di condanna, che Silvio Berlusconi ha trascorso ai servizi sociali.

Il protagonista è Numa Tempesta, un finanziere d’assalto, che si è fatto da solo, nonostante un padre poco di buono. Numa non ha una casa, vive in alberghi vuoti che ha comprato e che sta per rivendere, ha in corso una grande speculazione in Kazakistan e si accompagna con tre avvocati e tre escort, studentesse di psicologia, che si prendono cura di lui.

Quando i tre difensori gli comunicano che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, deve scontare un anno in un centro di assistenza a senzatetto e migranti, li licenzia in tronco, abbandonandoli su una strada deserta nella repubblica ex sovietica.

A dirigere il centro c’è una suora laica, Angela, piena di frustrazioni e fervorini. Numa capisce invece che gli ospiti derelitti della struttura possono essere suoi alleati, sia nelle valutazioni periodiche, sia nelle sue speculazioni all’estero.

A guidare il gruppo è Bruno, un barista che ha perso tutto e che vive per strada con il figlio, cercando un modo per rimettere in sesto la sua vita.

Tra Bruno e Numa comincia a nascere una sintonia d’interessi, sorprendente sino ad un certo punto…

Molti hanno rimproverato al film di Luchetti la mancanza di cattiveria o uno sguardo più serio sulla realtà che descrive, eppure il copione, scritto con Giulia Calenda e Sandro Petraglia, ha una dimensione lontanissima dalla nostra commedia, abbracciando invece un registro fiabesco, onirico, decisamente sospeso, sin dall’incipit, con le note di Ho visto un Re di Jannacci, che sfumano per lasciare spazio al padre di Numa, che irrompe nei suoi incubi notturni, per gridargli l’epiteto che lo accompagnerà per tutto il film: “coglione!”

Io sono Tempesta si muove leggero, non si prende mai troppo sul serio, non vuole fare la voce grossa, parte da una situazione reale e da un contesto purtroppo verosimile, ma solo per dare sostanza al suo racconto, che viaggia su un tono diverso, surreale.

Un tono che si ritrova anche nella colonna sonora da opera buffa di Carlo Crivelli, che accompagna quasi tutte le scene, con una presenza molto più ampia di quanto non si usi nel cinema di questi anni.

Il gruppo dei derelitti, i tre avvocati, le tre fatine psicologhe, la doppia coppia padre-figlio, la strega cattiva nei panni della direttrice del centro, sono tutti elementi e caratteri, che Luchetti prende a prestito, per raccontarci, con tono lieve, quanto la furbizia, la corruzione, i sotterfugi siano trasversali e comuni in questo paese, quasi come una sorta di carattere nazionale.

Luchetti non punta mai il dito verso il suo protagonista, ne fa invece una maschera, che tanti possono indossare, abbagliati dal potere del denaro.

Numa è una sorta di piccolo imperatore solitario, che vive in un castello moderno – un grande albergo tutto vuoto, pieno di giocattoli per adulti, con una vista mozzafiato su Roma. Numa è amico di tutti, si muove perfettamente nei palazzi della politica e nei paradisi della finanza, ma è a suo agio anche nel centro di assistenza, ne capisce subito le dinamiche e ne corrompe le regole, appena può.

Il film, girato con luci calde e coloratissime dal solito straordinario Luca Bigazzi, coadiuvato questa volta da Luan Amelio come operatore, è una parabola dolceamara in cui si sorride di gusto, sia per l’intelligenza della scrittura, sia per il tono affettuoso e complice che Luchetti regala ai suoi personaggi.

Marco Giallini si cuce addosso il ruolo di Numa, con la stessa eleganza degli abiti che la costumista ha creato per il suo finanziere d’assalto. Altrettanto naturale è Elio Germano, perfetto nel ruolo del proletario, che ha perso tutto, ma non la sua dignità e l’orgoglio di essere padre.

Nel gruppo degli ospiti del centro, spesso presi letteralmente dalla strada, c’è anche Marcello Fonte, nei panni del Greco, che sarà protagonista assoluto del prossimo Dogman di Matteo Garrone.

Ma è tutto il cast di comprimari, tra cui spicca Simonetta Columbu nei panni di Radiosa, a valorizzare il film con una serie di espressioni, battute, piccoli dettagli, questi sì, figli della grande tradizione della nostra commedia, che donano al film una sua grazia invidiabile.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...