Venezia 2013. Why don’t you play in hell?

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Why don’t you play in hell? *1/2

Sion Sono è così: irriguardoso, esagerato, barocco, incontenibile. I suoi film sembrano lontani l’uno dall’altro per temi ed esiti, ma i festival fanno a gara ad assicurarsene la presenza.

Ma questo pasticcio senza capo nè coda che mescola cinema amatoriale, yakuza e amori impossibili farà a fatica a trovare estimatori fuori dal circuito dei festival.

La storia è complessa: due bande criminali si contendono il territorio, mentre la piccola figlia di uno dei boss diventa famosa in tv per la pubblicità di un dentifricio.

Quando la moglie del boss uccide quattro emissari della banda rivale e viene messa in prigione, la tv decide di sospendere lo spot, interrompendo la brillante carriera della giovanissima Mitzuko.

Nel frattempo quattro ragazzini, armati di super 8 e con il sogno del cinema, vanno in giro per la città a riprendere tutto quello che possono: si fanno chiamare Fuck Bombers.

Dieci anni dopo sono rimasti filmaker amatoriali, riconvertiti al digitale, senza arte nè parte.

La moglie del boss sta per uscire dal carcere ed immagina che la figlia sia diventata un’attrice importante.

In realtà Mitzuko ha abbandonato il set di un film che il padre le ha fatto avere e nel quale è stata sostituita.

Per avverare il desiderio della moglie, il boss metterà in piedi una troupe improvvisata per girare un nuovo film nel quale Mitzuko sia davvero protagonista.

Come è facile intuire le due sottotrame finiranno per intrecciarsi in un finale di sangue e cinema all’insegna dell’assurdo, nel quale la scena di Kill Bill con la Sposa e gli 88 folli è citata con esiti assai curiosi.

Sion Sono è animato da un sacro fuoco, ma il suo evidente entusiasmo non sempre è ben riposto e qui il gioco del cinema gli scappa di mano, tra katane infilzate nel cervello, arti che volano e macchine da presa che citano con esiti grossolani l’Occhio che uccide di Michael Powell.

Sono ha visto molto cinema e ne siamo lieti, ma la sua è la classica goccia di talento in un mare di buone intenzioni e velleità artistiche.

Stracult.

 

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