L’ora più buia. Recensione in anteprima!

L’ora più buia **

Costretto a rialzarsi dopo il desolante insuccesso di Pan, Joe Wright, giovane regista inglese con una carriera già prestigiosa, che all’adattamento letterario (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina, Espiazione) ha alternato operazioni più coraggiose e inconsuete (Hanna, Pan, l’episodio Nosedive di Black Mirror), questa volta ha deciso di mettere la sordina al suo stile lussureggiante e al suo talento di metteur en scène, per servire lo script ultra-conservatore di Anthony McCarten e l’interpretazione di Gary Oldman.

L’ora più buia è una sorta di doppio di Dunkirk, raccontando l’evacuazione dalle spiagge francesi dell’esercito inglese, nella tarda primavera del 1940, dalla parte del Primo Ministro appena incaricato, Winston Churchill.

Il film comincia nell’aula del Parlamento Inglese con il laburista Clement Attle che attacca duramente il premier conservatore Neville Chamberlain, per la sua politica morbida nei confronti del pericolo nazista: di fronte all’invasione della Cecoslovacchia, della Polonia e all’avanzata dei panzer anche in Olanda e Belgio, un atteggiamento attendista non era più possibile.

Chamberlain si dimette e il Re, titubante dopo il rifiuto del Conte Halifax, ministro degli esteri, favorevole ad un accordo di pace con l’Asse, affida l’incarico all’anziano Churchill, l’unico capace di unire conservatori e laburisti in un governo di unità nazionale.

Attorniato da una piccola corte di camerieri e segretarie, scopriamo il nuovo premier a letto, in vestaglia rosa, mentre detta telegrammi, mangia una pantagruelica colazione, con il sigaro sempre in una mano e il whiskey nell’altra.

E’ un uomo che incute timore, con il suo continuo borbottare, la sua eloquenza, i suoi modi sbrigativi e la sua irruenza, che non sembra ammettere dubbi.

Persino il Re Giorgio VI sembra essere in soggezione davanti a lui. La situazione politica è difficile, perchè il suo stesso partito lo avversa, ma quella militare è disperata, perchè le truppe d’aiuto all’esercito francese, sono state confinate dai tedeschi a Calais e Dunkerque, con le spalle alla Manica e nessuna possibilità di salvataggio.

Joe Wright si accontenta di una messa in scena scolastica, con solo un paio di scelte di montaggio che rompono la classicità dell’incedere narrativo, che non si nega gli strumenti del thriller di genere, per tenere alta la tensione.

Lo script di McCarten, già autore de La teoria del tutto, sembra uscito da un manuale di sceneggiatura degli anni ’50, con un impianto teatrale che procede per quadri, quasi sempre in interni, assecondando la retorica dell’ora più buia e dello scontro delle idee.

Ma se il film ha un qualche valore, lo deve all’interpretazione di Gary Oldman e allo staff dei suoi truccatori, capaci di trasformarne viso e corpo, in quelli del rotondo sessantaseienne Churchill, senza mai limitarne l’espressività.

Oldman è un fuoriclasse che ha tuttavia ricevuto molto meno di quanto avrebbe meritato, per il suo talento.

L’autorità con cui interpreta il primo ministro è encomiabile. Il balenare del suo sguardo sotto gli occhiali tondi e il trucco pesante, ne mostra ancora una volta la lucidità interpretativa.

Nonostante un paio di generazioni di attori inglesi abbiano interpretato Churchill sullo schermo, da Richard Burton ad Albert Finney, da Michael Gambon a Timothy Spall, John Lithgow e Brian Cox, la prova di Oldman non suona affatto superflua o tardiva.

Certo il film di Wright è senza macchia e senza paura, retorico, nazionalista e privo di sfumature, ma la travolgente credibilità del suo interprete mette la sordina persino ai suoi evidenti difetti.

Si resta ammirati dalla trasformazione fisica, travolti dalla voce e dal tono, dall’andatura veloce e si dimenticano anche le scene più convenzionali, come quella decisiva di Churchill che entra in un vagone della metropolitana proprio prima di recarsi ai Comuni per il suo famoso discorso in cui promise ‘lacrime, sudore e sangue’, pur di combattere le truppe naziste.

L’interpretazione di Oldman è così impetuosa da rendere credibile il timore che Halifax prima e Re Giorgio poi sembrano avere nei confronti dell’uomo di governo, ma come abbiamo visto un milione di volte, anche il politico più determinato ha le sue debolezze private, i suoi dubbi più divoranti, occultati sovente nel focolare domestico.

L’ora più buia è un film vecchio, da tutti i punti di vista, antico nella messa in scena, tradizionale nel modo in cui racconta i suoi personaggi e si affida interamente alle emozioni che il suo interprete riesce a suscitare con la sua bravura, la sua performance mimetica.

E’ un film senza coraggio, molto lontano persino dalla spregiudicatezza e dalla lungimiranza del suo protagonista.

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