The Program

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The Program **

Due anni fa alla Mostra del cinema di Venezia, Alex Gibney presentava il suo bellissimo reportage sul caso Armstrong, il campione di ciclismo statunitense squalificato e radiato dalla federazione internazionale, dopo essere stato per oltre un decennio un simbolo di rinascita e di successo.

Tanto necessario e incalzante appariva The Armstrong Lie nel ripercorrere la grande ragnatela di connivenze, complicità, minacce, bugie e potere che circondavano il texano, tanto questo The Program, diretto da Stephen Frears sembra privo di interesse e direzione.

Il regista inglese toglie ogni ambiguità al personaggio e ogni mistero alla sua storia, facendone una sorta di diabolico imbroglione, deciso ad arrivare al successo per la strada più breve.

Il film cerca il confronto dei punti di vista accostando al racconto dall’interno di Lance, dei suoi compagni ed ex compagni, a quello esterno del giornalista inglese David Walsh, il primo ad intuire che la straordinaria trasformazione di Armstrong da buon corridore di classiche di giornata a imbattibile scalatore e leader del Tour de Franceper sette anni, aveva molti lati oscuri.

Il film è tratto proprio dal libro di Walsh, Seven Deadly Sins: My Pursuit of Lance Armstrong e cerca di mantenere la struttura dell’inchiesta giornalistica, ma la ricostruzione pur molto curata, non riesce mai ad offuscare il ricordo del vero Armstrong, così presente e chiaro nella memoria di tutti.

Ben Foster nei panni del ciclista non ha lo stesso glaciale carisma dell’originale e la sua determinazione feroce, tanto sulla strada, quanto nella vita pubblica.

Il film lascia grande spazio al Dott. Michele Ferrari, il vero artefice di questa truffa colossale, con le sue sperimentazioni sull’epo e le altre sostanze dopanti.

Assegnati a Ferrari e Armstrong i ruoli di anime nere del ciclismo (e dello sport) mondiale, il film ha buon gioco nel costruire uno spettacolo in cui i villain sono sempre al centro della scena, incuranti delle vite e delle carriere travolte e calpestate dall’arroganza del loro potere.

Il film di Frears cerca di rappresentare una sorta di controcanto alle loro malefatte, attraverso l’inchiesta di Walsh, ma è evidente che l’idolo si è infranto, solo quando nel gruppo chiuso dei suoi fedelissimi hanno cominciato ad insinuarsi il dubbio ed il rimorso. Oltre che le squalifiche, come quella che colpì Floyd Landis, vincitore del tour dopo il primo ritiro di Armstrong.

The Program è incapace di restituire la complessità enigmatica della parabola del ciclista texano, che non si esaurisce in una storia di squallida storia di doping e trasfusioni, ma è assai più grande.

Non si può raccontare Armstrong dimenticando che la sua è una grande storia di hybris e di determinazione feroce, così tipica dei nostri tempi.

Il mito del successo e del trionfo ad ogni costo spazza via ogni possibile etica, Armstrong è solo la punta di un enorme iceberg che trascende persino lo sport professionistico.

Non si può poi oscurare che la sua fondazione ha raccolto capitali enormi per la ricerca e la cura dei tumori, contribuendo da un lato alla santificazione prematura del campione e dall’altro ad utilizzare quella popolarità per un scopo, in ogni caso, meritevole.

Il film sceglie la scorciatoia così tipicamente british della menzogna quale colpa assoluta da espiare, banalizzando quella che invece appare come una figura tra le più emblematiche e complesse del panorama sportivo del secolo scorso, un Icaro spregiudicato e sfuggente, un titano minaccioso e potente, che cadde, risorse e giacque.

The program 1

 

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