Venezia 2015. La corte

L'hermine

La corte – L’hermine **1/2

Xavier Racine è il presidente della Corte d’Assise di un piccolo tribunale della provincia francese. La sua cattiva fama di giudice severo e inflessibile, assai poco comprensivo e simpatico, viene messa alla prova dall’inizio di un processo sull morte di una bambina di sette mesi.

Sul banco degli imputati c’è il padre, a cui la polizia ha probabilmente estorto una confessione dopo un interrogatorio durato sette ore. Di fronte a lui, sui banchi della parte civile c’è la madre, incinta del loro secondo figlio all’epoca dei fatti.

Il film di Vincent mostra la formazione della giuria popolare, le scaramucce tra avvocati e pubblici ministeri, le pause ed i colpi di scena, la formazione delle prove e il potere strabordante del presidente nella conduzione del processo, un sistema lontanissimo da quello italiano, come da quello dei regimi di common law.

Pian piano il racconto svela le sue carte. Una dei giurati supplenti, una dottoressa di origini danesi, è stata in passato oggetto delle attenzioni del giudice: dopo un rovinoso incidente d’auto il giudice si era ritrovato in ospedale con un’anca fratturata, qui aveva conosciuto la dottoressa.

L’occasione del processo finirà per consentire ai de di riannodare il filo di un discorso interrotto molti anni prima.

L’hermine è un curioso ritratto personale e d’ambiente, di rara precisione nel descrivere i riti e i retroscena di una corte al lavoro, peraltro su un caso particolarmente cruento. Allo stesso tempo il film mantiene un tono da commedia leggera, nel raccontare una passione matura, con tutte le resistenze e le incertezze di rimettersi in gioco.

Entrambe le parti si giovano di una certa originalità e di una scrittura leggera e felice, incapace di qualsiasi asperità.

Semplice eppure efficace nella struttura drammatica, interpretato dal mattatore Fabrice Lucchini e dalla incantevole Sidse Babe Knudsen, L’hermine sembra perfetto per il concorso veneziano di quest’anno, fatto di film anche ben fatti, ma incapaci di provocare un qualche brivido cinematografico.

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