Venezia 2016. Austerlitz

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Austerlitz ***
Fuori Concorso

Vi sono, in Europa, luoghi che sopravvivono come dolorose memorie del passato, fabbriche in cui gli esseri umani sono stati ridotti in cenere. Oggi questi siti sono luoghi del ricordo che, aperti al pubblico, accolgono migliaia di turisti ogni anno. Il film, ispirato all’omonimo romanzo di W.G. Sebald dedicato all’Olocausto, si concentra sui visitatori di questo luogo del ricordo creato sull’area di un precedente campo di concentramento. Perché la gente viene qui? Che cosa cerca?

Un campo di concentramento in una bella giornata estiva, turisti in calzoncini e maglietta, audioguide.

La macchina da presa è fissa, per lunghissimi minuti. Prima al cancello d’ingresso, poi nei viali di accesso, quindi fuori dalle finestre, poi dentro le celle.

Il rumore di fondo di gruppi più o meno organizzati, rotti solo da qualche spiegazione delle guide, che raccontano episodi degli anni della guerra, le torture nelle prigioni, le esecuzioni sui pali, gli attentati ad Hitler.

Rimane tutto fuoricampo.

L’occhio di Loznitsa, isistito, distante, obbiettivo, riprende i visitatori mentre si fanno le foto, mentre camminano in ciabatte e cappellino, mentre ascoltano distratti, mentre osservano senza vedere davvero.

La memoria del passato è perduta definitivamente, sostituita da un presente sfacciato e vuoto, perpetuato da selfie che mettono i brividi.

C’è spazio anche per la commozione vera nel film di Loznitsa, certo, ma è solo un momento in mezzo a tanti altri, uno squarcio di verità e dolore, in mezzo allo stupro di un’identità storica, ridotta a parco giochi per quella follia collettiva chiamata turismo di massa.

La macchina fissa del regista vuol tentare di cogliere la sacralità di quei luoghi, l’immanenza di quei muri, quelle finestre, quei cancelli, quelle stanze.

Ma quello che ottiene è l’esatto contrario, la certificazione di una perdita di senso.

Loznitsa ha ben presente il dibattito infinito sulla rappresentabilità dell’orrore e dell’Olocausto in particolare. Sa che raccontare il campo di Sachsenhausen vuol dire fare i conti con uno degli interrogativi morali su cui il cinema dibatte da sempre e che pure è stato di recente al centro di un altro film controverso, Il figlio di Saul.

Eppure nelle note che accompagnano Austerlitz, il regista ucraino ammette di non avere una risposta certa, di aver tentato di mostrare quello che accade, lasciando al film stesso ed ai suoi spettatori, il compito di avanzare un’ipotesi.

Loznitsa fa grande cinema, estenuante, quasi insostenibile da seguire, ma capace di travolgere tutto quello che rimane, con la forza impetuosa di un pugno di inquadrature fisse.

Necessario.

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