Venezia 2012. E’ stato il figlio

E’ stato il figlio ***

In concorso

Il cinema italiano degli ultimi anni è quello in cui c’è sempre tempo per una commedia. Alieno a qualsiasi tentativo di guardare in faccia alle miserie del paese, persino Garrone dopo i cupi L’imbalsamatore e Gomorra si è lasciato convincere a raccontare i nostri tempi con l’occhio leggero della commedia nel poco riuscito Reality.

Daniele Ciprì qui al suo debutto come regista, dopo i film girati in coppia con Franco Maresco, sembra guardare invece alla sua Palermo, filtrata dal romanzo di Roberto Alajmo, con un occhio grottesco e tragico in pari misura.

Usando una fotografia come slavata, stinta, spesso sovresposta, Ciprì ricostruisce un mondo in cui la tv c’è ma non si vede, in cui il cinema diventa luogo di prostituzione e la bruttezza sembra contagiare tutti, mentre l’apocalisse si avvicina.

Si racconta dei Ciraulo, una famiglia retta da un rigido matriarcato, mascherato dal comando inutile di Nicola, padre-padrone che passa i suoi giorni rubando e rivendendo pezzi d’acciaio dalle carcasse di navi.

Navi che restano a metà strada come la Concordia, poggiate su un fianco, incapaci persino di affondare.

Un lavoro miserabile a cui costringe anche l’anziano padre, che vive ancora con lui, ed il figlio Tancredi, che ancora non ha deciso se mollare tutto e ribellarsi o se continuare la “florida impresa paterna”, per la quale non ha alcuna predisposizione.

Nicola è un uomo grottesco, sempre sopra le righe, insoddisfatto di tutto e di tutti, che ha condannato la propria famiglia ad una vita di stenti e di sotterfugi e che pretende di imporre al figlio più grande lo stesso stupido destino, con l’unica alternativa della malavita, incarnata dal cugino, che così si guadagna da vivere.

All’improvviso però la più piccola dei Ciraulo, Serenella, viene uccisa per sbaglio in un regolamento di conti mafioso, che avrebbe dovuto colpire il cugino. La tragedia di una morte violenta ed inutile si trasforma per Nicola nell’opportunità di una vita: lo Stato ha un fondo per le vittime della criminalità organizzata e forse i Ciraulo potranno ricavare un bel po’ di piccioli dalla morte di Serenella.

L’odissea legale per ottenere la somma finisce per trasformarsi nella rovina della famiglia: indebitatosi con tutti, Nicola è costretto a ricorrere alle cure di uno strozzino, ma anche quello non basta.

Arrivano finalmente i soldi, ma depurati dai debiti, il gruzzoletto non serve più a molto, se non a comprare una fiammante Mercedes, il simbolo evidente, per Nicola, della sua nuova provvisoria ricchezza, da ostentare nel quartiere.

E proprio la Mercedes, prontamente battezzata dal parroco locale, sarà la causa di una nuova tragedia in casa Ciraulo, questa volta definitiva.

Il film è ambientato a cavallo tra ’70 ed ’80, ma ha una cornice moderna. La storia ci viene raccontata da uno strano personaggio che passa le sue giornate all’ufficio postale, facendo la coda, per tutti coloro che non hanno tempo…

Ciprì mette da parte la radicalità, ormai stantia, dei suoi esordi con cinico tv e lo Zio di Brooklyn, per raccontare a modo suo una storia perfettamente italiana, di umana miseria morale e materiale, nel quale la famiglia allargata finisce per essere il centro di ogni disgrazia.

Sempre sopra le righe, ma perfettamente plausibile, il suo Nicola Ciraulo, al solito meravigliosamente interpretato da Toni Servillo, è un perdente da antologia, uno scansafatiche che dice di lavorare tutto il giorno, uno che si arrabatta, un ospite della vita che vuole trascinare con sè tutti gli altri, ma che in fondo non conta molto.

Chi è davvero l’anima nera ed il centro del potere dei Ciraulo è l’anziana madre di Nicola, che risolverà nel modo più utilitaristico e ingiusto l’ultima tragedia, guardando alla sua sopravvivenza immediata e negandosi ogni futuro, assegnando tutte le parti in commedia: la vittima, i parenti in lutto e l’assassino di comodo.

E’ ancora la Sicilia ancestrale del Verga, quella evocata dalle parole e dalle immagini di E’ stato il figlio, quella in cui la roba era l’unica cosa capace di muovere il microcosmo familiare.

Ciprì si dimostra all’altezza del compromesso con la grande produzione, non spreca l’occasione di una storia forte e di un cast di ottimi professionisti, evitando ogni tranello e regalandoci finalmente un grande racconto tragico e grottesco, in cui si ride amaro, guardando i Ciraulo, con la paura, in fondo, di riconoscersi allo specchio.

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