Cinema con vista: Everest

Everest 1

65.000 dollari per morire. Un compenso spropositato per un’avventura al limite, per raggiungere il luogo in cui terra e cielo diventano un tutt’uno.

La vetta è un traguardo per pochi ed un’utopia per molti, perché la scalata è sofferenza. Il corpo umano non può vivere “alla quota di crociera di un 747” e metro dopo metro comincia a morire, supportato dalla volontà ferrea di uomini senza paura che vivono l’ascesa come un percorso interiore.

E’ un sentiero di redenzione verso il divino, capace di sradicare dalla vita comune e di innalzare lo spirito a quote irraggiungibili per il fisico, come quegli ambitissimi 8.848 metri.

Baltasar Kormakur abbandona i geyser della sua Islanda per trasferirsi sulle alte vette del Nepal, indagando il folklore e la tradizione di un fenomeno spesso mitizzato: l’alpinismo. E’ la necessità dell’uomo di infrangere ogni limite in un mondo permeato di regole e divieti. Everest è un grido di libertà e speranza, una sfida alla Natura che ricorda l’Into The Wild di Sean Penn, con il suo desiderio di fuga ed evasione. Così Kormakur raggruppa un cast di grandi nomi, da Jake Gyllenhaal a Josh Brolin, per dare più risonanza ad un’impresa che ha dell’epico.

Si parte con l’arrivo a Kathmandu, per proseguire con i 40 giorni di preparazione e attesa che precedono l’avventura. Poi la scalata, la sfida alla montagna più alta del mondo, unica vera protagonista con i suoi fantastici paesaggi e scorci. Sarebbe inutile parlare di una fotografia dalle bellissime vedute, valorizzata da un sapiente digitale in grado di rendere memorabile ogni inquadratura. Tuttavia nella bellezza si nasconde il pericolo e la morale è tanto terribile quanto vera: la Natura non può essere sfidata. Non accetta la sconfitta e dopo il traguardo giunge la vendetta, per ricordare che ogni impresa ha un prezzo.
Everest è la cronaca di una tragedia che prova a distaccarsi dal cinema di grande fruizione.

L’obiettivo non è lo spettacolo, ma il racconto della dura realtà. L’emozione dell’ascesa e la paura di non tornare, mentre la morte si avvicina sempre più nella gelida notte. Il buon ritmo mantiene alta l’attenzione e gli spunti di riflessione non mancano, ma una prima parte troppo prosaica fa traballare la sceneggiatura.

I dialoghi sterili rendono i personaggi bidimensionali e soltanto dal momento della scalata c’è il vero decollo, anche grazie alla splendida location. Con un cast di questa portata ci si poteva aspettare una maggiore profondità rispetto al solito Vertical Limit, ma il significato intrinseco dell’impresa contribuisce a dare spessore quando manca.

Memorabile e necessaria è la ricerca delle motivazioni. Perché rischiare la vita nella folle ricerca della vetta? Chi lo fa per lavoro, chi per ispirazione e chi per combattere il logorio della vita moderna, ma ciò che conta è l’obiettivo. Alla base dei sogni ci sono piccoli desideri che spingono l’uomo alla grandezza.

Forse Everest non sarà un cinema di alta quota, ma la sua tragica parabola è degna di essere raccontata, per non dimenticare e per continuare a guardare il cielo con passione, sperando di poter arrivare sempre un po’ più in là.

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