Venezia 2015. A Bigger Splash

A bigger splash

A Bigger Splash *1/2

Il nuovo film di Luca Guadagnino, dopo l’esilissimo Melissa P, ed il riuscito e viscontiano Io sono l’amore, è il remake de La piscina di Jaques Deray.

Ma se l’originale era un racconto che traeva la sua forza da una tensione palpabile tra sensualità e desiderio, gelosia e violenza, A bigger splash è un pasticcio che spreca un quartetto di attori evidentemente disponibili e convincenti, costretti a recitare un copione senza capo né coda, che soprattutto nella seconda parte affonda nel ridicolo involontario.

In una bellissima villa con dammuso di Pantelleria, la rockstar Marianne e il nuovo compagno Paul di godono il sole e la tranquillità dell’isola, quando a turbare il loro equilibrio arriva Harry, produttore e storico amante di Marianne, accompagnato dalla figlia adolescente, Penelope.

Harry è un fiume in piena, deciso a riconquistare Marianne, che lui stesso aveva fatto conoscere al documentarista Paul.

Ma se la logorrea di Harry è senza confini, Marianne fatica a rispondergli perchè un’operazione alle corde vocali l’ha resa temporaneamente afona.

Il quartetto partecipa alla processione di San Gaetano, si perde nelle bellezze dell’isola e forse trova un doppio tradimento. Il finale volge al nero… ma solo per un momento.

Guadagnino è incapace di restituire la tensione emotiva tra i personaggi, nonostante un Ralph Fiennes fin troppo debordante e una Swinton come sempre perfetta, ma ridotta ad una performance pressochè muta.

Del tutto insignificanti Dakota Johnson nei panni della ninfetta – priva di qualsiasi sensualità, nonostante le sfumature di grigio – e Matthias Schoenaerts in quelli del compagno fedele e depresso della rockstar.

E se l’inizio del film è quantomeno scoppiettante nell’introduzione dei personaggi e del milieu musicale da cui provengono, con un paio di scene brillanti, anche grazie alla generosa disponibilità dei Rolling Stones a cedere tre loro pezzi per il film, nella seconda parte A bigger splash deraglia completamente, forzando gli incroci tra i protagonisti e spingendo il tasto greve della tragedia.

Quando poi accorre alla villa il commissario, interpretato da Guzzanti, il film scade nell’autoparodia. Di dubbio gusto anche i riferimenti ai migranti e la rappresentazione dei carabinieri locali, frutto del più triste stereotipo dell’italiano ignorante e supino al potere, fosse anche solo quello della celebrità.

I dissensi rumorosi alla proiezione stampa, lungi dall’essere il frutto di decisioni preordinate da chissà quali claque, sono sembrati l’inevitabile conclusione di un film che si spegne progressivamente il un cupio dissolvi lungo per 125 interminabili minuti. Al termine dei quali non resta assolutamente nulla: non un racconto sul desiderio e la passione, non uno studio di caratteri, non un apologo sulla fatuità vuota della celebrità.
A bigger splash

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