Flight

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Flight **

Robert Zemeckis è stato uno dei ragazzi terribili degli anni ’80. Nato nella scuderia della Amblin di Spielberg, ed affermatosi prima come sceneggiatore e poi come regista di commedie avventurose di grande successo come All’inseguimento della pietra verde, Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit, ha raggiunto forse l’apice della popolarità con gli Oscar conquistati da Forrest Gump nel 1994. Da allora qualche progetto più serio di fantascienza, Contact, seguito da un paio di film adulti, Cast Away e Le verità nascoste, di ottimo successo.

Negli ultimi dieci anni il suo cinema è rimasto affascinato dalle possibilità della performance capture, a cui ha dato un notevolissimo contributo sperimentale, senza mai però trovare il tocco magico degli anni ’80 con Polar Express, Beowulf, A Christmas Carol.

Il ritorno al cinema live action, con attori in carne ed ossa è rappresentato da questo Flight, dramma tradizionale su un pilota alcolizzato, che non riesce mai a trovare la sua cifra, il suo ritmo, dopo la prima straordinaria mezz’ora, che pone le premesse per un secondo ed un terzo atto, che non arriveranno mai.

Il protagonista è Whip Whitaker, pilota d’aerei con un vita complicata. Lo vediamo svegliarsi la mattina prima di un volo ad Orlando, in una camera d’albergo – che condivide con la bellissima hostess Katerina – nella quale non manca nulla: super-alcolici, erba, cocaina.

La notte è stata particolarmente agitata, a quanto pare, ed il risveglio con una telefonata della ex moglie, non lo mette di buon umore. Un’ora e mezza dopo Whip e Katerina saranno sul volo diretto ad Atlanta.

Whip versa un paio di bottigliette di vodka nella sua spremuta d’arancia ed è pronto al decollo, affiancato da un co-pilota preciso, efficiente e timorato di Dio.

La partenza è difficile, una forte perturbazione richiede una manovra inconsueta e coraggiosa, che mette subito in evidenza la differenza tra i due piloti.

[Fermatevi qui se non volete sapere altro. Inevitabilmente il prosieguo contiene qualche leggero spoiler.]

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Dopo aver brillantemente superato il fronte di bassa pressione, Whip lo sbruffone si concede un meritato riposo, cercando di recuperare il sonno perduto la notte precedente. Viene svegliato all’improvviso dal suo collega e da una delle hostess, proprio quando l’aereo in stallo, precipita verso Atlanta, in condizioni disperate.

Il co-pilota è totalmente impreparato all’emergenza, ma Whip con sangue freddo e audacia, riuscirà a limitare i danni…

I problemi di Flight cominciano dopo l’atterraggio di fortuna: Whip è un eroe agli occhi del pubblico dei media, ma 6 persone sono comunque morte e l’Ente di controllo della sicurezza aerea apre un’indagine.

Il sindacato e la sua compagnia ingaggiano un avvocato di Chicago per gestire Whip e per oscurare i suoi disastrosi esami tossicologici, che potrebbero costare alla compagnia milioni di dollari in risarcimenti e multe ed a Whip un lungo soggiorno in galera.

Queste le premesse di un film che però non si sviluppa mai. Il trailer e la pubblicistica della Paramount sembravano spingere verso un thriller, con verità nascoste, pronte a venire a galla.

Non è così purtroppo.

La verità è quella che abbiamo visto nella primissima scena. Whip è un alcolizzato cronico e autodistruttivo, che cura le sbronze con la cocaina (!?).

Il film è tutto qui. C’è una sottotrama d’amore con un’altra tossica, incontrata in ospedale, ed un’atmosfera tesa, di mistero, che sembra preludere a chissà quale svolta narrativa, destinata a non arrivare mai.

Zemeckis inverte la prospettiva classica di un addicted movie: di solito il protagonista sciagurato –  alcol o tossico dipendente – si redime alla fine e riesce nell’impresa eccezionale. Qui avviene il contrario. L’atto eroico arriva all’inizio, proprio quando il pilota è sbronzo e sotto l’effetto degli stupefacenti.

Flight però non sfrutta adeguatamente il suggestivo cambio prospettico iniziale, adagiandosi poi su uno stereotipo già visto molte volte. Anticipando il climax all’inizio del primo atto, ci si aspetterebbe una sorpresa nel terzo: ma la sorpresa non arriva mai.

Il film non è nemmeno capace di mostrare sino in fondo l’incubo della dipendenza, anche perchè il pur bravissimo Denzel Washington è attore amabile anche nei ruoli più negativi ed il pubblico istintivamente finisce per simpatizzare, fin da subito, con il suo personaggio. Lo stesso avviene con John Goodman, pusher figlio dei fiori, capace di sfruttare le debolezze dell’amico, a proprio vantaggio: Zemeckis lo ritrae privo di ambiguità, simpatico guascone; gli regala la scena un paio di volte e lo introduce con la migliore musica di tutto il film.

Flight non ha la forza immaginifica e la durezza di Giorni perduti e deve quindi posarsi interamente sulle spalle larghe del suo protagonista, capace di sostenere da solo un film che, dopo il magnifico prologo, è strutturato su una sequela di sbronze, scenate con i colleghi, occhiate torve, litigi  e rimpianti con la nuova fidanzata e con la ex moglie.

Il film lascia per strada molti spunti interessanti, sul ruolo stesso dell’eroe, sulle mistificazioni dei media, sulla possibilità che l’abuso di sostanze possa essere coperto e tollerato da colleghi e superiori, sul ruolo dei sindacati e della proprietà nel mascherare inadempienze ed errori.

In Flight Zemeckis accenna solamente a questi temi e non sembra interessato ad approfondirne alcuno. Il tutto si riduce ad un viaggio solitario e finanche poco interessante nella vita di uno sciagurato alcolista, moralistico e ambiguo quanto basta. Magari è un tema molto sentito in un paese dove prospera l’ipocrisia dei gruppi di sostegno…

La sceneggiatura di John Gatins è debole e senza colpi d’ala. Persino il finale arriva atteso e buonista.

Tra i comprimari – Don Cheadle, Kelly Reilly, Melissa Leo, Bruce Greenwood – l’unico a lasciare il segno è John Goodman, nel ruolo del pusher hippie di Whip, appassionato degli Stones, che in un paio di occasioni ruba la scena a tutti.

La regia di Zemeckis fa l’impossibile per rendere interessante un copione senza storia, ma deve infine arrendersi di fronte all’insipienza complessiva dell’operazione.

I motivi dell’operazione ci sfuggono, ma il film ha ripagato abbondantemente i suoi costi di produzione ed è stato un successo negli States.

E questo, per qualcuno, è già sufficiente. In Italia dal 24 gennaio 2013.

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