Venezia 2015. Boi Neon

Boi Neon

Boi Neon **

Una pseudo-famiglia improvvisata, che ha fatto di un camion la propria casa mobile, si sposta da una parte all’altra del Brasile nordorientale, occupandosi dei tori delle Vaquejadas, un rodeo brasiliano itinerante. Nello specifico è di Iremar il compito di accudire i tori e di prepararli alle gare, e del buffo Zé quello di aiutarlo. Poi ci sono Galega, danzatrice e conducente del camion, e la figlioletta a carico Cacà, giovanissima e sfacciata. Iremar ha un sogno nel cassetto: vorrebbe lavorare nel settore tessile e diventare un sarto: nei ritagli di tempo si dedica alla creazione dei suoi modelli usando stoffe e paillettes, e li prova su dei manichini. Iremar è un personaggio fittizio che ingloba ruoli che uniscono forza e delicatezza, virtuosismo e sensibilità, violenza e tenerezza.

Aspirazioni future a parte, i quattro individui campano alla giornata, sono dei nomadi e vivono allo stato brado, come dei primitivi se vogliamo. Si rinchiudono nel loro individualismo piuttosto che considerarsi una piccola comunità.

Il regista Gabriel Mascaro, che nel 2014 ha presentato a Locarno il suo primo lungometraggio (Ventos de Agosto – August winds) ottenendo una menzione speciale, arriva al 72° Festival di Venezia con Boi Neon, nella sezione Orizzonti.

Con questo film sembra che il regista, nella recente ondata di rapida crescita economica del suo Brasile, volesse rinnovare la comprensione politica e simbolica delle moderne relazioni umane nel nord-est del Paese. Attraverso le vite dei personaggi, che cercano di stare al
passo con una nuova dimensione di desideri e aspirazioni, voleva esplorare i colori e le sfumature che dimostrano 
le contraddizioni del consumo e le nozioni in espansione d’identità e genere. Raccontando lo spaccato di vita di questo gruppo di mandriani che vivono on the road, trasportando i tori tra una Vaquejada e l’altra e che lavorano dietro le quinte all’evento, Neon Bull mira a gettare una nuova luce sui recenti cambiamenti socio-economici e culturali. Il film vuole essere uno studio del corpo, della luce e della trasformazione del paesaggio umano.

Il regista tratta lo sport della Vaquejada come un’allegoria della gerarchia brasiliana, che si materializza nei corpi degli uomini e degli animali. Ne consegue un’esplorazione della presenza di questi corpi a livello politico, rilevando nuovi contorni, nuove impressioni, che mostrano come la violenza e il piacere abitano lo stesso corpo. E’ da notare che anche l’uso del colore funge da agente politico e trasmette una certa idea di modernità e di progresso economico. La telecamere affettua movimenti molto sottili, costanti, muovendosi lentamente in nuovi spazi, mappando il tessuto umano che si diffonde dal complesso paesaggio, spesso turbolento, che è tanto ordinario quanto surreale.

Ciò che interessa al regista è l’espansione della rappresentazione dei sessi mentre si raffigura il tran tran quotidiano dei personaggi. Andando oltre la loro psicologia, Mascaro radica piuttosto il film nella presenza fisica all’interno del loro ambiente naturale e nella coreografia quotidiana che può essere catalizzatrice, un’esperienza poetica. Non seguendo necessariamente un particolare protagonista, il film specula piuttosto sull’impatto delle esperienza performative di ciascun “attore” all’interno del gruppo. Personaggi strani ed esperienze intense, e pur sapendo poco di chi siano queste persone, durante il film lo spettatore si ritrova profondamente coinvolto nelle loro storie.

Neon Bull si concentra sui conflitti microscopici che compongono il quotidiano. Come tutte le routine, la vita è ciclica, e continua anche dopo la fine del film.

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