Mereghetti su Hunger Games

A Paolo Mereghetti, un po’ in controtendenza rispetto ai critici d’oltre oceano, Hunger Games non è piaciuto proprio.

L’inizio di una nuova trilogia, che nelle intenzioni dei produttori dovrebbe sostituire Twilight ed Harry Potter nell’immaginario collettivo degli adolescenti americani (e non solo…) ha avuto un successo clamoroso negli States e dovunque sia uscito (sinora 372 milioni in 6 settimane e 600 complessivi nel mondo).

Roger Ebert pur assegnando al film tre stellette ha scritto che ” The Hunger Games is an effective entertainment, and Jennifer Lawrence is strong and convincing in the central role. But the film leapfrogs obvious questions in its path, and avoids the opportunities sci-fi provides for social criticism; compare its world with the dystopias in “Gattaca” or “The Truman Show.”  Director Gary Ross and his writers (including the series’ author, Suzanne Collins) obviously think their audience wants to see lots of hunting-and-survival scenes, and has no interest in people talking about how a cruel class system is using them. Well, maybe they’re right. But I found the movie too long and deliberate as it negotiated the outskirts of its moral issues.”

Todd McCarthy di Hollywood Reporter pronosticava il solido successo che poi ha avuto: As she did in her breakthrough film Winter’s Bone, Jennifer Lawrence anchors this futuristic and politicized elaboration of The Most Dangerous Game with impressive gravity and presence, while director Gary Ross gets enough of what matters in the book up on the screen to satisfy its legions of fans worldwide. This Lionsgate release is being positioned as the hottest property for the teen audience since Twilight, and there’s no reason to believe that box office results won’t land roughly in that vaunted vicinity.

Anche i più critici, come David Denby del New Yorker, hanno almeno sottolineato l’interpretazione di Jennifer Lawrece: Jennifer Lawrence demonstrated a convincing strength as Ree, the Ozarks girl with a husky voice and pale-blue eyes in “Winter’s Bone.” In “The Hunger Games,” as Katniss—a more dynamic version of Ree—she has a lightly burnished copper complexion, and when she’s still, there’s something luminous, slightly otherworldly about her. Her gravity and her steady gaze make her a fine heroine.

Mereghetti invece sul Corriere di oggi, non sembra trovare spunti d’interesse nel film di Gary Ross, assegnandogli due stellette:

[…] Diciamolo subito: i riferimenti alla storia di Roma antica sono da fumetti, in linea coi centurioni a pagamento con cui i turisti si fanno fotografare davanti al Colosseo; i rimandi alle divisione tra «poveri» e «ricchi» (che di scontro di classe non si può proprio parlare) sono talmente schematici da sfidare il ridicolo; e le allusioni alla dittatura dei media sono così superficiali e folcloristiche da giustificare l’idea che siano state messe lì per «imbrogliare» un po’ le carte, furbesco tributo allo spirito dei tempi.

Questo non vuol dire che il film non funzioni come giocattolone adolescenziale, ma il suo posto è più tra i videogame e i gioco di ruolo che tra i titoli che segnano la storia del cinema […]

Nella prima ora dei 142 minuti di film, veniamo messi a conoscenza della rigida divisione sociale che vige a Panem, più variegata nel romanzo e più drammatica nel film, che ci mostra solo i poverissimi minatori del dodicesimo Territorio, quello da cui provengono i due «tributi» Katniss, (Jennifer Lawrence) che si è offerta volontaria al posto della sorellina minore sorteggiata, e Peeta (Josh Hutcherson) […]

Peccato che tutto o quasi venga abbandonato nella seconda parte del film, dove seguiamo soprattutto la lotta dei due rappresentati del dodicesimo territorio per sopravvivere: senza una vera spiegazione diventano loro i «buoni» per cui tifare mentre uno dopo l’altro vengono abbandonati o dimenticati gli elementi «sociologici» scoperti nella prima parte […] 

Anche per via di una certa ipocrisia visiva, che cancella le immagini più cruente dei duelli all’arma bianca, proprio quelli che potrebbero offendere non certo lo spettatore ma piuttosto il rigidissimo censore americano.

 

 

 

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