Venezia 2016. Questi giorni

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Questi giorni *1/2

Questi giorni è la storia di un gruppo di ragazze di provincia in età universitaria, l’età in cui le scelte sul futuro si fanno pressanti, difficilmente rinviabili. Una città della provincia italiana. Tra le vecchie mura, nelle scorribande notturne sul lungomare, nell’incanto di un temporaneo sconfinamento nella natura, si consumano i riti quotidiani e le aspettative di 4 ragazze la cui amicizia non nasce da passioni travolgenti, interessi comuni o grandi ideali. A unirle non sono le affinità ma le abitudini, gli entusiasmi occasionali, i contrasti inoffensivi, i sentimenti coltivati in segreto. Il loro legame è tuttavia unico e irripetibile come possono essere unici e irripetibili i giorni del viaggio che compiono insieme a Belgrado, dove troveranno una misteriosa amica e un’improbabile occasione di lavoro.

Com’è triste il cinema italiano a Venezia. I tre film del concorso ufficiale e i due fuori concorso restituiscono un quadro disperante, tra autismi autoriali, commedie leggerissime che forse non superano il Grande Raccordo Anulare, solipsismi post-felliniani, doc raffazzonati e questo lavoro di Piccioni, davvero misero.

Quattro amiche partono per Belgrado, per accompagnare una di loro che prende servizio in un grande albergo della capitale.

Le loro vite sono piuttosto incasinate: una è malata di tumore e non l’ha detto a nessuno, neppure al professorino di cui è innamorata e che la attende per la tesi sul Paradiso Perduto di Milton. Un’altra è una violinista, incinta di uno suo compagno d’orchestra, che non ha ancora le idee chiare sulla vita. La terza è fidanzata con il rampollo di una famiglia bene, ma l’unico che sembra tenere davvero al suo legame è il viscido padre.

A complicare il tutto c’è un sentimento che scorre sottotraccia tra due di loro…

A guardare Questi giorni, impreziosito (?!) dalla presenza di Margherita Buy nei panni della madre parrucchiera di una delle ragazze, Filippo Timi in quelli del professore e Sergio Rubini in quelli del padre, viene da mettersi le mani nei capelli.

Un film scritto malissimo, che sembra una piccola barchetta in balia delle onde alte del cinema, con quattro protagoniste che cercano di nascondere il loro talento il più possibile, non aiutate da dialoghi di imbarazzante mediocrità.

Il viaggio di formazione delle quattro è visto e rivisto, l’uso della malattia a fini narrativi è un espediente tra i più bassi, il melò lesbico rimane solo nelle intenzioni e i tre adulti cercano di fare il possibile, senza riuscirci davvero. Persino Filippo Timi sembra balbettare più spesso, alle prese con un copione che gli lascia un personaggio completamente passivo, sempre fuori luogo.

Un film che Piccioni cerca di condurre in porto con una regia invisibile, ma incupita da una fotografia grigia come il temperamento delle quattro.

Un disastro, che avrebbe dovuto, così come Spira Mirabilis e – per altro verso – Piuma, restare fuori dal concorso della Mostra.

Ma è possibile un concorso di Venezia senza film italiani? Se il risultato è questo, certamente sì. Ci voleva più coraggio.

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