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Kong: Skull Island

Kong: Skull Island **1/2

Dopo il modesto King Kong, firmato da Peter Jackson per la Universal oltre dieci anni fa, la Warner ha deciso di rilanciare il franchise nato dal capolavoro di Merian Cooper e Ernest Shoedsack del 1933, con una nuova avventura, lontana dalla storia originale e più vicina alle incarnazioni degli anni ’60, ad opera dei giapponesi della Toho.

La storia originale è stata scritta da Dan Gilroy (The Fall, Lo sciacallo) e John Gatins (Flight), mentre la sceneggiatura è firmata dallo stesso Gilroy con Max Borenstein (Godzilla) e Derek Connolly (Jurassic World, Star Wars Ep.IX).

E’ evidente l’idea della Warner di affidarsi ad un gruppo di sceneggiatori con una precisa esperienza nei blockbuster d’azione, mentre la direzione, come spesso succede ultimamente, è stata invece affidata ad un giovanissimo regista indie, alla sua opera seconda, Jordan Vogt-Roberts.

Il film comincia nel 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale quando due aerei, uno americano e uno giapponese, precipitano su un’isola deserta nel Pacifico. I due piloti sopravvissuti si inseguono e combattono fino all’ultimo respiro, ma improvvisamente si accorgono di non essere soli sull’isola…

Con un’ellisse di 27 anni, ci spostiamo nel 1973, negli ultimi giorni della Guerra del Vietnam: due uomini dell’agenzia governativa Monarch, cercano di farsi finanziare un viaggio d’esplorazione su una misteriosa isola, scoperta dai primi satelliti messi in orbita, apparentemente sconosciuta alle carte ed inesplorata.

Secondo lo scienziato Bill Randa, su quell’isola dovrebbero vivere essere eccezionali, la cui esistenza precede l’arrivo della civiltà.

Approfittando delle truppe in ritirata dal sudest asiatico e delle logiche della Guerra Fredda, Randa e il suo assistente, Brooks, riescono a convincere il Senato ad organizzare una missione, ufficialmente con finalità cartografiche ed esplorative.

Assoldato il cacciatore inglese James Conrad, la squadra del colonnello Preston Packard e una fotografa di guerra, Mason Weaver, il gruppo viene aviotrasportato sull’isola misteriosa, protetta da una tempesta perenne, che ne impedisce l’approdo via mare.

L’arrivo degli elicotteri, tuttavia sarà assai poco pacifico: ad accoglierli il Dio Kong, un essere gigantesco, che protegge l’isola dai mostri che vivono sotto terra, risvegliati dalle bombe lanciate dagli americani.

Dispersi e abbattuti, gli esploratori dovranno cominciare la risalita dell’isola da sud a nord, sino al punto di ritrovo, concordato per l’estrazione.

Ma l’avventura è appena cominciata…

Il film di Vogt-Roberts è una delle incarnazioni del mito di King Kong più divertenti e indovinate. L’idea di ambientare l’avventura negli anni ’70 e nel cuore del conflitto del Vietnam, consente al regista di riportare il racconto ai suoi elementi primordiali e ad un messaggio pacifista, semplice e diretto.

Il gruppo dei superstiti infatti si spacca subito tra quelli che cercano solo di mettersi in salvo e quelli che meditano una vendetta impossibile e una rivalsa sul ‘nemico’, preda sia della sindrome della sconfitta di tanto cinema bellico sul Vietnam, quanto dell’ossessione folle e melvilliana per il mostro.

La sceneggiatura gioca sapientemente le sue svolte emotive, dopo lo shock iniziale, costruendo l’avvicinamento a Kong con una bella inventiva.

Elementi etnografici e un gusto paesaggistico non scontato, consentono a Vogt-Roberts di ridurre al minimo l’azione e lo scontro tra giganti, senza tuttavia che il film perda mordente, nonostante qualche semplificazione di troppo, qualche dialogo francamente imbarazzante e qualche attore decisamente fuori parte – in primis il premio Oscar Brie Larson, costantemente con gli occhi sgranati e la macchina fotografica ad oscurare il volto.

Eppure la riflessione sulle guerre sbagliate americane e sull’identificazione del nemico riesce a sorprendere, all’interno di un film di genere, e le suggestioni cinematografiche, che abbracciano quarant’anni di cinema bellico americano, ma anche la sensibilità ecologista della grande animazione giapponese, non sono mai invadenti.

Curiosamente, Vogt-Roberts sconfessa subito l’idea spielberghiana che l’attesa del mostro, sia essa stessa il cuore emotivo del film: Kong si mostra subito, fin dalla prima scena e poi ancora, non appena gli elicotteri giungono a destinazione.

Forse perchè qui non è tanto il gigantesco primate il protagonista, quanto l’isola stessa, con i suoi animali, i suoi insetti fuori scala, i suoi mostri sotterranei, i suoi segreti ancora da scoprire.

Un po’ come in Lost, è l’isola il vero mistero, molto più delle creature che la abitano, influenzando la vita di uomini che appaiono troppo piccoli per comprenderla davvero: e non è un caso allora se la tribù indigena che i protagonisti incontrano a metà film, resti sempre in un significativo silenzio.

Molto più indovinato e riuscito rispetto agli epigoni contemporanei Jurassic World e Godzilla, Kong: Skull Island è intrattenimento puro e old style.

Il montaggio dell’esperto Rick Pearson, non spreca neppure una scena, chiudendo sotto alle due ore, con una coda oltre i titoli che vi invitiamo a non perdere e che prelude a nuove avventure.

La fotografia di Larry Fong, fidatissimo collaboratore di Zack Snyder, gioca con la ricchezza cromatica dell’isola e con l’illuminazione contrastata e i rossi saluti, tipici delle pellicole degli anni ’70.

Il film è una sorta di prequel rispetto alle avventure del Kong americano, strappato alla sua terra e condotto a New York, come spettacolo da fiera.

Non a caso l’umanizzazione del gigantesco primate è appena accennata, nel concitato finale. La bella e la bestia per ora si sono solo annusati: si ritroveranno ancora…

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