Io sono l’amore

Io sono l’amore **1/2

Il nuovo film di Luca Guadagnino è una sorta di UFO, di oggetto non identificato, nel panorama della produzione cinematografica italiana dell’ultimo decennio.

Io sono l’amore racconta l’aristocrazia borghese italiana, attraverso una storia di passione e distruzione familiare, nel contesto ovattato di una Milano, prima sepolta dalla neve e poi invece solare e soffocante.

Guadagnino pensa a Visconti, lo omaggia fin nel nome di uno dei suoi protagonisti, quel Tancredi che eredita l’impresa di famiglia assieme al figlio, dal patriarca Edoardo, prossimo alla morte, e cerca il racconto grande, senza mediazioni.

Eppure il ritratto della famiglia Recchi è glaciale, chiuso in spazi enormi, come quelli della grande casa, della fabbrica e poi del cimitero monumentale, ed è capace di accendersi solo nelle figure femminili di Emma e Betta, rispettivamente Tilda Swinton e Alba Rohrwacher, travolte da amori impossibili e sconvenienti e ricondotte in contesti estranei: Londra e Sanremo sono riprese in modo diverso, con primi piani più stretti, con plongè inconsueti e con colori più vividi.

Quasi a voler mostrare anche stilisticamente dove batte il cuore del racconto.

Nell’eterno conflitto fra tradizione e sentimenti, nessuno uscirà vincitore. L’atmosfera decadente e lasciva va di pari passo con la fine della grande impresa tessile dei Recchi, quasi come se la fine di una tradizione produttiva lunga oltre mezzo secolo, coincidesse con il disfacimento anche nel nucleo familiare.

La grande famiglia dei Recchi sembra vivere fuori dal tempo e dagli affanni della vita, protetta in una villa d’inizio secolo nella quale ci sono ancora governanti, uno stuolo di camerieri e cuochi ed un rispetto per il formalismo, a tavola come nei discorsi, che non sembra aver risentito delle novità e della velocità del mondo: si praticano sport nobili e antichi, come il canottaggio, e non ci sono telefoni cellulari o computer nella grande magione.

A farne le spese sarà il delfino Edoardo, incaricato dal nonno di seguire le sorti dell’azienda e di perpetuarne nome e tradizioni, ma incapace di opporsi alle novità introdotte dal padre Tancredi e di perseguire sino in fondo i propri sogni con Antonio, l’amico cuoco, che stravolgerà la routine familiare, come nel Teorema di Pasolini.

La sorte toccata al film è curiosa davvero: presentato in anteprima a Venezia, il settembre scorso, in una sezione collaterale, è stato accolto in Italia dal disinteresse e dagli sberleffi della critica nostrana, mentre all’estero è considerato un piccolo capolavoro, soprattutto dai cinefili anglosassoni.

Negli Stati Uniti ha ricevuto inviti a Festival e tutti gli onori riservati ad un’opera viscontiana, in Inghilterra è stata accomunata all’Italian renaissance di Garrone, Sorrentino, Bellocchio.

Certo il racconto di Guadagnino ha delle qualità innegabili, soprattutto nella scelta di raccontare una realtà del tutto dimenticata dal cinema italiano, con forme e modi del tutto desueti.

E con un’attenzione al decor, alla fotografia, al sonoro ed alle musiche assolutamente unica.

Forse raccontando delle pene d’amor perduto di ricchi e famosi si rischia l’effetto telenovela, ma mi sembra che Guadagnino se ne sia tenuto molto lontano, complice la straordinaria Tilda Swinton, che recita in un italiano/russo dalle cadenze inedite e che è capace di incarnarne i labirinti della passione e del desiderio, con credibilità assoluta.

Come ha scritto Roger Ebert: “I Am Love” is an amazing film. It is deep, rich, human. It is not about rich and poor, but about old and new. It is about the ancient war between tradition and feeling.

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